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Torino, Teatro Regio – Don Pasquale

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Incastonato fra il nuovo allestimento de La rondine, primo fra i molti omaggi che il Teatro Regio rende all’anniversario di Puccini nella stagione in corso, e il ritorno a Torino di Riccardo Muti per l’attesissimo Un ballo in maschera, questo Don Pasquale di Donizetti sembrerebbe uno spettacolo di transizione, per di più non nuovo ma risalente al lontano 1988, quando Ugo Gregoretti lo pensò con scene e costumi di Eugenio Guglielminetti proprio per il palcoscenico del Regio. Allora cantarono Enzo Dara, Alessandro Corbelli e Luciana Serra, diretti da Bruno Campanella. Lo spettacolo venne ancora ripreso nel 2009, con Michele Mariotti sul podio e il debutto nel ruolo del titolo di Roberto Scandiuzzi. A quindici anni di distanza, viene oggi rimontato fedelmente da Riccardino Massa.

Gli anni passano, eppure la singolarità visiva di questo allestimento non pare impolverata dal tempo. Un limite può essere quello della troppa folla che c’è per le vie di una Roma papalina di cartapesta che prende vita dai disegni litografati del pittore francese ottocentesco Antoine Jean-Baptiste Thomas; una Roma ricca di particolari architettonici e scene di vita vissute nelle strade capitoline di quel tempo. Sul palcoscenico c’è veramente di tutto: scene e controscene, popolani, buffi servitori, lavandaie che fanno il bucato in un canale che divide la scena, preti e turisti inglesi ammirati dalla bellezza della città, ma anche scugnizzi e saltimbanchi che danno vita a simpatici quadretti di vita en plein air con tocchi di spiritoso surrealismo, come quando una capricciosa barchetta di carta non vuole seguire la corrente d’acqua dalla quale esce anche un disco lunare che irradia di luce la gentil notte romana di “mezzo april”. C’è anche un aerostato che sale in cielo e una grande fontana sulla piazza che si affolla all’inverosimile per celebrare il lieto fine dell’opera. In questo andirivieni continuo di comparse, inserite nella assolata luminosità di scene che sembrano disegnate in china, si perde forse la dimensione più originale dell’opera: quell’intimismo borghese salottiero, da commedia in musica caricata di amara comicità al momento in cui Don Pasquale, ricevuto lo schiaffo da Norina, determina il cambio di registro verso quel patetismo malinconico attraverso il quale Donizetti trova la marcia in più rispetto ai comuni e scontati cliché dell’opera buffa.

Eppure la passata tradizione comica di matrice settecentesca, qui accentuata registicamente, oppure certe atmosfere che fanno addirittura pensare alla moderna commedia musicale, come Rugantino, vengono riportate sui binari di un correttezza stilistica donizettiana dovuta alla presenza sul podio di Alessandro De Marchi, già ammirato al Regio in opere comiche di Rossini, oltre che affermato barocchista, per anni anima e guida del complesso strumentale Academia Montis Regalis. A lui, vero asso musicale nella manica di questa ripresa di Don Pasquale, si deve una direzione all’insegna della freschezza e dell’eleganza, dalle dinamiche accurate e in punta di penna. Lo si percepisce nei temi che nella Ouverture anticipano alcuni momenti famosi dell’opera, nei tempi serrati ma anche nel respiro delicatissimo degli ensemble, uno fra tutti il quartetto del secondo atto, dove “È rimasto là impietrato” viene accompagnato con un’onda di suono leggero e vaporoso, quasi una carezza che ne avvolge il bel motivo musicale. C’è poi il gioco dei “rubati”, il delicato andamento danzante di alcune melodie e la ritmicità croccante data alle pagine più comiche, come il celebre duetto fra Don Pasquale e Malatesta, diretto con vorticosa maestria, sagacia e perfetto controllo. Insomma una direzione ricca di idee e attenta al palcoscenico, dove si muove una eccellente compagnia di canto.

