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Torino, Teatro Regio – Il Trittico

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Giacomo Puccini concepì i tre titoli che formano Il Trittico in forma unitaria. Per quanto sia ormai invalsa la scelta di rappresentare singole opere che lo compongono accostandole ad altre, il Teatro Regio di Torino, per proseguire l’articolato omaggio dedicato nel cartellone che così si conclude e ha riservato un ampio omaggio al compositore toscano nell’anno del suo anniversario (anche se in autunno ci sarà ancora Manon Lescaut, nell’ambito del progetto delle tre Manon), ha deciso di proporre Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi in un’unica serata. Per farlo si è affidato a un allestimento che già fece notizia quando nacque sulle scene della Monnaie di Bruxelles, affidato alla regia del tedesco Tobias Kratzer (ripresa da Ludivine Petit), con scene e costumi di Rainer Sellmaier (ripresi da Clara Hertel).

I tre singoli spettacoli, come si legge nelle note di regia, descrivono un mondo contemporaneo che si è frantumato in tante realtà parallele, seppure fra loro diverse. L’unico modo per collegare il verismo crudo, intenso e passionale di Tabarro con il lancinante dolore espresso dai desideri svaniti nell’oppressione delle mura conventuali di Suor Angelica e con l’amaro sarcasmo della beffa di Gianni Schicchi è trovare un filo conduttore che presenti i temi distinti come “tre atti che si sognano a vicenda”. Non è facile farlo, ma Kratzer ci riesce individuando un filo conduttore fra i titoli senza che, per questo, gli spettacoli appaiano forzatamente uguali l’uno con l’altro.

Per Il tabarro la scena, ambientata nella zona portuale di una città contemporanea, è divisa in quattro parti, come se si vedesse l’esterno e l’interno della barcone, con camera da letto freddamente metallica e magazzino dove si consuma il dramma del duplice omicidio, con il fondale dei cantieri navali e i grattacieli illuminati da un cielo rosso sangue. Uno schermo televisivo proietta ciò che poi Michele vedrà in Gianni Schicchi interpretandone il protagonista. L’immagine di questa scena suddivisa in riquadri fa pensare alle pagine di un fumetto pulp, il medesimo che le suore si passano per mano sfogliandolo vogliosamente in Suor Angelica. Qui la scena si svuota completamente e, sul fondo, a far la parte del leone sono i video assai accurati di Manuel Braun che ingigantiscono lo svolgersi della vita conventuale. Il fumetto che narra la vicenda di Tabarro diviene come il simbolo del peccato, del desiderio di trasgredire a regole che la vita monacale impone. Gli stessi video mostrano suore che lottano invano contro la bulimia o una Zia Principessa che, implacabile come non mai, con occhiali neri griffati e borsetta alla moda, impone a Suor Angelica la firma del contratto di eredità e, dopo averle annunciato insensibilmente la morte del figlioletto, esce di scena frettolosamente, con glaciale noncuranza. A Suor Angelica, annientata dal dolore, non resta che avvelenarsi e il miracolo, ultimo dei capitoli visivi con il quale i video suddividono come fa il libretto stesso la vicenda, mostra il fumetto che viene buttato in un caminetto acceso dal quale accidentalmente prende fuoco il convento; nel frattempo Suor Angelica, mentre espia i suoi peccati in questo rogo onirico, vede in sogno il suo bimbo. Si arriva poi a Gianni Schicchi, dove il regista chiude le fila dei collegamenti e dei rimandi, trasformando la vicenda in una sorta di reality show con tanto di pubblico che assiste alla pantomima iniziale di Buoso Donati, quando, mentre sente in disco il finale di Suor Angelica e decide di modificare il testamento per i suoi parenti inserendolo all’interno della custodia dell’LP (dove verrà trovato da Rinuccio), viene colpito da un infarto e muore. Tutto il resto avviene in diretta, come se la vicenda avvenisse in uno studio televisivo che registra tutto ciò che Michele del Tabarro aveva già visto dallo schermo televisivo accesso con un telecomando nella sua chiatta. In scena c’è anche una jacuzzi dove i parenti si immergono fra le schiume, sguazzandoci contenti perché convinti di modificare a loro favore, grazie a Schicchi, il testamento che li penalizza. Tali parallelismi fra le tre opere sono chiari e netti, offrono spunti di collegamento fra i personaggi, così che Michele, da padrone del barcone in Tabarro, vede nel protagonista dello Schicchi una sorta di rude e volgare eroe della nuova classe operaia arricchita, quello che forse vorrebbe essere lui stesso. Tutto ciò avviene con la piena consapevolezza registica che questi parallelismi possono esistere solo creando, visivamente e drammaturgicamente, dei rimandi all’interno di vicende tanto diverse. Riuscirci è un atto di coraggio, ma anche sinonimo di un tocco di genio registico che non può essere negato agli autori dell’intera operazione. Si potrà poi discutere, forse anche all’infinito, se una scelta sia preferibile all’altra, ma la forza di questo Trittico sta proprio nell’aver saputo individuare, in contesti scenici dissimili, un filo conduttore trovato, per usare parole del regista stesso, con “mezzi poetici”, senza per questo rovinare il realismo delle vicende.

