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Roma, Teatro dell’Opera – Gianni Schicchi e L’heure espagnole (direttore Michele Mariotti)

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Sarà pur strana la coppia Puccini-Ravel, ma originale e carica di link, concreti, efficacissimi. Lo è già semplicemente in premessa, grazie al gioco ad armi pari per la modernità della scrittura musicale sia pur in diversa esposizione culturale, per il disincantato giro di vite impresso ai meccanismi di un comico grottesco e ironico a orologeria perfetta, per la singolare simbiosi onomatopeica che rimbalza dal teatro al pentagramma unendo spazio, gesto, parola, rumore e finanche pianto, sospiro o fonema. E nei fatti, così come dimostra il Teatro dell’Opera di Roma che per il secondo tassello del Trittico “recomposed” abbina in produzione inedita il Gianni Schicchi a L’heure espagnole di Ravel nell’anno che è di Puccini, il tandem scatta in quota vincente se a tale summa d’arguzie messa a segno dagli autori entro il primo ventennio del Novecento fa eco oggi sul banco degli interpreti la stessa ma rinnovellata intelligenza d’intesa a colpi di ben mirate relazioni fra podio, regia, valenza canora e innanzitutto orchestrale. Il tutto confezionato rispondendo, al passo con il Sacro Bosco di Bomarzo qui all’appello in scena per entrambi i titoli ricostruendone l’immensa testa praticabile dell’Orco a bocca spalancata, che tante meraviglie son fatte “pur per arte”, al di là dell’indubbio incanto delle partiture affiancate nella proposta ideata e fortemente voluta dal direttore musicale della Fondazione romana, Michele Mariotti.

Primo elemento di notevole interesse, la regia visionaria e moderna firmata in unione alle scene dal pluripremiato regista tedesco di origini turche Ersan Mondtag, artista che quest’anno rappresenta la Germania alla Biennale Arte di Venezia e che, con tale Dittico, ha felicemente tenuto a battesimo il suo impegno anche in Italia per la lirica. Una regia raffinata e calibratissima, funzionale alla drammaturgia musicale quanto ben coesa fra i due allestimenti legati da una visione fortemente critica della famiglia e dunque da un comun denominatore scenico ad ampia scalinata culminante nel citato Orco del giardino dei mostri nel Viterbese. In Gianni Schicchi la scultura domina l’antica e cupa casa dell’aristocratico mercante fiorentino Buoso Donati a mo’ di Lucifero dell’Inferno dantesco, dalla cui decima e ultima bolgia all’ottavo cerchio il librettista Forzano trae lo spunto per tratteggiare il falsario fraudolento di persone completandone l’elaborazione grazie ai dettagli di un Commento anonimo coevo. Una casa polverosa, in penombra e in rovina, stretta con bel colpo d’occhio (splendide le luci di Sascha Zauner) fra grandi vetrate spaccate, sulle quali incombe l’ampio quadrante di un tempo fermo alle ore sette e venti. I muri sono mezzi mangiati dalla vegetazione selvaggia che avanza inesorabile mentre, al centro, trova posto il letto del morto nel quale si infilerà, con abiti di Buoso “alla Dante” e con tanto di corona d’alloro, lo scaltro Gianni Schicchi per dettare con astuzia spicciola da “gente nova” nuova norma al testamento, inizialmente destinato a lasciare non ai parenti ma ai frati la maggior parte dei beni di famiglia.
L’impianto di quanto rimodulato da Mondtag sarebbe, di base, in linea con il tempo antico del tardo Medioevo immaginato, il 1299 come da libretto, ma la drammaturgia in esatto e costante assetto di squadra scolpita da Till Briegleb assieme ai fantasiosi costumi di Johanna Stenzel, realizzati con cura da sfilata per foggia, colori, tessuti e pellicce, ne spingono la collocazione avanti e oltre il tempo. Come a dire, che l’avidità in caricatura dei parenti e il raggiro della beffa valgono per tutti, sempre e in ogni dove. Il risultato rinvia in sostanza a una dimensione di fiaba surreale, da palazzo di Cenerentola versione Tim Burton. Ma nulla è scontato o disegnato e mosso per caso, a partire dalla particolarissima ambientazione acustica ad alzata di sipario che, prima ancora del breve e tumultuoso Preludio, riproduce i suoni notturni della campagna toscana fra versi di grilli, cornacchie e latrati di cani, a mo’ di alba giapponese pucciniana, mentre i parenti muovendosi a carponi e di soppiatto intorno al letto attendono il letal sospiro di Buoso. Qui può attaccare la musica che, in quell’incipit meramente teatrale, trova e chiaramente manifesta di lì a seguire la sua matrice più autentica, per stile, grammatica e invenzione sonora. In una parola, una musica che è essa stessa teatro, di svolta nel segno della commedia lirica moderna post Falstaff di Verdi.

