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Roma, Teatro dell’Opera – Jenůfa

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È scrutata e vissuta fra le pareti di una perfetta scatola teatrale e musicale, come subito rivelano la graticcia in legno spostata al proscenio in funzione narrativa di sipario ad alzata verticale e la totale intesa con una dettagliatissima drammaturgia sonora protagonista, in parallelo, per l’affilata dialettica scolpita dal podio. Risulta così ritagliata, restituita e meritatamente applaudita la storia apicale del realismo operistico slavo contenuta in Jenůfa, terza opera teatrale di Leoš Janáček in prima nazionale all’Opera di Roma nel nuovo allestimento realizzato dal regista tedesco Claus Guth (nell’occasione esordiente al Costanzi), in prestigiosa coproduzione con la Royal Opera House di Londra. Lì difatti la rilettura era stata tenuta felicemente a battesimo nell’ottobre 2021 vincendo l’Olivier Award l’anno a seguire e sarà ancora nella locandina britannica per la prossima, appena annunciata stagione sotto la diversa insegna – fresca di restyling – di quella che sarà la Royal Ballet & Opera.

Come chiusa, dunque, in una camera ottica moderna e quasi sospesa, con mirata sapienza di suggestioni gestuali e simbologie sceniche, in una fiaba psicologica al nero dall’arcana patina poetica conservando intatta, al contempo, l’originaria matrice rurale in stile tardo ottocentesco. Matrice di cui si osservano e denunciano lungo un taglio obliquo familiare che lega fra le generazioni le sorti di una vecchia suocera e nonna usufruttuaria del mulino attorno al quale si svolge la vicenda, di una sagrestana nuora e matrigna, di due fratellastri cugini e amanti entrambi in diversa misura di una figliastra protagonista e di un figlio illegittimo, temi precisi come le ansie e le ombre, le chiusure mentali a contrasto finale con la bontà del perdono in trionfo, gli schemi sociali e i rituali della vita assieme ai destini di solitudine di un’umanità di sempre laddove si cerchi la libertà. Al centro c’è quindi la giovane donna, dell’Ottocento contadino slovacco ma non solo, vittima del rito esistenziale conforme in ogni luogo e tempo. Sedotta, usata e abbandonata, sfregiata, giudicata e quindi emarginata dal contesto, la protagonista Jenůfa è una ragazza madre a cui la matrigna uccide per il suo bene il figlio nato da appena otto giorni, per restituirle una nuova dignità di facciata con relative nozze accanto a un uomo che non era quello dei suoi sogni. Ed è agganciando in dimensione allusiva più che folclorica la verità dei sentimenti con le leggi del contesto, pur senza minimamente alterare peso e sostanza della drammaturgia in libretto ma anzi ponendo in luce ulteriore la forza della partitura, che prende forma esatta e potente l’amara storia tratta da Janáček dal dramma naturalista della scrittrice Gabriela Preissová Její pastorkyňa  (letteralmente La sua figliastra), titolo originale in dialetto moravo dell’opera poi ribattezzata Jenůfa a partire dalla traduzione in tedesco firmata dal biografo di Kafka e dello stesso compositore, Max Brod. Girando pertanto la chiave del realismo popolare cèco in simbolismo psicologico, la Jenůfa ideata da Guth con la drammaturgia di Yvonne Gebauer va in pratica a rileggere le rigide tradizioni di un mondo contadino antico con l’attualità di un sentire secondo una modalità non troppo dissimile da quanto a suo tempo compiuto dallo stesso musicista cèco, sperimentando un idioma in pentagramma capace di trarre dal calco linguistico d’uso, popolare e reale, lo spettro emotivo dell’anima. A ben guardare, nel solco della medesima legge di corrispondenza e dell’estetica applicata da Delsarte intorno alla metà del diciannovesimo secolo.

