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Teatro Coccia di Novara all’Anfiteatro di Sordevolo – Aida

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Il Teatro Coccia di Novara aveva già riscosso grande successo l’estate scorsa con Nabucco di Verdi che diede vita al progetto estivo “Opera, che Passione!” all’Anfiteatro Giovanni Paolo II di Sordevolo, spazio solitamente dedicato, nel piccolo comune del biellese, alla sacra rappresentazione della Passione del Cristo, con tutta la popolazione locale coinvolta in prima persona come attori di un evento che ha radici popolari antichissime. Oggi, l’intraprendente direttrice del Coccia, Corinne Baroni, investe ancor di più nell’allestimento di una nuova Aida di Verdi, affidata, come già avvenuto per Nabucco, alle cure registiche di Alberto Jona.

Il risultato tocca livelli di stupefacente bellezza perché lo spettacolo, montato su un grande palco all’aperto, è il risultato di una idea meditata e, incredibile a dirsi, radicata al territorio stesso. Jona ha infatti scoperto che a soli tre chilometri da Sordevolo, a Occhieppo Inferiore, nacque nel 1856 Ernesto Schiaparelli, notissimo egittologo che diresse per diversi anni il Museo Egizio di Torino e che, grazie a lui, divenne tanto importante. Alla sua passione per l’archeologia e, in fondo alla stessa egittomania che aveva già permeato di sé la fine dell’Ottocento, con il seguito culturale di esotismo che coinvolse anche le correnti operistiche di quel tempo, è dedicato questo riuscitissimo spettacolo, vincente perché Jona prende le mosse dall’idea appena espressa, ma fa ben di più; osserva l’antichità egizia, con i suoi reperti e le sue suggestioni, filtrandola dall’occhio degli archeologi che ne esploravano con stupore i ritrovamenti, fotografandoli e vivendoli sotto la prospettiva del colonialismo occidentale posto dinanzi alle meraviglie che gli si prospettavano come per incanto alla vista. Per far questo, avvalendosi delle scenografie di Matteo Capobianco, dei costumi di Silvia Lumes, del visual designer Luca Attilii, del light designer Ivan Pastrovicchio e dell’immaginario di teatro d’ombra di Controluce Teatro d’Ombre, realizza una Aida che non rinuncia a tutto quello che il pubblico si aspetta di vedere in quest’opera, ma la declina come un viaggio della mente che, partendo da diversi materiali archeologici posizionati in scatole sceniche fungenti da contenitori museali, si apre a un avvincente percorso onirico fatti di immagini proiettate su fondali e quinte laterali. Questa macchina scenica diviene via via visivamente più sofisticata e, soprattutto, riflette il sentire dei personaggi oltre che degli ambienti dove la vicenda si svolge. Al figurativismo egizio, che evoca noti reperti archeologici conservati al museo di Torino, al quale lo spettacolo rende omaggio, si affiancano le proiezioni video che vedono lo scorrere di statue, di gigantesche pareti a geroglifici, di silhouettes di carri e statue di divinità che spesso divengono ombre indefinite dell’interiorità, fuochi, cupi vortici del Nilo verdeggianti, sangue che cola dalle pareti della tomba dove troveranno la morte Aida e Radamès, fantasmi di un passato osservato con la mente dell’uomo del primo Novecento. Questo doppio binario, che mette in continua relazione epoche diverse sotto la lente d’ingrandimento dell’archeologismo, non disturba la narrazione drammaturgica, anzi le dona una dimensione così ricca di suggestioni da avvincere lo spettatore dinanzi a immagini sempre cangianti, accompagnando le scene di grande respiro con quelle più intime senza perdere il legame visivo sognante che fa di questa Aida uno spettacolo di visionaria evidenza, dietro il quale c’è un pensiero chiaro, realizzato con gusto, eleganza e con quel pizzico di magia tale da renderlo per certi versi indimenticabile, anche per il contributo offerto dall’atletico coreografo e danzatore Gérard Diby, che nella scena del trionfo danza splendidamente, mentre la marcia diviene una processione di archeologi dei primi del Novecento che sfilano davanti alla scena osservandone le meraviglie che gli si prospettano come fosse un mitico sogno antico, “popolato – come scrive Jona stesso nelle note di regia – da ombre e fantasmi”.

