Roma, Teatro dell’Opera – Otello

Vanta una statura eroica di supremo grado e, con essa, un intero prisma di stili, accenti e di passioni a sangue vivo, ma pur sempre blu perché nobilissimo nell’alta lezione del suo canto come nell’ira folle della gelosia d’amore, l’Otello messo a fuoco e a segno come meglio non si potrebbe dal tenore già leggenda per tecnica, timbro e longevità canora Gregory Kunde, ritornato vincitor al Teatro dell’Opera di Roma dopo l’Aida e il Tabarro della scorsa stagione. E con lui, da un super Otello di Giuseppe Verdi proposto nell’allestimento non di casa ma nuovo per l’Italia coprodotto dall’Opera di Monte Carlo con l’Opera Nazionale Tbilisi, escono trionfanti tutte le componenti teatrali e musicali in gioco nello spettacolo. In particolare, uno Jago strepitoso dalla prima all’ultima sua nota, una Desdemona in crescendo che circoscrive e consegna l’apice nel suo doppio primo piano al quarto atto, una potente intesa fra il podio e le masse artistiche della Fondazione lirica capitolina, a loro volta in forma smagliante, più un contenitore registico-scenico che rilegge con la medesima quota di equilibrio e intelligenza l’estremo patto fra tradizione e innovazione delle forme siglato da Boito e Verdi fra testo e partitura. E a conferma della felicità degli esiti, i tanti e infiniti applausi per tutti laddove possibile a scena aperta (è il caso di un accenno di ovazione meritatissima per Jago e il suo mefistofelico Credo da albo d’oro resa impossibile nella prescritta saldatura sonora fra seconda e terza scena dell’atto II mentre lunghi i consensi dopo l’Ave Maria di Desdemona) e, naturalmente, in special modo al termine.

Praticamente in controtendenza con le più fantasiose se non assurde reinvenzioni registiche, l’impianto visivo dell’Otello verdiano proposto a Roma conta intanto su una coerente impostazione di tradizione non priva tuttavia di un buon margine di novità a firma del regista catalano Allex Aguilera, nell’occasione al suo debutto al Teatro Costanzi, noto per le sue collaborazioni con il collettivo catalano La Fura dels Baus e ben forte di un ottimo itinerario registico in campo lirico. Sarà perché ha iniziato studiando Canto al Conservatorio di Ginevra, Aguilera restituisce e a dovere tutto quel che fonte, libretto e musica richiedono. Ovverossia, una scena unica e fissa che nelle sue tre pareti riproduce un triplice loggiato non troppo dissimile dall’interno del Globe Theatre shakespeariano, con verone a ringhiera praticabile per l’uscita dei ruoli protagonisti. Sullo sfondo delle arcate e a valenza simbolica s’intravede lo sfumare dei colori, dal grigio-malva della tempesta al rosso dorato per i fuochi dei falò con effetti ombra caravaggeschi, dalle tinte calde della passione ai toni lividi della tragedia che, in via crescente, vira sulle ombre e sui fantasmi che affollano la mente sconvolta del condottiero dell’armata veneta sull’isola di Cipro. Colori che cedono man mano il passo a un lento e obliquo sprofondare dell’architettura interna al pari di una psiche che vacilla sempre più con il montare dei sospetti sul suo sacro vincolo coniugale, quasi a richiamo e a specchio dei perigli e di quella sorte non toccata alla sua flotta armata in apertura. Le spinte alla modernità affiorano, in tal modo, in ulteriore misura. A partire dalle immagini in video (realizzate da Etienne Guiol Arnaud Pottier) dei flutti impressionanti che avvolgono come un ologramma i momenti iniziali dell’uragano (meno convincente, invece, il replicato volto di colore in primo piano e sdoppiato del condottiero) alla riuscita trovata del vino, quasi sangue, che Jago gestisce e versa fra calice, bottiglia e vapore sputato dall’alto del verone praticabile giù sulla vittima inerte al suolo declamando a gran voce con sarcasmo “Ecco il leone!”, in chiusa d’atto terzo. Per il resto, curatissimo il dettaglio dei gesti e giusto il rilievo dell’oggetto cardine del fazzoletto in linea esatta con l’efficace scenografia di Bruno De Lavenère, con le luci di sensibilità rara ideate da Laurent Castaingt, con i bei costumi in stile d’epoca di Françoise Raybaud Pace.