A renderne chiaro e plastico il segno, nell’occasione romana, le nette ed essenziali soluzioni sceniche giocate sui toni del bianco e del nero da Michael Levine: un’ampia stanza serrata da pareti a doghe chiare con letti e postazioni di lavoro da seconda rivoluzione industriale al primo atto, al secondo una camera-gabbia chiusa da reti nude degli stessi letti qui posti in verticale nei giorni di reclusione per nascondere la gravidanza della giovane agli occhi di quel mondo bigotto ritratto per lo più di spalle, e materassi all’esterno a simulare i ghiacci sopra il torrente in cui troverà la morte l’infante. Infine un grande tavolo da festa per gli sposi su un tappeto di girasoli, stile Pina Bausch, al terzo. Scene che, con i curatissimi costumi severi o folk ma sempre tardo Ottocento di Gesine Völlm, le luci determinanti di James Farncombe, i calibratissimi effetti video di rocafilm/Roland Horvath accanto alla vivace quanto caratterizzante coreografia di Teresa Rotemberg, hanno con mano delicata e precisa fatto quadrare a meraviglia il senso dell’opera, allineandone la valenza fra il passato e il presente. A evidenziare inoltre il nesso dolente fra la morte ingiusta del bimbo e il doppio lutto vissuto dallo stesso Janáček nei quasi dieci anni di elaborazione dell’opera perdendo il figlioletto Vladimir nel 1890 e la figlia ventunenne Olga (nel 1903, alla cui memoria Jenůfa fu quindi dedicata), il passaggio al proscenio di un fanciullo rigato di sangue nell’atto in cui l’omicidio sarà poi compiuto e l’inquietante appollaiarsi sulla camera-gabbia di una figurante in nero piumata, vestita da corvo.

A garantire altissima qualità alla proposta, d’altra parte, il fronte musicale e canoro che, considerate le naturali modifiche al cast (il ruolo del titolo era stato sostenuto, al varo dell’allestimento, da una strepitosa Asmik Grigorian, in debutto londinese accanto allo Števa di Saimir Pirgu) il lavoro di Janáček ha portato sul palco della Fondazione lirica della Capitale un cast di specialisti assoluti del repertorio mantenendo (come per tutte le altre recite della coproduzione) un’interprete doc per la centrale sagrestana e matrigna Kostelnička, in passato già grande Jenůfa. Il tutto a chiudere in soluzione ideale il bellissimo progetto monografico triennale dedicato dal Lirico romano al compositore cèco proponendo con pari successo nelle due scorse stagioni Káťa Kabanová e Da una casa di morti.

Prima del dettaglio sulle voci, però, è d’obbligo un plauso al grande lavoro compiuto dal direttore Juraj Valčuha, interprete superlativo e ormai di riferimento del repertorio slavo (anch’egli presenza inedita per la sala romana pur avendo già diretto nel 2015 gli organici artistici dell’Opera di Roma in Turandot, ma a Caracalla), ospitato sul podio del Costanzi per l’occasione. Plauso che va esteso anche a tutte le sezioni di un’Orchestra della Fondazione ancora una volta dimostratasi compagine solidissima e ben pronta nel tradurre le intenzioni e il gesto del maestro creando suoni non di mero sostegno all’azione in palcoscenico ma ponderati in una molteplicità di funzioni drammaturgico-musicali sia autonome che complementari, calibrandone a dovere la tecnica e la metrica, lo stile, le dinamiche e i timbri qui particolarissimi. Compreso l’improvviso vuoto di suono tagliato di netto in corrispondenza alla morte non esplicita del bimbo di Jenůfa o la bellezza di arabesco nelle sonorità čajkovskiane e finanche straussiane. Se dunque si premia la direzione a fuoco e a smalto di Valčuha, magnifico nello scontornare a luce viva gli accenti popolari come nel conferire dolcezza alle aperture melodiche, nel garantire vigore incalzante alla cupa modernità del dramma fra suoni fissi e sbalzi ruvidi, repentini, nel gestire e collegare i tanti tasselli irregolari giocati sul principio dell’iterazione variata e nel dare tempra alle diverse flessioni della declamazione melodica, ottenendo in musica quel doppio volto di Jenůfa che è arcaico e moderno a un tempo, contadino e borghese, si apprezza non meno la bravura dell’Orchestra tutta. A partire da quel ribattuto ostinato sul legno, a rappresentare le pale del mulino ad acqua e metaforicamente il ripetersi delle azioni nel ciclo della vita (lavoro, riposo e festa come scandito nei tre atti), previsto allo xilofono ma che il direttore ha ottenuto dal bravo percussionista Rocco Luigi Bitondo in misura ancor più asciutta ed estraniante isolando alcuni tasti di marimba su gommapiuma. O si pensi alla significativa presenza del primo fagotto Martino La Vena declinata in un intero ventaglio di distinte espressioni, dall’ironico al drammatico in contrappunto con i più cupi pensieri della sagrestana, al bellissimo solo del primo violino Yehezkel Yerushalmi lungo il monologo di Jenůfa. E ancora, al bel colore dei corni capitanati da Agostino Accardi, all’impegno dei legni dal controfagotto all’ottavino, al suono acuminato degli archi acuti e all’avvolgente linea dei violoncelli guidati da Michele Chiapperino, agli affondi degli ottoni gravi accanto allo squillare delle trombe. E finanche agli effetti peculiari ottenuti, ad esempio, utilizzando un piccolo strumento a percussione con cimbalini, lo zvonky, per lo scintillante battere degli speroni nella vertiginosa canzone delle reclute.
A tal merito ancora una volta notevolissima nel canto come nella gestualità (al vertice si colloca appunto il contributo entro e fuori scena dei soldati, al primo atto) la prova del Coro dell’Opera di Roma, preparato con dovizia estrema nella dizione come nella ritmica e nella timbrica da Ciro Visco, così come ben misurato e molto efficace l’intervento del Corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato.

