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Torino, Piccolo Regio Puccini – The Tender Land

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È certo un merito quello che il Teatro Regio di Torino si è aggiudicato con la prima esecuzione italiana di  The Tender Land di Aaron Copland, andata in scena nel nuovo allestimento proposto al Piccolo Regio Puccini per la stagione in corso. Di teatro musicale statunitense del Novecento si parla e si ascolta poco in rapporto all’importanza effettiva che ha. Forse gli unici compositori che hanno avuto un certo seguito in Italia sono Giancarlo Menotti, inviso alla critica ma geniale per l’impatto teatrale sempre avvincente e, per altri versi, anche Leonard Bernstein, guadagnatosi la palma della popolarità per il suo West Side Story. Di Copland sono noti soprattutto i balletti e le musiche da film, ma per il teatro musicale la sua opera più significativa, seguita a The Second Hurricane del 1937, è proprio The Tender Land, in tre atti, ascoltata in prima assoluta alla New York City Opera il 1° aprile 1954 con la direzione di Thomas Schippers dopo che il previsto progetto di presentarla per la televisione americana andò in fumo per il rifiuto degli stessi committenti della NBC, ritiratisi dalla commissione adducendo motivazioni politiche contro le idee di Copland, vittima, come molti artisti suoi connazionali di quegli anni, della “caccia alle streghe” scatenata dal maccartismo.

Il libretto di Horace Everett (che lo firmò sotto pseudonimo, trattandosi in realtà di Erik Johns, ballerino che fu segretario e amante dello stesso Copland) trae ispirazione da un libro di James Agee, Let Us Now Praise Famous Men, che godette di molta popolarità quando venne pubblicato nel 1941 riportando racconti di vite famigliari impoverite dalla Grande Depressione e accompagnando la narrazione con le fotografie di Walker Evans. Fino a quel momento Copland aveva messo in pista diversi progetti operistici che non andarono in porto. Poi, dopo esser stato folgorato dall’ascolto del Peter Grimes di Britten, decise di mettersi al lavoro e ne sortì un’opera dalla ricchezza musicale composita, che mira, come annota lui stesso nell’autobiografia scritta con Vivian Perlis, a ottenere un requisito per lui fondamentale: “avere il senso dello scorrere dell’azione e la sensibilità nel dosaggio del rapporto fra scrittura vocale e accompagnamento orchestrale: una melodia sostenuta è rara nell’opera contemporanea, Britten l’ha usata occasionalmente”. Copland non tradì questo intento e nonostante l’opera regali, oltre alla scena della festa del secondo atto, con danze popolari e scene corali, anche assiemi di rilievo, come il terzetto fra il nonno e i due vagabondi del primo atto e il quintetto che lo chiude, o momenti di assoluta pregnanza lirica, come il duetto d’amore fra Laurie Moss e Martin del secondo, la partitura segue nella sostanza il flusso teatrale della narrazione e acquista in valore proprio quando i personaggi riescono a uscire dalla staticità sociale che sta alla base del soggetto cercando sfoghi di libertà.

