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Trieste, Teatro Verdi – La porta divisoria e Il castello del duca Barbablù

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Si chiude con un dittico inedito la Stagione lirica e di balletto del Teatro Verdi di Trieste, una (quasi) novità e una rarità per questo palcoscenico: La porta divisoria di Fiorenzo Carpi e Il castello del duca Barbablù di Béla Bartók. Un ultimo gradito tuffo nel Novecento, dunque, sicuramente coraggioso (la recita del 21 giugno che recensiamo ha visto una sala con molti posti vuoti), ma che riconferma un’antica vocazione del teatro tergestino sempre curioso – in passato ancor più – di percorrere sentieri meno battuti.

La decisione di portare in scena La porta divisoria, dopo il suo debutto avvenuto a Spoleto nel 2022, suona quasi come un omaggio a due illustri nomi a cui Trieste ha dato i natali: il grande Maestro Victor De Sabata, che, nelle vesti di direttore artistico del Teatro alla Scala, la commissionò a Giorgio Strehler, autore del libretto, il quale ridusse in cinque agili eppure densi quadri uno dei capolavori della letteratura del Novecento, La metamorfosi di Kafka, destinandolo al suo storico collaboratore Fiorenzo Carpi. È noto che il compositore non si spinse mai oltre al quarto quadro, nonostante il teatro committente avesse riprogrammato il titolo per tre volte, sicché si è dovuto attendere il 2022 per assistere alla prima esecuzione, per la quale si diede al Maestro Alessandro Solbiati il compito di musicare il quinto quadro. Dopo un primo singolo ascolto, non sarei, onestamente, in grado di dire se e quanto questo titolo aggiunga qualcosa di nuovo al panorama del teatro musicale del Novecento italiano. Il taglio dato da Strehler alla vicenda del povero Gregorio, mutato in scarafaggio, è sicuramente interessante e, oltre che alla critica della società borghese – “non toccare il capitale” – guarda più a una generale condanna dell’atteggiamento della società verso il diverso, escluso e rinchiuso in una stanza sino al punto di rinnegare con lui ogni legame anche di parentela. La musica di Carpi adotta un linguaggio atonale, un’orchestra ricca di percussioni e una scrittura vocale che fa dello Sprechgesang la cifra preminente. Difficile individuare elementi melodici definiti, piuttosto cellule ritmico-timbriche da cui si sviluppa una polifonia dai connotati espressionisti. Il quinto quadro musicato da Salbiati si innesta con una certa naturale continuità in questo materiale sonoro, distinguendosi tuttavia soprattutto nel trattamento della parte vocale con insistite ripetizioni vocaliche e un canto a tratti più melismatico.

Sicuramente, considerando anche il bellissimo allestimento, forte delle scene di Andrea Stanisci, dei costumi di Clelia De Angelis e delle magnifiche luci di Eva Bruno, si tratta di uno spettacolo di grande suggestione ed efficacia, curato nei dettagli dal regista Giorgio Bongiovanni, assistito da Biancamaria D’Amato, che genialmente ripristina la quarta parete, un velario trasparente, in cui si apre, verso la platea, la porta che dà nella camera di Gregorio, così che il pubblico vede quello che il protagonista, collocato in un palco alle sue spalle, vede, venendo, come lui, escluso, costretto al suo ruolo di spettatore passivo, emarginato; l’effetto è straniante, perché, puntando sulla naturale disposizione dei ruoli del teatro, attore/pubblico, rende quest’ultimo protagonista proprio ricostruendo quello che il teatro contemporaneo e le avanguardie avevano abbattuto e cancellato.

Va dato merito all’attenta direzione di Marcus Angius l’avere mantenuto un ritmo narrativo costante che ha evidenziato gli impasti timbrici dell’orchestra, così che l’ascolto, non certo semplice, non risulta mai ostico. Ottimo il cast chiamato a una complessa gestione dello strumento vocale, a partire dal Gregorio di Davide Romeo, di cui si apprezzano il caldo timbro baritonale e una bella emissione, il Padre Alfonso Michele Ciulla, anch’egli baritono di interessante preparazione tecnica, la madre Simone Can Seumeren, voce di mezzosoprano di grande impatto timbrico, l’ottima Antonia Salzano nella parte della Sorella di Gregorio, sino a Davide Peroni, Il gerente e secondo pensionante, Oronzo D’Urso Primo Pensionante/Terza voce di Gregorio, Federica Tuccillo, Seconda Domestica/Seconda voce di Gregorio, Giordano Farina, Terzo Pensionante e Claudia Floris, Prima Domestica.