Quanto alle voci, in considerazione dell’unicità del cast impegnato a ritmo serrato per cinque recite praticamente consecutive più l’anteprima per giovani che rende comprensibile qualche opacità nei volumi, colpisce la tenuta canora di tutti gli interpreti in campo e in special modo la superba quota attoriale delle due donne protagoniste, Jenůfa e, stando al primo piano implicito nel titolo primigenio dell’opera, la sagrestana Kostelnička, entrambe al debutto sul palco del Costanzi.
Nel ruolo eponimo svetta su tutti il soprano svedese Cornelia Beskow, Jenůfa bella e sferzante, di voce lucente quanto intensamente vibrata nella complessa sfaccettatura drammatica conferita al personaggio in conflitto con la mentalità retriva che ne vincola il destino nel corso dell’azione. Ha dolce timbro come fanciulla innamorata del superficiale Števa Buryja ma è anche figlia adottiva o figliastra che sfodera forza e carattere al confronto divaricato con la matrigna nel lirismo drammatico dell’atto centrale e subito a seguire, quando risvegliandosi dal torpore delle droghe somministratele durante l’uccisione dell’infante, creatura di vera sostanza tragica fra monologo e preghiera. Fino all’atto di clemenza sull’infanticidio e alla misurata gioia nelle nozze di ripiego con l’altro cugino Laca Klemeň che, pur avendola sfregiata per gelosia, l’ha in fondo sempre adorata.
Altra prova magistrale è quella della sagrestana Kostelnička, affidata alla grande Karita Mattila la cui interpretazione nella parte del titolo alla Royal Opera House nel 2001 ha vinto un Grammy Award per la Best Opera Recording nel 2004 per poi passare appunto, nelle rappresentazioni recenti, nella parte della matrigna. Parte che il soprano finlandese governa con sicurezza negli ampi salti di registro (soavi i suoi filati sospesi all’acuto) e con attorialità superba fra la severità del dovere genitoriale, la preoccupazione per le sorti di una figlia sfregiata fisicamente e moralmente, la disperata decisione in cui, come una strega cattiva, droga l’inconsapevole Jenůfa e ne uccide nelle acque gelate del torrente il frutto illegittimo.
Bene nel complesso il tenore Robert Watson nei panni di uno Števa Buryja vocalmente prestante quanto fisicamente inaffidabile al punto giusto, e particolarmente convincente per l’afflato tenorile appassionato il Laca Klemeň di Charles Workman, tornato all’Opera di Roma dopo aver interpretato Boris Grigorijevič nella Káťa Kabanová di due anni fa. Ottima Manuela Custer nel ruolo mezzosopranile della vecchia Buryjovka, nell’abito come nell’agire molto zia principessa della Suor Angelica pucciniana. Apprezzabili ancora Sofia Koberidze per la figlia del sindaco Karolka, David Stout (Il capomastro del mulino), Lukáš Zeman e Anna Viktorova (Il sindaco e sua moglie) e, dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma, Ekaterine Buachidze (La pastora), Valentina Gargano (Barena) con una piccola lode speciale per l’efficacia timbrico-espressiva di Mariam Suleiman, nel ruolo di Jana.

Teatro dell’Opera – Stagione d’opera e balletto 2023/24
JENŮFA
Opera in tre atti
Libretto e musica di Leóš Janáček

Kostelnička Buryjovka Karita Mattila
Jenůfa Cornelia Beskow
La vecchia Buryjovka Manuela Custer
Laca Klemeň Charles Workman
Števa Buryja Robert Watson
Il mugnaio David Stout
Il Sindaco Lukáš Zeman
La moglie del Sindaco Anna Viktorova
Karolka Sofia Koberidze
La pastora Ekaterine Buachidze
Barena Valentina Gargano
Jana Mariam Suleiman
La zia Marzia Zanonzini
Una voce di donna Arianna Morelli
Una voce di uomo Alessandro Fabbri

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Juraj Valčuha
Maestro del coro Ciro Visco
Regia Claus Guth
Scene Michael Levine
Costumi Gesine Völlm
Luci James Farncombe
Video Rocafilm
Coreografie Teresa Rotemberg

Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
in coproduzione con Royal Opera House Covent Garden di Londra
Roma, 4 maggio 2024

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