Il fulcro della narrazione si snoda in una provincia statunitense rurale degli anni Trenta, in piena depressione, dove la povera vita contadina scorre fra sacrifici e una ciclicità familiare monotona e ripetitiva. Vestale di questa vita regolata dal lavoro e dai doveri di famiglia è Ma Moss, che ha due figlie, la più piccola, Beth, e la maggiore, Laurie, quest’ultima in procinto di ricevere il tanto atteso diploma, per festeggiare il quale viene organizzata una festa e le arriva anche per posta un vestito nuovo. Patriarca orgoglioso e inflessibile del ménage familiare è il nonno Grandpa Moss, custode di un mondo dove la libertà di scelta sembra non avere margine di spazio. Ma l’occasione per Laurie di emanciparsi e affrancarsi da tutto questo giunge con l’arrivo di due vagabondi, Martin e Top, subito guardati con sospetto; essi incarnano, con il loro eterno girovagare in miseria, il sentimento opposto alla stanzialità sociale contadina nella quale si vengono a trovare. Capita che fra Laurie e Martin scatti la scintilla d’amore, ovviamente ostacolata dal nonno, ma in un duetto d’amore i due giovani si dichiarano il reciproco sentimento anche se i loro intenti sembrano opposti: la ragazza cerca infatti la libertà nella fuga, il ragazzo, all’opposto, la quiete di una vita serena e, finalmente, stanziale. Insomma, si amano, ma sembrano desiderare uno la vita dell’altra. Purtroppo le cose si complicano perché Top apre gli occhi a Martin mettendolo dinanzi a una vita di stenti se accetterà di far fuggire Laurie con lui. Il giovane decide quindi di lasciare il villaggio. Appena Laurie scopre della sua partenza non si dà per vinta e sceglie comunque la via dell’emancipazione e della libertà andandosene da sola dalla famiglia. Un atto di coraggio che vede la madre quasi disinteressata dinanzi alla scelta della figlia, rea di avere abbandonato le regole impostele incamminandosi verso il suo nuovo futuro, e si concentra sulla figlia minore, individuando in lei la prosecuzione di quegli ideali sociali inamovibili ripudiati dalla figlia maggiore. Quando cala il sipario ci si chiede quali siano i vincitori e i vinti, o se il sogno americano di Laurie possa realmente realizzarsi attraverso la coraggiosa ma rischiosa via di fuga verso l’ignoto, pur di uscire da un mondo che le stava troppo stretto.

Il senso di speranza lo dona lo spettacolo, firmato dalla illuminata regia di Paolo Vettori, che mostra la sorella minore raccogliere un germoglio estratto da una striscia di terra posta al proscenio per donarlo alla sorella maggiore, appena partita per sempre con il carico della sua grande valigia, stendendole idealmente la mano, come a voler dire che anche lei, prima o poi, riuscirà a far maturare un analogo germoglio di libertà verso una nuova Tender Land, terra tenera, o forse, terra promessa. Non lo sapremo, ma è certo che lo spettacolo, ben costruito e meditato, offre diversi spunti di riflessione sul soggetto andandone al cuore dei sentimenti che lo caratterizzano, con calzante evidenza visiva. L’impianto scenico di Claudia Boasso, sostenuto dai costumi di Laura Viglione, entrambi assai belli e curati, mostra pareti lignee e un fondale con la sagoma di un grande albero di foglie rosse. Il richiamo alla terra, ai caldi pomeriggi all’aperto e alla stagione del raccolto primaverile non si percepiscono tanto in questo contesto visivo che sembra piuttosto orientato nell’individuare la dimensione di interni quasi ibseniani, specchio immobile e oppressivo delle regole sociali reiterate nel tempo, anche quando una quadreria mostra nella scena della festa un albero genealogico di antenati che poi prende vita con finestre che si aprono e vedono affacciarsi coristi che nulla altro sono che altri esempi umani di quella che il regista chiama “una tradizione familiare impossibile da interrompere, perlomeno in quel momento”. Per la stessa Ma Moss le figlie non vanno cresciute ma tenute prigioniere di regole, come fossero bambole di pezza inanimate da accudire. Non è un caso che nel terzo atto appaiano sulla scena due elementi simbolici: una valigia, che rappresenta la via di fuga verso la libertà, e una casa in miniatura, quella della vita che la madre ha pianificato per le proprie figlie, senza neanche contemplare che esse potessero ambire a destini diversi. Lo spettacolo segue così bene il percorso narrativo dell’opera nella sua dimensione realistica proprio perché accompagna gli eventi con simboli che ci mettono dinanzi alle diverse situazioni in cui la vita viene regolata dalle scelte sociali, che siano esse radicate alle nostre radici, o rivolte, come nel caso dei due vagabondi, verso quel sogno di svincolarsi dalle convenzioni per votarsi a una vita povera ma attrattiva. Ecco perché Martin e Top appaiono volutamente simpatici, addirittura tratteggiati con vaga e gioiosa leggerezza, come fossero una emanazione di Charlie Chaplin.