Il tema della porta che nasconde ciò che non vogliamo vedere e, pertanto, incuriosisce e chiede insistentemente di essere aperta, non poteva che fare cadere la scelta, quale secondo titolo della serata, su uno dei capolavori indiscussi del teatro musicale del Novecento: Il castello del duca Barbablù di Béla Bartók, unica opera del grande compositore ungherese, qui presentata in un nuovo allestimento per la regia di Henning Brockhaus, che cura anche le superbe luci e le scene, in collaborazione con Giancarlo Colis, autore pure dei costumi. Brockhaus coglie appieno tutte le molteplici implicazioni di un testo che, ispirato alla fiaba di Perrault e al dramma del poeta drammaturgo simbolista Maurice Maeterlink – musicato nel 1907 da Paul Dukas, non poteva che affascinare negli anni in cui nella Mitteleuropa trionfava la psicanalisi. I richiami dell’antico mito di Amore e Psyche si fondono così a una lettura che fa del fascino per l’oscuro e per il sangue, lo sfondo a una scoperta della sessualità che reinterpreta il binomio Amore-Morte.

Brockhaus riesce, grazie anche alla collaborazione con la coreografa Valentina Escobar, a trarre il massimo da un testo in cui l’azione è essenzialmente narrata e suggerita dal dialogo dei due protagonisti. Entro lo scorcio di un angolo del Castello – che non a caso è il vero protagonista sin dal titolo – si agitano, dunque, le ombre inquiete che emergono dalle sette porte aperte da Judit durante il lungo gioco erotico condotto con il marito che la porterà alla morte, a diventare lei stessa la quarta donna rinchiusa da Barbablù nella settima stanza: la prima era l’alba, la seconda il mezzogiorno, la terza il tramonto, Judit è la notte eterna, dopo la quale al duca non resta che sdraiarsi in una cassa funeraria predisposta per lui dai fantasmi che animano e percorrono le mura del castello. La sessualità come scoperta e sfida, la curiosità come abbattimento, la conoscenza come morte, l’amore come annullamento: Dov’è la scena: dentro o fuori, uomini e donne? (…) Il mondo è pieno di guerre, ma non è lì la nostra morte, uomini e donne. Ci guardiamo l’un l’altro, raccontiamo la nostra storia, chissà da dove ce la portiamo appresso (…) recita il Bardo nel prologo, l’ottimo Maurizio Zacchigna.

Anche in questo caso il cast supera pienamente la prova: magnifica la Judit di Isabel De Paoli, voce non potentissima, ma ottimamente educata, omogenea nell’estensione e ben proiettata negli acuti, che si segnala anche per le doti di attrice. Perfetto nei panni di Barbablù Andrea Silvestrelli, autentico timbro di basso, capace di sfruttare tutta la gamma dinamica del suo strumento per disegnare un personaggio oscuro, ambiguo, forse malvagio, forse egli stesso soggiogato e vittima della violenza erotica di Judit, attratto dall’amore come luce che lo guidi al di fuori delle tenebre delle sue angosce. Anche in questo caso Marco Angius dirige con mano sicura la densa partitura ottenendo dall’Orchestra del Teatro Verdi, che ritroviamo in gran forma, pianissimi evanescenti ed esplosioni di suono tesissime, che non sovrastano mai, tuttavia, le voci.
Pubblico non numeroso in sala che ha accolto tiepidamente il primo titolo, pur tributando calorosi applausi agli interpreti, e ha salutato con ampi e convinti consensi il secondo. Una bella e coraggiosa chiusura di una stagione che si è segnalata per l’alto livello complessivo delle produzioni.

Teatro Lirico Giuseppe Verdi – Stagione 2023/24

LA PORTA DIVISORIA
Musica di Fiorenzo Carpi
completamento di Alessandro Solbiati
Unico libretto d’opera di Giorgio Strehler
da La metamorfosi di Franz Kafka e su commissione di Victor de Sabata

Gregorio Davide Romeo
Padre di Gregorio Alfonso Michele Ciulla
Madre di Gregorio Simone van Seumeren
Sorella di Gregorio Antonia Salzano
Il gerente/Secondo pensionante Davide Peroni
Primo pensionante/Terza voce di Gregorio Oronzo D’Urso
Seconda domestica/Seconda voce di Gregorio Federica Tuccillo
Terzo pensionante Giordano Farina
Prima domestica Claudia Floris

Orchestra e Tecnici della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Marco Angius
Regia Giorgio Bongiovanni
Scene Andrea Stanisci
Costumi Clelia De Angelis
Luci Eva Bruno
Allestimento del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”

IL CASTELLO DEL DUCA BARBABLU’
Opera in un atto su libretto di Béla Balázs
Musica di Béla  Bartók

Il duca Barbablù Andrea Silvestrelli
Judith, sua moglie Isabel De Paoli
Un bardo Maurizio Zacchigna

Direttore Marco Angius
Regia e luci Henning Brockhaus
Scene Henning Brockhaus/Giancarlo Colis
Costumi Giancarlo Colis
Coreografie Valentina Escobar

Nuovo allestimento della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi 
Trieste, 21 giugno 2024

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