In prospettiva analoga la direzione di Michele Mariotti corre moderna e veloce nello scandire fra i mutamenti continui e repentini i vari effetti prossemici e i molteplici gesti verbali, ironizzando, scavando, caricando ed esaltando ogni piega della drammaturgia musicale. Sono tanti i richiami ai colori del Puccini precedente, da Tosca a Butterfly, ma lo stacco netto dei metri, l’acume spigoloso degli accenti, la vivace plasticità delle dinamiche di gruppo e la capacità metamorfica dei rilievi melodici sono ben più vicini a Ravel e a una visione assolutamente aggiornata sui diversi, nuovi standard del mercato musicale d’Europa. Quasi come già proiettata verso l’aggancio con l’Heure libertina e un po’ dada intorno al buffo della Comédie musicale di Franc-Nohain e Ravel. In evidenza e con esiti di prima qualità nella tornitura delle tirate espressive, l’intera sezione dei fiati con lode alla schiera dei legni e menzione speciale per la terna di primo fagotto (Francesco Muratori), secondo fagotto (Pasquale Marono) e controfagotto (Fabio Morbidelli). Ottimo il lavoro degli archi come dell’ampia schiera di percussioni puntate sul colpo teatrale e sull’effetto grottesco.

Ferma restando la buona sinergia d’insieme di tutti gli interpreti, nel cast si premia su tutti la prova eccellente del baritono Carlo Lepore che amalgama a meraviglia nel suo Schicchi autentica sostanza attoriale e un’infinità di accenti distillati a sbalzo fra recitazione esatta e canto a piena voce. Risulta pertanto tuonante nell’invettiva e nell’avvertimento del suo monologo, esilarante nel falsetto, spiccato e ben ritmato nella dettatura del testamento sottolineandone lo sfrontato raggiro, sontuoso e teneramente paterno nel congedo finale oltre la quarta parete.
Per tempra ed emissione parimenti si apprezza la prova del basso-baritono Nicola Ulivieri, Simone di ottima statura per volume e calibro espressivo mentre, pur a fronte di un bel timbro terso e di un fraseggio dagli affetti nobili apprezzabili nel suo stornello, il Rinuccio del tenore lirico Giovanni Sala spesso finisce in ombra rispetto al peso e all’acceso vitalismo dell’Orchestra. Molto interessante per la purezza lirica e le delicate sfumature timbriche su salda base tecnica è la Lauretta del soprano sudafricano Vuvu Mpofu, John Christie Award 2019 e qui al suo esordio sulle scene romane. Brava anche la vecchia Zita di Sonia Ganassi nel gestire suoni e carattere agli estremi dell’estensione, così come ben dosata si mostra nel Terzetto accanto alle talentuose Valentina Gargano (Nella) ed Ekaterine Buachidze (La Ciesca), entrambe dal Progetto “Fabbrica Young”. Apprezzabili inoltre Mattia Rossi (Ser Amantio di Nicolao), sempre del progetto “Fabbrica”, Ya-Chung Huang nel ruolo di Gherardo, Roberto Accurso per Betto, Daniele Terenzi (Marco), Daniele Massimi (Guccio), delizioso Alessandro Guerzoni (Pinellino) e come sempre strepitoso Domenico Colaianni nella caratterizzazione teatrale e canora, tutta sulla parola, per il caricaturale medico di scuola bolognese Spinelloccio.

Fermo restando anche per il secondo titolo l’Orco di Bomarzo con relativa scalinata, sempre utilizzato come elemento di passaggio al piano superiore ma con valenza di statua Moai sul cui sfondo passano i video post-apocalisse di Luis August Krawen, la comica e piccante Heure espagnole di Ravel è un gioco innanzitutto di parole e forme. Nel mirino c’è il contenitore buffo all’italiana e, fra mille doppi-sensi, ci si diverte assai sul via vai di amanti dentro e fuori le pendole intorno alla bella Concepción, moglie insoddisfatta dell’orologiaio Torquemada. Anche in tal caso l’allestimento fa il suo effetto diviso com’è tra l’atmosfera antica, raccolta e perfetta della bottega artigianale nella Toledo del diciottesimo secolo e alle spalle, in frizione e contrasto, le tante proiezioni distopiche che, come da un vaso di Pandora (l’Orco di Bomarzo con relativo, probabile spunto dall’iscrizione sulle labbra “Ogni pensiero vola”), tirano fuori immagini di ogni sorta, ritraendo un lontano futuro dell’umanità: in sfilata, si vedono un paesaggio desertificato tipo il pianeta Arrakis del Dune firmato Denis Villeneuve (a cui, in verità, rinviano anche i costumi da epica moderna), un rigoglioso giardino tropicale alla Gauguin così come evocato dal testo dell’aria fiorita del colto sognatore Gonzalve, un uomo meridiana, un esodo lontano sulla cima delle dune, fumi e vapori primordiali, stormi di pterodattili, poi di oggetti volanti non identificati. Il tutto attraversando di fatto e a taglio i confini del tempo.

