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Torino, Teatro Regio – Le villi

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L’opera di esordio di Giacomo Puccini, Le villi, andata in scena ieri sera al Teatro Regio di Torino in un nuovo allestimento, ebbe una gestazione travagliata. La partitura, concepita dopo che il giovane compositore lucchese si era diplomato al Conservatorio di Milano, venne scartata dal concorso bandito dall’editore Sonzogno. La commissione non la considerò della ben che minima attenzione, ma lo scrittore scapigliato Ferdinando Fontana, autore del libretto, non si diede per vinto e si impegnò perché il mondo milanese non perdesse l’occasione di ascoltarla. Con l’avvallo di alcuni sostenitori vicini a casa Ricordi, l’opera vide la luce al Teatro Dal Verme di Milano nel maggio del 1884 con successo enorme. Lo stesso Giuseppe Verdi, pur apprezzandola, la ritenne troppo “sinfonica”, tanto che Puccini riprese in mano la partitura e la aumentò di un atto, che da unico si estese a due, con l’aggiunta della pagina di Anna, “Se come voi piccina”, e della scena drammatica di Roberto del secondo atto. In questa versione l’opera venne accolta al Teatro Regio di Torino nel dicembre dello stesso anno. Ma non finisce qui.

Puccini, per la prima comparsa dell’opera alla Scala, che ebbe luogo un mese dopo l’esecuzione torinese, aggiunse l’aria forse oggi più famosa dell’opera, la romanza di Roberto, “Torna ai felici dì”, oasi lirica di venatura nostalgica incuneata all’interno della suddetta scena drammatica in cui il tenore torna pentito da Anna, la fidanzata precedentemente abbandonata al paesello per recarsi a Magonza a causa di questioni d’eredità, dove viene sedotto da un’altra donna dimenticando così l’amata che muore di dolore per l’abbandono. Nel frattempo il padre di Anna, Guglielmo Wulf, invoca per vendetta una antica diceria per la quale “v’è nella Selva Nera una leggenda/che delle villi la leggenda è detta/ e ai spergiuri d’amor suona tremenda./Se muor d’amore qualche giovinetta/nella selva ogni notte la tregenda/viene a danzare, e il traditor vi aspetta;/poi, se l’incontra, con lui danza e ride/e, colla foga del danzar, l’uccide” (testo omesso nella esecuzione torinese per le ragioni che diremo più avanti). Così infatti avviene, perché Roberto, corroso dai rimorsi, torna al villaggio, desideroso di riabbracciare la sua amata, ma si imbatte nel di lei fantasma; le si avvicina ma viene subito preso dal vortice di una danza mortifera di creature, le villi appunto, che lo portano a ballare fino allo sfinimento, mentre lo spettro di Anna, appunto morta per amore, può finalmente trovare pace. Di quest’opera-balletto, che riflette il gusto di un’epoca scapigliata dentro la quale l’opera italiana della seconda metà dell’Ottocento incontrava i soggetti del Romanticismo tedesco, si conoscono soprattutto i passi sinfonici, come quello bellissimo che apre il secondo atto, strutturato in due parti (“L’abbandono” e la celebre “Tregenda”), entrambe precedute da un testo esplicativo declamato da un narratore (idea assai bizzarra e antidrammatica), mentre al centro un coro esterno di donne accompagna il corteo funebre di Anna. Eppure se i passaggi di danza virano verso il gusto e le influenze francesi, il melodismo resta sempre e comunque l’involo più caratterizzante dell’impianto dell’opera, con una pagina come quella del baritono del secondo atto, di struttura quasi tradizionale, con il recitativo “No! Possibil non è che invendicata” seguito dall’aria “Anima santa della figlia mia”, per non parlare della già citata romanza aggiunta del tenore “Torna ai felici dì”, cuore lirico di una scena in cui Roberto rammenta i passati giorni lieti trascorsi con Anna, quando la malinconia prende il sopravvento prima che l’alta temperatura drammatica abbia culmine, dopo la disperata preghiera “O sommo iddio – del mio cammino”, nel momento in cui inveisce contro la “cortigiana vile” che lo ha traviato maledicendola.

Inutile dire che questa breve opera, dalla gestazione così tormentata e dapprima nata sotto cattiva stella, fu l’indubbio trampolino di lancio per la carriera futura di Puccini, una sorta di passaporto contenente quelle credenziali melodiche e di scrittura strumentale che il Teatro Regio non si è fatto sfuggire proponendola come autentica chicca all’interno dell’articolato percorso dedicato all’anno del centenario della morte del compositore lucchese nella stagione in corso. Quindi, dopo La rondine e La fanciulla del West, prima che il cartellone si concluda a giugno con il Trittico, Le villi va in scena nel nuovo allestimento firmato dalla regia di Pier Francesco Maestrini. Ed è veramente uno spettacolo splendido, una gioia per gli occhi, ricco di accurate suggestioni visive che, con l’avvallo delle scene di Guillermo Nova (autore anche delle proiezioni) e i costumi di Luca Dall’Alpi, vedono anche il contributo essenziale delle coreografie firmate da Michele Cosentino. La Foresta Nera germanica si trasforma in un prezioso contenitore scenico di vago sapore vittoriano, con costumi che ricordano l’epoca stessa in cui l’opera nacque anche se, con mano felice, gli autori dello spettacolo riescono a evocare il contesto naturale delle grandi foreste utilizzando ad arte proiezioni e non rinunciando per nulla alla dimensione magica e fantastica tratta dal racconto di Alphonse Karr, Les Willis, al quale il libretto si ispira connotandole in maniera quasi gotica o granguignolesca, soprattutto nel finale, quando le villi accerchiano Roberto, lo legano e gli si avventano addosso facendo il suo corpo a brandelli come fosse un Orfeo smembrato dalle Baccanti, non prima di avergli strappato il cuore per consegnarlo al fantasma di Anna, spettatrice trionfante dinanzi al rito sacrificale. Per il resto, l’impianto scenico regala un primo atto coloratissimo: una esplosione di fantasiosi, quasi sognanti fondali fioriti che fanno da corona a un padiglione-giostra e a costumi davvero preziosi; un eden naturalistico primaverile quasi onirico, da quadro fantasy. Ad apertura del secondo atto poi, dopo il rito funebre di Anna in puro stile gotico-romantico, alla tregenda forestale che vede il ballo delle villi al chiaro di luna si sostituisce una stanza dominata da una cornice inclinata che regge una tela raffigurante un nudo femminile, mentre tutto attorno danze peccaminose fanno da contorno all’“orgia oscena” verso la quale Roberto è stato attratto dalla sirena tentatrice a Magonza. Viene così sacrificata parte del testo originale pronunciato dalla voce narrante, proprio per dar modo allo spettacolo di mettere in evidenza il voluto contrasto fra il dolore che porta Anna al “sonno eterno” per essere stata tradita e la rete peccaminosa dalla quale è stata attratto il suo amato, il cui pentimento diviene rimorso personificato in punizione infernale.

Anche la parte musicale regala belle sorprese. Non è facile per il direttore trovare gli ingredienti musicali giusti per condire l’opera delle atmosfere che la caratterizzano. Riccardo Frizza non valorizza solo il coté sinfonico con i coloriti vividi che gli sono propri ma, quanto occorre, anche la vibrante dinamica teatrale di passaggi carichi di passionalità sofferta e incompiuta, sopita nel ricordo o nel rimorso. Valorizza l’ammaliante cantabilità del breve Preludio, avvolgendolo in un involucro setoso e carezzevole, sa poi ben connotare l’atmosfera gioiosa di inizio d’opera, con i cori festosi che inneggiamo al fidanzamento fra Anna e Roberto, e regala un bel respiro al concertato di addio a Roberto che conclude il primo atto. La densa e lussureggiante orchestrazione che apre il secondo trova un rilievo equilibrato, senza eccessi sonori nel richiamare la vena magica che caratterizza il momento, mentre alla già citata scena drammatica in cui Roberto rimembra nostalgicamente la felicità passata per poi maledire la donna che lo ha portato alla rovina affettiva viene donata la giusta alternanza fra il lirismo della romanza e il declamato che lo distoglie del ricordo dei giorni felici per cedere alla furia della maledizione fino a un finale in cui, dopo il delirante e straziante incontro con il fantasma della sua innamorata, l’opera si conclude come una corsa disperata verso la morte, come una ridda sabbatica, un convulso girotondo infernale che Frizza accompagna con rapinosa presa teatrale, avvalendosi di una Orchestra che gli risponde con puntuale attenzione e di un Coro, istruito da Ulisse Trabacchin, qui in ottima evidenza.

Anello debole della serata è il cast vocale. Roberta Mantegna, Anna, trova i giusti accenti grifagni pertinenti alla scena conclusiva dell’opera, ma il timbro asprigno la vede in difficoltà nell’aria del primo atto, privata del giusto rilievo espressivo e della gradevolezza timbrica necessaria a un canto dalle espansioni liriche da plasmare sulla parola con più morbidezza. Il tenore Azer Zada, nei panni di Roberto, non riesce a proiettare la voce per evidenti limiti tecnici. Sceglie la via più saggia, quella di non forzare e di liricizzare quando più gli è possibile la linea, ma la voce resta chiusa in gola, si opacizza e si svuota di suono, con evidenti segni di fatica soprattutto nella scena drammatica e romanza del secondo atto. Delude anche Simone Piazzola, Guglielmo Wulf, il cui timbro resta bello e per natura nobile, ma l’emissione si sbianca e perde il controllo in acuto, così che la sua aria resta una occasione sprecata.
Con un cast migliore lo spettacolo sarebbe entrato nella antologia delle migliori proposte di questa opera pucciniana sulle scene, eppure il successo finale c’è stato e anche sincero per tutti.

Teatro Regio Torino – Stagione 2023/24
LE VILLI
Opera in due atti
Libretto di Ferdinando Fontana
Musica di Giacomo Puccini

Anna Roberta Mantegna
Roberto Azer Zada
Guglielmo Wulf Simone Piazzola

Orchestra e Coro del Teatro Regio Torino
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Pier Francesco Maestrini
Scene Guillermo Nova
Costumi Luca Dall’Alpi
Coreografie e assistente alla regia Michele Cosentino
Luci Bruno Ciulli
Assistente ai costumi Laura Viglione
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 19 aprile 2024

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