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Su Rai5, la Norma dalla Fenice con la regia di Kara Walker. Nel cast Remigio, Kunde, Simeoni

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Domenica 17 marzo, alle ore 10.00, con il pretesto di rendere omaggio alla festa della donna (passata da una decina di giorni), Rai5 ripropone per il ciclo “Donne e Opera” la Norma di Bellini andata in scena nel 2015 al Teatro La Fenice di Venezia. Una produzione, per la verità, dove le donne (regista e protagonista, in particolare) non si coprono di gloria.

L’allestimento è firmato integralmente da Kara Walker, artista statunitense nota per le silhouette nere stagliate su fondo bianco, dietro la cui apparente gioiosità si scoprono situazioni di crudeltà e sopraffazione: l’orrore dello schiavismo e la violenza della guerra di secessione americana, ma anche i pregiudizi razziali e di genere del mondo contemporaneo. Tecniche e tematiche che si riversano puntualmente in questa messinscena, nata da una collaborazione della Fenice con la Biennale Arte di Venezia.
La vicenda, anziché nella Gallia all’epoca della conquista romana, è ambientata in una colonia africana alla fine dell’Ottocento. Norma e Oroveso sono l’anziano capo e la sacerdotessa di una tribù che cerca di opporsi all’occupazione di una potenza europea. Si capisce che per l’artista la civiltà occidentale si fonda su atti di violenza, su una volontà di devastazione e morte. In sintonia con i dettami del politicamente corretto, Walker sceglie di non ricorrere alla tecnica del blackface per il trucco di interpreti e coristi: niente facce o corpi dipinti di nero, in scena tutti sono bianchi. Il compito di evocare l’Africa è affidato ad alcuni fondali che, attraverso le sagome nere tipiche dell’artista, riproducono intrecci di vegetazione tropicale, lineamenti di volti femminili, tramonti e paesaggi lunari. Al centro della scena, inoltre, il profilo di una gigantesca maschera svolge la funzione di un accumulo di rocce. I costumi definiscono ulteriormente sia l’immaginario colonialista che quello tribale, anche se alcuni (penso alle lunghe vesti rosse indossate dai guerrieri africani) hanno un effetto involontariamente comico.
A prescindere dall’efficacia o meno di certe soluzioni visive, il punto è che la tragedia “barbarica” concepita da Walker resta appunto un concept: in altre parole, siamo di fronte a una specie di installazione, a una performance artistica dove la regia è del tutto rinunciataria, dove l’immobilismo è diffuso e la recitazione convenzionale. Niente di quello che si vede ci ricorda che il capolavoro di Bellini è anche drammaturgia, tragedia lirica, teatro.

Naturalmente Norma è anche canto e belcanto. In questa edizione, Carmela Remigio, avendo una vocalità estranea a quella del soprano drammatico di agilità, fa di necessità virtù e cerca di risolvere il suo personaggio in chiave lirica e intimista. Questo significa che, malgrado le buone intenzioni del fraseggio, il versante drammatico e passionale di Norma rimane irrisolto. Se non si dispone di una adeguata ampiezza vocale, della timbratura, delle agilità di forza e del temperamento necessari, è difficile dare efficacia al pathos declamatorio, agli anatemi e alle invettive furenti di una profetessa. Gregory Kunde dimostra invece di avere tutti i requisiti del tenore lirico di forza per sostenere il ruolo di Pollione. Sorprendenti, anche in rapporto agli anni di carriera, risultano il peso vocale, lo squillo degli acuti, il mordente delle agilità, il piglio fiero e spavaldo, ma anche la capacità di piegarsi quando necessario alle mezze tinte e a un fraseggio più sfumato.
Nonostante da qualche tempo sia ritornata appannaggio dei soprani lirici di agilità, qui la parte di Adalgisa è affidata alla vocalità mezzosopranile ben timbrata, soprattutto al centro, di Veronica Simeoni. Una prova attendibile per la duttilità del canto (pur con qualche forzatura negli acuti) e il lirismo composto. Figura bene anche Dmitry Beloselskiy, un Oroveso di forte impatto vocale e dal fraseggio incisivo. Completano la locandina Anna Bordignon (Clotilde) ed Emanuele Giannino (Flavio).

La direzione di Gaetano d’Espinosa, oltre a regolare con oculatezza il rapporto voci-orchestra e a dare pieno sostegno ai cantanti (fino ad avallare il taglio del “da capo” di “Ah! bello a me ritorna” da parte di Remigio), imprime all’esecuzione un ritmo narrativo efficace. Il piglio marziale, i tempi stringati, le sonorità corrusche danno vita a una visione dell’opera cupamente drammatica, che finisce tuttavia per mettere in secondo piano l’aspetto patetico, l’estasi lirica e il gusto per le sfumature.

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