Nel garantire ulteriore plasticità d’impatto sia alla scena che alle trame dell’azione, nel mirato scavo espressivo, psicanalitico o semplicemente onomatopeico, va non da meno premiata la direzione musicale opulenta e serratissima impressa con magistrale esperienza da Daniel Oren, nell’occasione sul podio dell’Orchestra del Teatro dell’Opera. La forza deflagrante dell’accordo di undicesima strappato in fortissimo sulla dominante e a pieno organico alla seconda battuta, dopo la risoluta scaletta di biscrome in luogo della canonica Sinfonia, è impressionante. L’agogica è da brividi così come acuminatissimi sono e saranno da lì in avanti gli interventi strumentali a solo e in assieme, dalle terzine lente staccate dagli archi rinforzando come controcorrente le onde nell’Allegro agitato agli squilli lucenti di tromba con il debito rilievo di percussioni e legni. Quasi visivo, a seguire, il crepitare delle scintille dei falò e travolgente il brindisi nel suo sbalzo ritmico ditirambico. Raggelante quindi l’accompagnamento al Credo di Jago che sfocia in danza macabra e così tutti gli assieme (splendidi il Quartetto e il Sestetto) come i primi piani fra mille sfaccettature e inflessioni sui protagonisti, con vetta realmente sublime nel ritaglio prezioso e impalpabile di una Canzone del salice dagli inquieti presagi e dalle tinte lunari. In ogni caso la sostanza, ovunque e sempre, è verdiana “doc”, persino nei wagneriani ritorni negli atti esterni del tema del bacio.
Gran lode quindi a tutti i professori d’orchestra fra cui si citano, almeno, Giulio Plotino al primo violino di spalla, Andrea Noferini al primo violoncello, Igor Barbaro al primo contrabbasso, Fabio Rizzi al corno inglese con l’arpa (Agnese Coco) per la figura di Desdemona, Efisio Lecis (bravissimo) al primo fagotto, Michele Pancotto e Andrea Falsini rispettivamente alla testa di trombe e tromboni, Gabriele Cappelletto ai timpani.
Praticamente co-protagonista, il Coro della Fondazione capitolina ancora una volta ottimamente preparato da Ciro Visco, sfodera nei tre grandi pannelli d’inizio (Dio, fulgor della bufera!, Fuoco di gioia! più brindisi), nonché in diversa esposizione negli atti centrali, compattezza, dinamiche folgoranti e colori ideali per garantire volume, spessore, tempra e quota drammatica all’intero impalcato. Delizioso, inoltre, il lieto canto “T’offriamo il giglio soave”, dolcemente intonato dalla Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma, curato da Alberto De Sanctis, con delicato lancio di petali dalla balaustrata.

Leoni diversi ma a pari ed altissimo merito sul fronte delle voci, spiccavano come accennato i primi due uomini. L’Otello di Gregory Kunde ha qualcosa di miracoloso: il suo ingresso (Esultate!), scolpito com’è in un declamato radicato nel più nobile recitar cantando, poggia sul fiato e si espande articolando e pesando ogni sillaba, suono, accento. L’intonazione intorno al perno del mi, la tonalità del potere, è ferrea, tanto da lasciar intendere quel che l’intera sua prova sarà. Nella condotta di una linea fra le più impervie della storia dell’opera nel canto mobile e spezzato come nei possenti recitativi, fra l’oscillare del cuore e il deragliare della mente, non sbaglia un colpo, né al grave né tantomeno negli acuti preparati con la salda tecnica – che gli è propria – del belcanto, difatti perfettamente tenuti, con squillo argenteo e a suono fermo. Il suo non è un Otello di forza, in sintesi, ma una lezione di canto vero, nobile e magnifico, sfumato in tanti colori (con un tuffo al cuore, qualche suono ricorda e non poco il timbro di Pavarotti) e, ben oltre il gesto, in esclamazioni potenti, in espressioni variegatissime, come nel disperato monologo “Dio! Mi potevi scagliar” (III.3).
A sfoderare con abilità superba dizione al cesello, intonazione solidissima, volume imponente e una duttilità di fraseggio che è essa stessa scontorno stilistico camaleontico, da buon genio del male, è il baritono russo Igor Golovatenko, salito nel ruolo di Jago per la prima volta sul palco del Costanzi. Anche nel suo caso il rapporto fra la parola e la musica risulta in totale simbiosi, pensato, ponderato nelle pause, nelle appoggiature, nell’articolazione, lanciato verso la migliore caratterizzazione del ruolo. Escluso il gusto un po’ troppo trascinato sulla prima sillaba del “Bevi, bevi con me”, l’intera sua prova è veramente da manuale. Il Credo è potente e satanico, i passaggi melliflui sono viscidi al punto giusto, la violenza come le mezzevoci utili al suo tramare sottile sono assolutamente straordinarie.
Su un diverso livello si colloca invece la Desdemona del soprano Roberta Mantegna, voce morbida e luminosa da lirico puro uscita dalla prima generazione del Progetto Fabbrica Young. Nelle premesse, vantando filati dolcissimi, è senz’altro perfetta per il ruolo ma, rispetto alle sue prove precedentemente ascoltate con titoli diversi, tende almeno per i primi tre atti a coprire i suoni al centro e al grave, raggiungendo troppo timidamente gli acuti. Viceversa incanta per la purezza al platino di una Canzone del salice e di un’Ave Maria da serbare in memoria, difatti applauditissima al termine dal pubblico e dallo stesso maestro Oren.
Un Cassio meno pallido del solito salta fortunatamente fuori dall’impegno e dal buon colore del tenore Piotr Buszewski (Cassio), bene l’Emilia del mezzosoprano Irene Savignano, diplomatasi al “Fabbrica” Young Artist Programm dell’Opera di Roma e, a formare il resto del cast, Francesco Pittari (Roderigo), Alessio Cacciamani (Lodovico), Alessio Verna (Montano) e l’araldo di Fabio Tinalli.
Al termine applausi trionfali per tutti gli artisti dello spettacolo. [Rating:4.5/5]

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
OTELLO
Dramma lirico in quattro atti di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Otello Gregory Kunde
Desdemona Roberta Mantegna
Jago Igor Golovatenko
Emilia Irene Savignano*
Cassio Piotr Buszewski
Roderigo Francesco Pittari
Lodovico Alessio Cacciamani
Montano Alessio Verna
Un araldo Fabio Tinalli
*diplomata “Fabbrica” Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale
del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Allex Aguilera
Scene Bruno de Lavènere
Costumi Françoise Raybaud Pace
Luci Laurent Castaingt
Video Etienne Guiol Arnaud Pottier

Allestimento Opera di Monte Carlo
e Opera Nazionale Tbilisi
Roma, 9 giugno 2024