Vorremmo esprimerci con gli stessi toni entusiastici per la parte musicale, ma ce lo impedisce un cast non sempre equilibrato, anche se tutto sommato soddisfacente. Per la bacchetta del bravo direttore Marco Alibrando, alla testa dell’Orchestra Filarmonica Italiana e del coro Schola Cantorum San Gregorio Magno, non si possono che spendere lodi per l’impegno profuso nel gestire le masse e la coerente e concreta attenzione mostrata nel trovare un filo conduttore equilibrato fra le scene di massa e i delicati intimismi, senza mai sbilanciarsi a favore dell’uno o dell’altro aspetto, seguendo la linea di un buon controllo del tutto. Dirigere in un contesto en plein air come questo, per di più con l’ausilio necessario della amplificazione, non è facile ed essere riuscito nell’intento è già di per sé un traguardo significativo che depone a favore della sua ottima direzione.

Il cast ha in Mary Elizabeth Williams una Aida dal timbro carnoso che, pur fra alti e bassi per l’emissione non sempre equilibratissima e un utilizzo spesso eccessivo dei portamenti, garantisce una resa complessiva valida, soprattutto quando riesce a colorare alcune frasi di un intimismo che la porta a essere un interprete sensibile e attenta al dettato espressivo, con alcuni suoni smorzati ben riusciti. Gosha Kowalinska, all’opposto, è una Amneris dai centri vuoti e dall’emissione opaca. Progredisce di scena in scena e arriva nel quadro del giudizio a sfogare in acuto con soddisfacente sicurezza, ma nell’insieme la parte sembra superiore alle sue possibilità.
Anche il tenore Gabriele Mangione non ha voce del tutto adatta a Radamès, eppure si disimpegna con onore lungo tutto l’arco dell’opera e qua e là riesce anche a trovare momenti in cui la voce si impone per una linea di canto controllata e attenta all’espressione, senza spingere inopportunamente la corda dell’eroismo, favorendo quella amorosa. Fra le parti principali non fatica ad emergere l’Amonasro di Gustavo Castillo, voce di baritono forse più lirica che drammatica, ma con un canto sempre pulito e capace di mettersi in luce nel duetto con Aida del terzo atto per rigore stilistico e belle arcate vocali.
Luca Park, nei panni del Re, possiede autentico timbro di basso anche se purtroppo è vittima di qualche certo inaspettata amnesia, mentre un po’ stinto quello di Stefano Paradiso in quelli di Ramfis. Completano il cast la brava Elena Malakhovskaya, Una sacerdotessa, che fa parte della Accademia AMO, e Davide Lando, Un messaggero perfetto, capace di donare alle sue poche frasi un rilievo espressivo illuminante.
Il pubblico, davvero numeroso, non ha mancato di regalare applausi generosi a una Aida che verrà replicata ancora il 12 e il 13 luglio, mentre questa sera, la replica con il secondo cast, previsto anche per la recita del 13 (con Serena Farnocchia, Aida, Veronica Simeoni, Amneris, e Jason Kim, Radamès), è stata spostata al chiuso, al Teatro Coccia di Novara, per le previste condizioni atmosferiche avverse.

Anfiteatro Giovanni Paolo II, Sordevolo
AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Aida Mary Elizabeth Williams
Amneris Gosha Kowalinska
Radamès Gabriele Mangione
Amonasro Gustavo Castillo
Ramfis Stefano Paradiso
Il Re Luca Park
Un messaggero Davide Lando
Una sacerdotessa Elena Malakhovskaya *
Accademia AMO*

Orchestra Filarmonica Italiana
Schola Cantorum San Gregorio Magno
Direttore Marco Alibrando
Maestro del coro Alberto Sala
Regia Alberto Jona
Scene Matteo Capobianco
Costumi Silvia Lumes
Coreografo e danzatore Gérard Diby
Visual Designer Luca Attilii
Light Designer Ivan Pastrovicchio
Immaginario di teatro d’ombra
Controluce Teatro d’Ombre

Produzione Fondazione Teatro Coccia di Novara
in collaborazione con Associazione
Teatro Popolare di Sordevolo

Sordevolo, 5 luglio 2024

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