Chiudi

Trieste, Teatro Verdi – Anna Bolena

Condivisioni

Dopo dodici anni, preceduti da un silenzio perdurante dal 1842, che nemmeno i fasti della Donizetti Renaissance nella seconda metà del Novecento hanno saputo spezzare, a dispetto della frequentazione di alcuni dei suoi protagonisti del palcoscenico del teatro triestino, torna al Teatro Verdi Anna Bolena di Gaetano Donizetti, titolo che segna un’importante svolta nella carriera del bergamasco, complici anche il solido libretto di Felice Romani e una compagnia di canto che poteva annoverare nomi quali Giuditta Pasta, Filippo Galli, Giovanni Rubini. Costruita con forme solidamente convenzionali, debitrice ancora, per taluni aspetti, del linguaggio rossiniano, la partitura presenta, tuttavia, tutti i tratti peculiari del Donizetti maturo e pagine che testimoniano il fiorire del suo genio, come, ad esempio, il grande duetto fra Anna e Giovanna del secondo atto e il grande finale. Una delle ragioni che nella seconda metà del XIX secolo dovettero contribuire alla sua progressiva scomparsa dai repertori teatrali, sino a quell’ormai mitico 1957, quanto fu riportata in vita da Maria Callas nell’allestimento di Visconti, con Simionato, Rossi Lemeni e Gianni Raimonidi, non è dunque la qualità della musica, ma la difficoltà nel reperire cinque interpreti di primissimo livello in grado di affrontare la complessa scrittura di Donizetti, artisti in grado di dare la giusta interpretazione a pagine che risentono ancora delle convenzioni dell’epoca e su cui Gavazzeni intervenne con pesanti tagli, in quella storica ripresa scaligera, per rispondere alle richieste di un gusto più prossimo alle esperienze del primo novecento che attento alle spinte filologiche.

Va dato merito al Teatro Verdi di Trieste di essere riuscito in questa impresa non facile e di avere offerto al pubblico uno spettacolo coinvolgente e di alto livello. La prima scelta vincente è stata quella di puntare su un allestimento ormai storico, quello del compianto Graham Vick, ripreso da Stefano Trespidi, che grazie alle belle scene e magnifici costumi di Paul Brown, rilegge in chiave psicologica la vicenda di Anna, calandola in un XVI secolo stilizzato eppure riconoscibile, non solo nell’iconografia generale, ma anche nell’impianto shakespeariano della scena del ruolo assegnato al coro. Pare che la regina eponima non fosse così innocente come la vorrebbe il Romani, il quale deve pure riconoscere che, al momento delle nozze con Enrico VIII, ella fosse già sposata con Percy. Tutti i protagonisti vengono pertanto riletti da Vick in una doppia dialettica eros – ambizione e colpa – punizione. Al netto di alcune scene che appaiono poco chiare o gradevoli (la teoria di comparse che raffigurano Anna in diversi momenti della sua vita durante l’Overture; certe allusioni sessuali nel duetto Enrico – Giovanna), lo spettacolo non mostra segni di cedimento, né nel corso della serata, né, tanto meno, al corso del tempo, configurandosi come esempio di consapevole rilettura registica rispettosa dell’Autore anche quando vi si discosta.

Francesco Ivan Ciampa dirige con mano sicura la partitura, eseguendola nella sua quasi totale interezza, con tutti i “da capo”, eliminando solo poche battute qua è là e dimostrandosi capace di trarre dall’Orchestra del Teatro Verdi il meglio di sé. Eccellente l’agogica, anche quando sceglie di staccare un tempo forse più mosso del consueto nell’aria di Smeton, fraseggia in maniera superba, mantenendo il giusto equilibrio con le voci e infondendo a ogni passaggio e accordo il significato e il ruolo che Donizetti gli attribuisce: alcune pagine, e talora proprio quelle maggiormente convenzionali, sono state addirittura illuminanti e se molti sono gli esempi che si potrebbero citare in un’esecuzione che non ha segnato una singola caduta di tensione, vorrei ricordare solo la magnifica resa dei cori del secondo atto, complice l’ottimo Coro del Teatro Verdi diretto da Paolo Longo, o la cura nella resa del disegno armonico delle parti orchestrali nell’introduzione alla scena finale.

