Su Rai5, dall’Opera di Roma, Il tabarro di Puccini diretto da Mariotti (con Agresta, Kunde, Salsi)

Nel centesimo anniversario della scomparsa di Giacomo Puccini, Rai Cultura propone in prima serata, venerdì 9 febbraio alle ore 21.15 su Rai5, Il tabarro, accostato a un altro capolavoro coevo come Il castello del Principe Barbablù di Béla Bartók. Il dittico, diretto da Michele Mariotti, è andato in scena lo scorso anno all’Opera di Roma. La produzione dello spettacolo è firmata dal regista tedesco Johannes Erath, al suo primo impegno operistico in Italia oltre che al suo debutto al Teatro Costanzi. Proponiamo qui la recensione di Paola De Simone riferita alla recita dell’8 aprile 2023.

Due diverse e distanti storie coniugali – l’una nei bassifondi parigini, fra le vite miserabili degli scaricatori del lungo Senna; l’altra, in un misterioso e ricchissimo maniero gotico – ma in via analoga serrate con chiave moderna e universale su una violenza di genere dalla comune tinta noir, fatta di silenzi e di sospetti, di pressioni, domande e disincanti, di morte più che d’amore.
Speculari dunque, stando al rispettivo scavo sull’incomunicabilità di coppia, già solo le premesse per legare insieme con intelligenza in musica come in nuova rilettura registica due titoli di punta del primo Novecento italiano e d’Europa: Il tabarro di Giacomo Puccini e Il castello del principe Barbablù di Béla Bartók, moderne e stringate entrambe in un atto unico, al varo nel medesimo anno 1918 e ora abbinate in vincente dittico all’Opera di Roma grazie al progetto del Trittico pucciniano ricomposto affiancandone i tasselli per tre stagioni consecutive con altri emblemi del teatro musicale moderno (seguiranno ancora in originale tandem Gianni Schicchi con L’heure espagnole di Ravel per il 2023/24, quindi Suor Angelica con Il prigioniero di Luigi Dallapiccola nel 2024/25) secondo il bel progetto ideato dal direttore Michele Mariotti, sul podio nell’occasione, in collaborazione con il Festival Puccini di Torre del Lago nei cent’anni dalla morte del compositore.

A realizzarne in pacchetto unico la prima produzione, con non minore sapienza seppur con qualche intervento di troppo, il regista tedesco Johannes Erath, al suo esordio operistico in Italia e al Costanzi ma già al fianco di Mariotti avendo lavorato in una recente produzione dei Masnadieri di Verdi alla Bayerische Staatsoper di Monaco. E, a coadiuvarlo nel nuovo dittico capitolino, c’erano le scene essenziali e assai efficaci di Katrin Connan, i funzionali costumi di Noëlle Blancpain, il fondamentale disegno luci di Alessandro Carletti e i notevoli effetti video di Bibi Abel.
Partendo da un rimbalzo nella nostra attualità del dato realistico e psicoanalitico per entrambe le opere, il regista ne ha filtrato la sostanza drammaturgica seguendo un doppio taglio ottico, surreale e metateatrale a un tempo. Per Il tabarro, in pratica, niente barcone, ma un dietro le quinte con tanto di riflettori e scenario marino dipinto significativamente ispirandosi all’isola dei morti di Arnold Böcklin (inizialmente intitolato, si badi, “Un luogo tranquillo”, come l’unione a due in effetti dovrebbe essere) che scorre in verticale e sparisce, finendo con l’assimilare gli scaricatori a una squadra di tecnici di scena alle prese con un lungo telo emblema delle acque della Senna, poi del nero tabarro che da feudale e familiare segno di protezione diverrà involucro che cela al termine il suo selvaggio delitto d’onore. A valenza simbolica è anche la grande impalcatura praticabile in tubi innocenti che è luogo deputato molteplice, imbarcazione e ritrovo di divertimento, gabbia e tour Eiffel in bel gioco di ombre. E in una gabbia ci appare per la prima volta Giorgetta, ben più spiccata qui rispetto alla norma nella sua identità di sposa trattata come un oggetto e difatti seduta in posizione scomposta, simile a una bambola rotta, all’interno di un carrello porta bagagli con il suo velo attaccato da un lato, le scarpette di una danza più volte evocata (in musica, nelle parole, nelle quattro allieve “cignetto” di cui una tornerà portata senza vita nelle battute sul bimbo morto) appese al chiodo e un boa in piume di struzzo dall’altro. Perché altri erano i suoi sogni e la gioia di una vita che ci appare in video proiezione e piroettando felice, con il suo bel vestito lungo da valzer. Nella realtà dei fatti le resta un marito possessivo e chiuso in sé (Michele, il padrone del barcone) con il doppio dei suoi anni, pronto a far leva sul ricordo doloroso del figlio morto per avvicinarla ai giorni di migliore intesa, e l’illusione di un rischioso amore clandestino con un suo coetaneo, lo scaricatore Luigi che lavora con il Tinca e il Talpa. Ben scontornati e sempre con taglio pirandelliano inoltre i due uomini, la coppia di amanti di spalle in panchina nello stile sognante degli “amoureux” di Peynet, le chanteuses françaises piumate e variopinte come uccelli in voliera in bell’effetto durante la vita migliore sperata da Giorgetta nel primo duetto e, soprattutto, in rilievo c’è la cinquantenne moglie del Tinca, La Frugola, straccivendola e personaggio-maschera con ben due canzoni e movenze da navigata soubrette.