Se lo spettacolo regala spunti di riflessione, la parte musicale e vocale procede a corrente alternata. Stupisce che un direttore di grande esperienza come Pinchas Steinberg, seppur sostenuto da una Orchestra del Teatro Regio in ottima forma, persegua ostinatamente il denominatore comune di tempi lenti, allargati talvolta a dismisura. Tutto questo, se depone a sfavore della tensione necessaria al Tabarro, in Suor Angelica offre spunti interessanti al clima di disagio esistenziale della vita del convento, alla inesorabile atarassia emotiva della Zia Principessa e alla commossa disperazione della protagonista, mentre in Gianni Schicchi ritmo e teatralità vengono alquanto appiattiti, con assiemi fra i parenti che risentono di alcuni scollamenti probabilmente correggibili nel corso delle repliche.

Veniamo al cast, che può contare sull’esperienza e la tenuta artistica solida di Roberto Frontali, che in Tabarro è un Michele di levatura scenica superiore oltre che vocalmente in grande forma come dimostra nell’aria “Nulla!…Silenzio!…, così come nello Schicchi, seppure meno persuasivo, appare comunque protagonista incisivo e attento alla parola. Non gli è da meno, in Suor Angelica, l’implacabile freddezza della Zia Principessa di Anna Maria Chiuri, che trasforma questa parte in un’icona della sua arte di interprete, capace di piegare la voce plasmandola sulla parola e adagiandosi sui tempi allargati che le vengono offerti da Steinberg per farli vivere in musica come sordo riflesso del significato drammatico; non servono gesti, basta dare al canto il giusto peso e accento per fare di questa sua interpretazione una creazione che continua a essere di riferimento, anche per intensità vocale. Rimanendo nell’ambio dei cantanti già affermati, non si può tacere della rilevanza donata alla Badessa dal bel timbro di Monica Bacelli, o mancare di stupirsi dinanzi alla inossidabile carica attoriale oltre che alla capacità con cui l’intramontabile (incredibile e dirsi, ultra ottantenne), quasi leggendaria Elena Zilio (Zita) costruisce un canto-parlato che inonda la sala di suono.