Molto concreta, viceversa, la storia in scena assegnata a cinque personaggi: per il marito tradito, si ascolta ancora il vocalmente prestante tenore Ya-Chung Huang (Torquemada) accanto al mezzosoprano francese Karine Deshayes nella parte della moglie Concepciòn, entrambi all’esordio al Costanzi. Concepciòn che vanta un’emissione solida e sonora proiettata lungo una sempre lucente linea di canto, stilisticamente ben centrata nei suoi numeri in forma d’aria o simili. Analogamente per gli amanti che restano a bocca asciutta – l’inconcludente e poeticissimo baccelliere Gonzalve e il banchiere Don Iñigo Gomez che invece mira dritto al sodo ma resta ridicolmente bloccato in una delle pendole della bottega – ritornano rispettivamente in scena il tenore Giovanni Sala (qui maggiormente a suo agio) e il basso-baritono Nicola Ulivieri, calati ottimamente nelle loro parti, l’uno con un bel canto in simil coloratura, l’altro nel pomposo stile ritagliato a giusta misura sul suo carattere. A dare piena prestanza al fisico quanto all’impegno canoro dell’aitante mulattiere Ramiro, l’unico che fra i rivali spasimanti alla fine è quel che gode, è il baritono Markus Werba, recente Papageno nel Flauto magico riallestito da Michieletto e qui mattatore dell’intreccio erotico (comicissimo nel suo continuo ma agilmente disinvolto tirar su in spalla e traslocare da un piano all’altro le pendole secondo i capricci della donna) ora come allora applaudito con fragore.
Anche qui i suoni onomatopeici di ogni sorta non mancano, fra ticchettii, fischietti e versi di uccelli meccanici in apertura dell’atto unico, e non manca il primo piano sulla musica che il direttore musicale alla testa di un’orchestra ben duttile e negli ultimi anni cresciuta realmente in maniera sorprendente restituisce intatta nell’intera tavolozza di ritmi, smalti e melodie screziate da vertigini coreutiche (valzer, habanera, rag-time), con vetta superlativa nel delizioso concertato di chiusura.
Ai saluti in coda per ciascun lavoro del Dittico, ripreso anche da Rai Cultura per Rai5, caldi i consensi andati a premiare la doppia schiera di artisti al proscenio, con Lepore, Werba e Mariotti meritatamente in testa alla hit degli applausi.

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
TRITTICO RICOMPOSTO
Progetto triennale in collaborazione con
il Festival Puccini di Torre del Lago
in occasione del centenario della morte del compositore (2024)

Direttore Michele Mariotti
Regia e scene Ersan Mondtag
Costumi Johanna Stenzel
Luci Sascha Zauner
Video Luis August Krawen
Drammaturgia Till Briegleb

GIANNI SCHICCHI
Opera in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano
ispirato a un episodio della Commedia di Dante Alighieri
Musica di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi Carlo Lepore
Lauretta Vuvu Mpofu
Zita Sonia Ganassi
Rinuccio Giovanni Sala
Gherardo Ya-Chung Huang
Nella Valentina Gargano*
Betto Roberto Accurso
Simone Nicola Ulivieri
Marco Daniele Terenzi
La Ciesca Ekaterine Buachidze*
Spinelloccio Domenico Colaianni
Ser Amantio di Nicolao Mattia Rossi*

*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma

L’HEURE ESPAGNOLE
Comédie musicale in un atto
Libretto di Franc-Nohain dalla propria omonima commedia
Musica di Maurice Ravel

Torquemada Ya-Chung Huang
Concepción Karine Deshayes
Gonzalve Giovanni Sala
Ramiro Markus Werba
Don Iñigo Gomez Nicola Ulivieri

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola
di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento Teatro dell’opera di Roma
Roma, 11 febbraio 2024

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