Giganteggia, in tutti i sensi, il Don Pasquale di Nicola Alaimo, per la presenza scenica calamitante oltre che per la forma vocale splendente. Nel suo canto e nel gesto scenico sempre motivato dalla musica, scrupolosamente attento e modellato sul senso della parola, si coglie la dimensione comica del personaggio più che quella umanamente malinconica, ma non per questo viene da pensare che la sua lettura sia incompleta; anzi, è sottilmente ironica, teneramente schietta e sincera, oltre che vocalmente sostenuta da una voce sana, ben proiettata e sorvegliata nel gusto. Nel duetto con Malatesta, quando i due scendono dalle passerelle laterali del palco per concluderlo in sala, Alaimo intesse un legame col pubblico, bacia le mani di alcune signore in prima fila e addirittura abbozza galantemente un giro di valzer improvvisato con Rita Catalano, elegante Signora che è presenza costante di ogni prima del Regio. Lo fa senza perdere per un secondo il controllo musicale della situazione e sigla, dopo lo scioglilingua dei lungi sillabati, la chiusura della pagina con una puntatura acuta che è una bomba di suono morbido e tonante. A conti fatti una prova che lo conferma cantante e artista di livello superiore.
Non gli è da meno Simone Del Savio, Malatesta misurato e ben sorvegliato nello stile, con quel tocco di impasto timbrico che pare ereditato della grande tradizione dei buffi di scuola italiana, consapevole di un fraseggio franco e concreto. Insieme ad Alaimo, dà vita, come detto, a un duetto di indimenticabile teatralità, viva e palpitante, complice la bacchetta di Alessandro De Marchi, che sta al gioco e li aiuta a confezionare un momento di autentica vis comica, nel segno della migliore tradizione, quella che si conferma e vive nel genio di questi due grandi e carismatici interpreti. Ecco un momento in cui si può dire, con orgoglio, che la tradizione del canto italiano meriti, a pieno titolo, di essere divenuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Anche Antonino Siragusa, alle prese con l’impervia e acutissima parte di Ernesto, conferma l’esperienza e la professionalità di sempre, con voce tenorile incisiva che vanta ancora bella proiezione di suono. Poco importa che il sopracuto della cabaletta venga attaccato, almeno alla prima della quale riferiamo, con incertezza, perché è subito ripreso e risolto al meglio, così come nella serenata dell’ultimo atto riesce anche a regalare quelle sfumature che un tempo gli riuscivano meglio ma che oggi, dopo tanti anni di onorata carriera, confermano la bontà della sua prova. Ultime note per la buona Norina di Maria Grazia Schiavo, anche lei in possesso di una voce che corre benissimo nell’ampia sala del Regio, con belle aperture liriche in “Quel guardo il cavaliere”. Memore di un passato di soprano leggero, che ancora prova e venire fuori in alcune puntature acute estreme azzardate coraggiosamente e talvolta risolte con qualche perdonabile durezza, appare musicale, disinvolta sulla scena, arguta e spiritosa con giusto grado d’espressione e buon fraseggio e, quindi, meritevole di lodi. Completa il cast il notaro ben caratterizzato da Marco Sportelli. Una menzione finale per il Coro del Regio, istruito da Ulisse Trabacchin, in bella evidenza nelle celebre pagina che lo mette in mostra nel terzo atto.
Pubblico purtroppo non troppo numeroso in sala, ma ci sono repliche per rimediare e non perdere una produzione che vedrà, in alcune recite, alternarsi un secondo cast di pari valore, con Lucio Gallo nei panni di Don Pasquale.

Teatro Regio Torino – Stagione lirica 2023/24
DON PASQUALE
Dramma buffo in tre atti
Libretto di Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
Musica di Gaetano Donizetti

Don Pasquale Nicola Alaimo
Norina Maria Grazia Schiavo
Ernesto Antonino Siragusa
Dottor Malatesta Simone Del Savio
Un notaro Marco Sportelli

Orchestra Teatro Regio Torino
Coro Teatro Regio Torino
Direttore Alessandro De Marchi
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Ugo Gregoretti
ripresa dalla regia Riccardino Massa
Scene e costumi Eugenio Guglielminetti
Movimenti mimici Anna Maria Bruzzese
Luci Vladi Spigarolo
Direttore dell’allestimento Antonio Stallone

Allestimento del Teatro Regio di Torino
Torino, 25 gennaio 2024

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