Se il contenitore registico-scenico si industria per dire tanto, fino al sigillo del volto di Luigi non solo strangolato ma affogato con la testa nelle acque della Senna in grande videoproiezione in luogo dello svelamento del tabarro, ancora di più ci dicono le voci magnifiche degli interpreti in prima linea, tutti in debutto nel proprio ruolo.
Il tenore Gregory Kunde è un Luigi di slancio appassionato e amante tenero dal timbro pucciniano bello come un sole che veramente non conosce tempo né età. L’arioso della sua chanson à boire vibra di accenti e sfaccettature, ben consapevole è la sua tirata (Hai ben ragione!), intenso e sincero il suo canto nei due duetti. Il baritono Luca Salsi, sul fronte opposto di Michele, è personaggio chiuso nella sua violenza implosa, tormentato. E nella sua voce condensa al meglio, fra lo stile parlante e il canto, una durezza che è nostalgia per un amore coniugale tradito e perduto fra le pareti di un’esistenza misera e buia. Grande è il suo monologo “Nulla! Silenzio!” con cui, come un giro di vite, sospetta, va per esclusione, comprende all’arrivo di Luigi, d’altra parte preceduto dal tema dell’amore giù in orchestra.
Superba quindi la prova del soprano Maria Agresta, Giorgetta letteralmente in volo in ogni sua linea di canto in pentagramma. I suoi filati sono densi e luminosissimi, i centri e gli affondi al grave di viva drammaticità. Inoltre: più che plastica la resa sia sul piano canoro che gestuale della Frugola del mezzosoprano Enkelejda Shkoza, bravi sia il Tinca che il Talpa rispettivamente affidati a Didier Pieri e a Roberto Lorenzi, i due amanti dei talenti scelti dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma Valentina Gargano con Eduardo Niave, melodioso il venditore di canzonette che cita il tema di Mimì Marco Miglietta.
Di bella suggestione il Coro dei battellieri dietro le quinte preparato con dovizia da Ciro Visco, quindi un plauso speciale all’Orchestra e al direttore musicale Michele Mariotti che della partitura hanno restituito, esaltandone la peculiare modernità, il respiro e le suggestioni dei grandi temi (del fiume, dell’amore, del tabarro), la gestualità dei ritmi ballabili, la forza descrittiva delle atmosfere e dei diversi animi traducendo in drammaturgia sonora ogni segno metrico, timbrico e dinamico.

A trait d’union fra i due titoli tornava per Il castello del principe Barbablù la gabbia impalcatura così come, all’apparire delle mogli del principe alla settima porta, era possibile riconoscere tre delle donne elegantemente piumate presenti in Puccini. Ma, soprattutto, scolpita anche in tal caso con maggior forza e migliore evidenza, risultava la figura della donna, Judit, al suo confronto esasperato e in crescendo con il consorte uxoricida per conoscerne a suo rischio e danno i segreti del passato.
Tolto l’azzardo registico dell’intro schubertiana (scontato l’aggancio con La morte e la fanciulla ascoltato e infine canticchiato da Barbablù che sparecchia e leva tracce tornando in solitudine dopo una cena a due che si presume fatale, data la seconda sedia ribaltata e ogni stoviglia sul tavolino in sacco spazzatura) alquanto rischiosa per chi magari neanche conosce l’opera e magari pensa sia nella partitura di Bartók, il Prologo originale recitato distribuendone il testo fra voci di diverso sesso ed età subito ci dice che la storia può toccare chiunque. Judit è una donna sicura di sé e seducente, così come lasciano intendere gli avvolgenti movimenti dei sette figuranti in nero costantemente protesi verso di lei leggibili anche come specchio e metafora del suo stesso desiderio di aprire le sette porte segrete di un Castello con tanto di sospiri dall’autore inserito, d’altra parte, nell’elenco degli interpreti.

La sfida fra le due voci in campo – il mezzosoprano Szilvia Vörös e il basso Mikhail Petrenko, entrambi al debutto al Costanzi – è vinta ad armi pari per la padronanza di dizione e accenti del testo in ungherese, per l’infinita gamma di sfumature messe in campo fra il declamato, le impennate e espansioni liriche, per una prestanza scenica stavolta giocata esclusivamente fra luci e proiezioni. Ma è alla fisicità del suono, agli incanti visionari e alle dinamiche contrastive che ancora una volta Michele Mariotti individua e ottiene dalla compagine orchestrale che si deve la straordinaria qualità della narrazione. Una narrazione innervata di brividi impalpabili, di tinte balcaniche attraverso i richiami modali, che guarda al mistero della Natura traducendolo in presagio di forze occulte. Sono anche qui tanti i temi: c’è la macchia di sangue siglata dalla seconda minore, il nome stesso di Barbablù su tetracordo discendente, il dubbio, il divieto, l’amore e la morte. E immensa è la tavolozza timbrica che, in centrata disamina, resta sempre in bilico e a un passo dalla comprensione del senso. Dall’apertura di una porta impossibile, quella dell’incomunicabilità umana e dell’uomo moderno in special modo, lasciando il dramma lirico entro i margini di quel “mistero” che il sottotitolo d’altronde ci svela e ricorda sin dal principio. [Rating:4/5]

Photo: Fabrizio Sansoni