Questo riuscitissimo spettacolo ha anche basi musicali e vocali solidissime. Alessandro Palumbo, alla guida dell’Orchestra del Regio e del Coro, quest’ultimo come sempre ottimo e ben istruito da Ulisse Trabacchin, comprende come questa musica richieda flessibilità da trovare all’interno di un discorso strumentale molto eclettico e ricco di significati ben rapportati a ciò che il palcoscenico mostra nell’agire dei personaggi. Viene richiesto un lirismo arioso un po’ austero e talvolta ripetitivo, eppure pronto a caricarsi di accenti appassionati da amministrare con cautela, senza spingere troppo il pedale delle sonorità anche perché l’organico è qui contenuto a soli tredici strumenti (viene infatti proposta la versione da camera di Murry Sidlin del 1987 autorizzata dallo stesso Copland), tanto che alcuni riescono a ben emergere, come il pianoforte, suonato dal bravissimo Paolo Grosa.

Il cast vocale, in gran parte formato da Artisti del Regio Ensemble è davvero eccellente. Il soprano Irina Bogdanova, nei panni di Laurie Moss, ha ottima proiezione di suono e qualche acuto un po’ duretto; potrebbe forse tratteggiare con meno rigidità il suo involo ideale di “donna nuova” e libera ma regge bene l’intera parte, che non è certo facile, come non lo è quella del tenore Michael Butler come suo innamorato vagabondo, Martin, chiamato anche a sostenere, all’inizio del duetto del secondo atto, quando racconta il suo sogno d’amore prima di dichiararsi a Laurie, difficili impennate acute risolte per il rotto della cuffia. Assai bravo è anche l’altro vagabondo, Top, il baritono Andres Cascante, così come il basso Tyler Zimmerman, che dona tratti di mormonica bonarietà e buona timbratura grave al nonno Grandpa Moss (ne fu primo interprete assoluto Norman Treigle). Bene anche Ksenia Chubunova nei panni di Ma Moss e bravissimo Valentino Buzza come Mr. Splinters, il postino. Completano il cast, nelle parti di contorno, Giulia Medicina (Mrs. Splinters), Davide Motta Fré (Mr. Jenks), Junghye Lee (Mrs. Jenks), Eun Young Jang (Una ragazza e Voce fuori scena), Giovanni Castagliuolo (Un uomo), Roberto Calamo (Altro uomo) e Layla Nejmi (Beth Moss).
Prima pomeridiana del 7 aprile accolta con successo e interesse, mentre la stagione del Regio prosegue a gonfie vele il suo omaggio pucciniano e riserverà fra poco un altro appuntamento con Le Villi.

Piccolo Regio Puccini – Stagione Teatro Regio 2023/24
THE TENDER LAND
Opera in tre atti
Libretto di Horace Everett
Musica di Aaron Copland
Prima esecuzione in Italia

Edizione Boosey&Hawks, Londra;
rappresentante per l’Italia Casa Ricordi, Milano
Versione musicale da camera di Murry Sidlin (1987)
autorizzata dal compositore

Laurie Moss Irina Bogdanova*
Martin Michael Butler
Grandpa Moss Tyler Zimmerman*
Ma Moss Ksenia Chubunova*
Top Andres Cascante*
Mr. Splinters Valentino Buzza
Mrs. Splinters Giulia Medicina
Mr. Jenks Davide Motta Fré
Mrs. Jenks Junghye Lee
Una ragazza e Voce fuori scena Eun Young Jang
Un uomo Giovanni Castagliuolo
Altro uomo Roberto Calamo
Beth Moss Layla Nejmi

*Artista del Regio Ensemble

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Alessandro Palumbo
Maestro del coro Ulisse Trabacchin
Regia Paolo Vettori
Scene Claudia Boasso
Costumi Laura Viglione
Luci Gianni Bertoli

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 7 aprile 2024

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