Una volta messe in risalto le eccellenze dei tre cast, va lodata anche la schietta tenorilità di Matteo Mezzaro, che regala un Rinuccio incisivo ma anche sonoro, che potrebbe osare di più se la bacchetta glielo concedesse, ma è un ottimo elemento, così come il Luigi di Samuele Simoncini, in Tabarro, ha squillo di vago sapore “delmonacheggiante” anche se talvolta costretto, pur se gli esiti complessivi sono eccellenti, a contenere fin troppo i suoni.
Delude invece Elena Stikhina, una Giorgetta di limitato spessore espressivo, che tenta il riscatto in Suor Angelica, dove è protagonista. La voce ha certo meriti in termini timbrici, ma è troppo leggera e risente di evidenti durezze in acuto. Il suo “Senza mamma”, poi, è cantato senza alcuna emozione, conformato a un mezzoforte privo di colori e senza anima. Migliore, nello Schicchi, è la Lauretta di Lucrezia Drei, che regala un “O mio babbino caro” forse non memorabile, ma certo assai ben cantato.
Siccome le locandine delle tre opere sono nutrite di parti secondarie che, come si sa, hanno compiti importanti, si apprezza il bel rilievo che Annunziata Vestri dona a una Frugola di asciutta concretezza vocale e scenica, così come si mette in luce come Suora zelatrice. Più che lodevole anche l’apporto di Roberto Covatta, attorialmente sempre presente a se stesso come Tinca in Tabarro e poi come Gherardo in Gianni Schicchi dove si ammirano anche il Simone di Gianfranco Montresor, la Nella di Irina Bogdanova, il Gherardino di Ludovico Longo, il Betto di Signa di Tyler Zimmerman, il Marco di Andrés Cascante, la Ciesca di Tineke Van Ingelgem, il Maestro Spinelloccio di Roberto Accurso, il Pinellino di Lorenzo Battagion e il Guccio di Alessandro Agostinacchio.
Tutti contribuiscono al buon risultato di una serata di successo, purtroppo terminata a notte fonda per un inconveniente tecnico al palcoscenico che ha ritardato di quasi un’ora l’inizio dello Schicchi. Il pubblico, già presente in sala fin dall’inizio dello spettacolo a ranghi ridotti (talune assenze sono forse imputabili al ponte di San Giovanni del 24 giugno, patrono di Torino), si è quindi ulteriormente assottigliato nel corso di una serata conclusasi con i riconoscimenti dovuti al risultato di un Trittico complessivamente ben riuscito.

Teatro Regio – Stagione 2023/24
IL TRITTICO
Musica di Giacomo Puccini

IL TABARRO
Libretto di Giuseppe Adami

Michele Roberto Frontali
Luigi Samuele Simoncini
Giorgetta Elena Stikhina
La “Frugola” Annunziata Vestri
Il “Tinca” Roberto Covatta
Il “Talpa” Gianfranco Montresor
Una giovane amante Lucrezia Drei
Un giovane amante Matteo Mezzaro
Un venditore di canzonette e Voce di tenorino Enrico Maria Piazza*
Voce di sopranino Irina Bogdanova*

SUOR ANGELICA
Opera in un atto di Giovacchino Forzano

Suor Angelica Elena Stikhina
La Zia Principessa Anna Maria Chiuri
La suora infermiera e La maestra delle novizie Tineke Van Ingelgem
La suora Zelatrice Annunziata Vestri
Suor Genovieffa Lucrezia Drei
La badessa Monica Bacelli
Suor Osmina Annalies Kerstens
Una novizia e Prima conversa Emma Posman
Suor Dolcina e Seconda conversa Ksenia Chubunova*
Prima sorella cercatrice Irina Bogdanova*
Seconda sorella cercatrice e Seconda suora Daniela Valdenassi
Prima suora Caterina Borruso
Terza suora M. Lourdes R. Martins

GIANNI SCHICCHI
Opera in un atto di Giovacchino Forzano

Gianni Schicchi Roberto Frontali
Lauretta Lucrezia Drei
Zita Elena Zilio
Rinuccio Matteo Mezzaro
Gherardo Roberto Covatta
Nella Irina Bogdanova*
Gherardino Ludovico Longo
Betto di Signa Tyler Zimmerman*
Simone Gianfranco Montresor
Marco Andres Cascante*
La Ciesca Tineke Van Ingelgem
Maestro Spinelloccio Roberto Accurso
Pinellino Lorenzo Battagion
Guccio Alessandro Agostinacchio
Buoso Donati Riccardo Mattiotto

*Artista del Regio Ensemble

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Maestro del coro di voci bianche Claudio Fenoglio

Regia Tobias Kratzer
Ripresa dalla regia Ludivine Petit
Scene e costumi Rainer Sellmaier
ripresi da Clara Hertel
Luci Bern Purkrabek
riprese da Gianni Bertoli
Video Manuel Braun
Collaboratori ai video Jonas Dahl, Janic Bebi
Assistente alla regia video Matthias Piro
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
in coproduzione con Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles
Torino, 21 giugno 2024

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