Salome Jicia disegna un’Anna Bolena fedele alle intenzioni della regia, divisa fra l’amore per Percy e l’ambizione che l’ha portata alla rovina. Dotata di un bel timbro, che tende tuttavia a inasprirsi negli estremi acuti, può vantare delle mezze voci e dei pianissimi di grande suggestione che le consentono di cesellare e sottolineare la malinconia che pervade il personaggio. Soggiogante nelle pagine più liriche, a partire da “Come innocente giovane” sino alla sublime “Al dolce guidami”, domina anche quelle drammatiche, come la perorazione finale “Coppia iniqua”, sebbene le manchi a tratti quell’innata regalità che traspare dal testo musicale. È, tuttavia, una prova maiuscola la sua, che ha nel grande duetto centrale “Seymour a me ritorni” uno dei suoi momenti migliori, accanto all’ottima Giovanna di Laura Verrecchia. Voce scura ed estesa, tecnica solida, Verrecchia offre una recita in continua crescita, disegnando una donna la cui ambizione domina e soffoca ogni altro dilaniato sentimento: appassionata nel duetto con Enrico VIII, sa trovare i giusti accenti per rendere le mutevoli emozioni che pervadono Giovanna nell’incontro con Anna e risolve ottimamente la sua aria “Per questa fiamma indomita”, con più che buona resa dei virtuosismi.
Accanto alle due prime donne e autentica rivelazione della serata, è la prova eccellente di Marco Ciaponi nel ruolo di Percy a cui rende la giusta dignità vocale sin dal suo ingresso in scena. Ciaponi accoglie la lezione belcantista e disegna un personaggio autenticamente romantico nelle dinamiche che trova nel corso dell’esecuzione. Ottimo fraseggio, vario ed elastico, facile della salita all’acuto e al sopracuto, è perfetto nella resa di quelle oasi cantabili che Donizetti crea nel corso dei recitativi, quando la melodia pare dispiegarsi in un’aria; risolve del resto ottimamente i pezzi chiusi che il bergamasco gli riserva e sa trovare accenti illuminanti, come dell’aria “Vivi tu”, dove nella seconda frase quel il “tu” è significativamente marcato. Riccardo Fassi, basso cantabile, è quanto di meglio si possa pensare per Enrico VIII: accanto a doti vocali di grande qualità, forte di un timbro da autentico basso, caldo e omogeneo in tutta la tessitura, dotato di una solida tecnica che gli permette di superare i virtuosismi della parte, Fassi crea un personaggio sfaccettato, altalenante sotto gli impulsi del potere, dell’onore offeso, di una passione ardente e volubile. Una grande prova, accanto a cui si pone anche quella di Veta Pilipenko nel ruolo en travesti di Smeton. Già apprezzata in Lucrezia Borgia, si conferma cantante e interprete di interesse, che rende giustizia a questa parte, eseguita qui nella sua interezza non affatto secondaria, sia per il ruolo giocato nella vicenda, che per le pagine che Donizetti le riserva. Nicolò Donini nella parte di Lord Rochefort e Andrea Schifaudo in quello di Sir Hervey, completano degnamente questo cast che si segnale per omogeneità e l’alto livello, attestato anche dalla calorosissima accoglienza del pubblico che ha tributato festosi e copiosi applausi.

Teatro Verdi – Stagione 2023/24
ANNA BOLENA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Anna Bolena Salome Jicia
Lord Riccardo Percy Marco Ciaponi
Giovanna di Seymour Laura Verrecchia
Enrico VIII Riccardo Fassi
Smeton Veta Pilipenko
Lord Rochefort Nicolò Donini
Sir Hervey Andrea Schifaudo

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del Coro Paolo Longo
Regia Graham Vick
Regista collaboratore Stefano Trespidi
Scene e costumi Paul Brown

Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Trieste, 19 gennaio 2024

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino