Torino, Teatro Regio – La fanciulla del West

Dopo Un ballo in maschera diretto da Riccardo Muti riprende, con un nuovo allestimento de La fanciulla del West, l’ampio e articolato omaggio che il Teatro Regio di Torino dedica all’anno del centenario di Giacomo Puccini. A firmarlo è una regista controversa. Di lei si ricordano spettacoli assai discussi, come Simon Boccanegra messo in scena al Festival Verdi e La favorite al Teatro Donizetti di Bergamo che ha pure ricevuto, invero inspiegabilmente, il Premio Abbiati. Ora la regista argentina è alle prese con un titolo che mai ha goduto della popolarità toccata alle precedenti opere di Puccini, eppure segna il passo di un compositore che riprende a ricomporre dopo i diversi anni di silenzio seguiti a Madama Butterfly, consapevole di come la modernità corresse troppo avanti sulla sua strada ancora legata a una concezione di teatro musicale all’“italiana” che lo poneva dinanzi a troppi interrogativi. Finalmente decide di rimettersi all’opera accettando l’invito del Metropolitan di New York e sceglie un soggetto americano, ambientato nel vecchio West. La metropoli statunitense lo accoglie con tutti gli onori, ma quando l’opera va in scena per la prima volta nel 1910 Puccini sembra non essere più se stesso. I suoi detrattori continuano ad attaccarlo, mentre chi lo ama non si riconosce più in una musica che segna l’azione e cerca di tenere passo al dialogo con meno sfogo melodico rispetto alla produzione antecedente. È un linguaggio nuovo il suo e i tempi stessi in cui l’opera nasce avevano già visto, anche se in forma embrionale, la nascita del cinema.

Proprio da qui parte la visione registica che Valentina Carrasco dona allo spettacolo, con le belle scene disegnate da Carles Berga e Peter van Praet e i costumi di Silvia Aymonino, memore delle suggestioni cinematografiche suscitate dai film western, ma non quelli all’americana bensì all’italiana firmati da Sergio Leone, che videro la nascita della collaborazione fra il regista ed Ennio Morricone, autore delle colonne sonore delle sue pellicole. Con scrupolo e, qua e là, con una punta d’ironia, Valentina Carrasco pensa appunto a quest’opera come se nascesse dal set di un western all’italiana, con il backstage e gli ambienti stessi dove si svolge la vicenda dell’opera di Puccini ricostruiti in miniatura scenica e all’interno dei quali cineprese mobili entrano in azione per riprendere, ciak dopo ciak, ogni quadro e per fissare i particolari più significativi della narrazione proiettati su uno schermo che li mostra al pubblico. Ad apertura di sipario, nella “Polka” gestita da Minnie, l’idea registica che dà fondamento al tutto è subito evidente; non è neanche delle più originali perché già sfruttata dalla regista argentina per una Tosca realizzata due anni fa allo Sferisterio di Macerata. La sua bravura sta nello svilupparla, atto dopo atto, integrando l’agire delle cineprese con l’azione senza che venga mai a scontrarsi con la drammaturgia dell’opera disturbandola con distrazioni, magari col rischio di sdoppiarla, anzi ne potenzia la forza quando sul grande schermo vengono riprese, nel secondo atto, le gocce di sangue di Johnson ferito che colano sulla mano dello sceriffo, o quando la partita a carte viene filmata dalla cinepresa nei particolari che, anche in musica, creano quella tensione che lo spettacolo mostra di ben cogliere in relazione col piano cinematografico. La fanciulla del West diventa quindi un gioco fra teatro e cineprese che ne riprendono l’azione in maniera metateatrale avvincente, senza rinunciare a nulla di quello che prevedono allestimenti più realistici, come la nevicata esterna alla casa di Minnie, provocata da una macchina spara neve, o la grande foresta che nel finale dell’opera si schiude alla visione delle montagne verso le quali Minnie e Dick Johnson si dirigono, ormai salvi, accompagnati da fughe prospettiche cinematografiche, mentre durante la passerella degli applausi finali scorrono sullo schermo i titoli di coda del film del quale il pubblico ha appena assistito alle riprese in presa diretta. Ecco l’esempio di uno spettacolo in cui tradizione e innovazione si danno la mano prendendo le mosse da un’idea certo lontana dalla scontata immagine di un West naturalistico e da carolina illustrata, senza che tuttavia la narrazione perda in comprensibilità, o peggio diventi, come spesso capita, un giocattolo nelle mani del regista.

Il descrittivismo cinematografico fluido e avvincente che questo percorso registico realizza senza rinunciare a una spruzzata di godibile humour non sempre può contare su una bacchetta parimenti ispirata. Francesco Ivan Ciampa conosce certo assai bene le regole del gioco musicale pucciniano, ma in questa occasione, alla sua prima direzione della Fanciulla del West, porta l’Orchestra del Regio, comunque sempre impeccabile, a suonare un po’ troppo forte, privandola di quella pulsazione tesa e carica di suspence che dovrebbe essere elemento costante della partita a poker, o di momenti in cui gli involi appassionati e sentimentali possano esprimersi con maggior convinzione espressiva. La fanciulla del West è partitura dove i contrasti vanno pesati col contagocce e l’orchestra, ricchissima e spesso vulcanica, deve sapersi aprire a squarci nostalgici (si pensi al canto del cantastorie Jack Wallace) o a slarghi febbrili variando i colori ed evitando di uniformarli in un magma sonoro all’interno del quale talvolta si stenta a distinguere la diversificazione dei piani espressivi della partitura.

La compagnia di canto ha nel soprano americano Jennifer Rowley una Minnie dalla voce lirica debole nei centri, spesso sovrastata dall’orchestra, e con acuti alquanto problematici. A suo favore giocano il buon temperamento e un canto di conversazione apprezzabile, non sufficienti a rendere la sua prova soddisfacente.
All’opposto, il tenore Roberto Aronica, che più volte si è apprezzato nei panni di Dick Johnson, oltre a una presenza scenica adeguata e a una sicurezza invidiabile su tutta la gamma, sfoggia acuti che prendono corpo e danno la sensazione di una solidità di tenuta anche quando la declamazione si fa martellante in pagine come “Or son sei mesi”, senza però che l’accento diventi autenticamente bruciante e gagliardo, o si colori di involo coinvolgente e appassionato in un “Ch’ella mi creda” monocromatico per la scarsa attrattiva di un timbro sugheroso e talvolta opaco. Eppure è un professionista affidabile, come lo è Gabriele Viviani, voce baritonale piena e timbrata, che non commette l’errore di trasformare Jack Rance nella caricatura dell’antagonista cattivo, svilendone quindi la fisionomia scenica in senso univoco.
Tutte le parti di fianco formato un team perfetto, con punte di qualità rilevabili nel Jake Wallace di Gustavo Castillo e nel Sonora di Filippo Morace, affiancati dai non meno validi Francesco Pittari (Nick), Paolo Battaglia (Ashby), Cristiano Olivieri (Trin), Eduardo Martínez (Sid), Alessio Verna (Bello e Harry), Enrico Maria Piazza (Joe), Giuseppe Esposito (Happy), Tyler Zimmerman (Larkens), Ksenia Chubunova (Wowkle), Adriano Gramigni (José Castro) e Alejandro Escobar (Un postiglione) affiancati dal sempre ottimo Coro del Teatro Regio istruito da Ulisse Trabacchin.
Successo finale per una produzione dagli indubbi e originali meriti registici. [Rating:3.5/5]

Teatro Regio Torino – Stagione 2023/24
LA FANCIULLA DEL WEST
Opera in tre atti
Libretto di Guelfo Civinini Carlo Zangarini
Musica di Giacomo Puccini

Minnie Jennifer Rowley
Jack Rance Gabriele Viviani
Dick Johnson (Ramerrez) Roberto Aronica
Nick Francesco Pittari
Ashby Paolo Battaglia
Sonora Filippo Morace
Trin Cristiano Olivieri
Sid Eduardo Martínez*
Bello e Harry Alessio Verna
Joe Enrico Maria Piazza*
Happy Giuseppe Esposito
Larkens Tyler Zimmerman*
Wowkle Ksenia Chubunova*
Jake Wallace Gustavo Castillo
José Castro Adriano Gramigni
Un postiglione Alejandro Escobar

*Artista del Regio Ensemble

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Ulisse Trabacchin

Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga e Peter van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Direttore della fotografia Gianluca Mamino
Luci Peter van Praet
Assistente alla regia Lorenzo Nencini
Assistenti alle scene Chiara La Ferlita
Assistente ai costumi Agnese Rabatti
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 22 marzo 2024