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Roma, Teatro dell’Opera – Die Zauberflöte (cast alternativo)

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Ci sono molti modi per “attraversare la notte”. Die Zauberflöte (Il flauto magico), romanzo di formazione ma anche opera testamento di chi di fatto ha scelto di non crescere (se vogliamo aderire a una visione infantilistica della traiettoria mortale mozartiana) continua le sue recite all’Opera di Roma e attraversa le due ore e cinquanta di spettacolo con un secondo cast che riserva diversi spunti d’interesse.

Simon Lim è un Sarastro di ottima proiezione e spiccata nobiltà. Il colore della voce non sarebbe sulla carta quello proprio di un basso profondo, ma la proiezione, il dominio dell’appoggio, consentono di “arrivare” anche negli estremi gravi. Scenicamente ha la compostezza liturgica che il ruolo richiede, pur nell’efficace trasformazione che Michieletto del personaggio da grande saggio a “maestro” sulle orme del John Keating di Robin Williams. Una prova molto bella e giustamente applaudita che ha trovato forse il momento più felice nell’aria “In Diesen heil’gen Hallen”. La prova di Cameron Becker (Tamino) è in crescendo: la voce tenorile ma brunita (con un retrogusto quasi baritonale, sebbene con la leggerezza necessaria al canto mozartiano) è perfetta per il ruolo. L’incipit del “Zu Hilfe!” potrebbe essere più sonoro e lirico, ma Becker si fa apprezzare soprattutto nel Quintetto “Hm, hm hm” e nella Bildnis arie, dove esibisce un’ottima linea di canto, morbidezza e acuti quasi sempre centrati (forse si avverte qualche discontinuità nel passaggio ma poi la voce gira e si carica di luce).

Äneas Humm è un promettente Papageno. Il canto è ben proiettato e anche se la voce non è immensa, in tutte le tessiture e in tutti gli anfratti del palcoscenico il baritono svizzero emerge in equilibrio con l’orchestra. Non lo stesso si può dire di Maria Laura Iacobellis che nel ruolo di Pamina fa emergere un bellissimo colore ma esagera con i pianissimi e i filati. Nell’aria “Ach, ich fühl’s” la linea di canto è morbida e controllata come richiesto dalla partitura, ma la dimensione teatrale richiede un appoggio maggiore. Il colore è molto bello e nei concertati si percepisce che l’impatto sonoro ha margine. Sulla Regina della notte del soprano tartaro Aigul Khismatullina la sala si è un po’ divisa: la prima aria è stata meno incisiva di quanto ci si attenderebbe da un ruolo villain e se gli acuti sono facili e ben emessi si deve registrare che i fa sopracuti non risultano sempre intonati. Meglio si gestisce nella celebre “Der Hölle Rache” (al netto di quanto espresso sui fa) che chiama – come di tradizione – l’applauso. Resta tuttavia incerta la definizione scenica del personaggio, quasi che le energie prevalenti fossero destinate a tenere sotto controllo la pur impervia tessitura. Mariam Suleiman è una frizzante Papagena, a cui quasi rubano la scena i Papageni mignon scatenati e confident sul palcoscenico. Bella la prova delle tre Dame con una menzione per Ania Jeruc, che mostra acuti saldi e un ottimo corpo vocale, e Adriana Di Paola, voce di contralto di notevole interesse. Marcello Nardis si conferma Monostatos pestifero e sempre a piombo e ha tutto ciò che il ruolo richiede. Un piacere ascoltare i due armigeri (e due sacerdoti) Nicola Straniero e Arturo Espinosa che esibiscono vocalità fresche e ben proiettate. Completano il cast Dorotea Marzullo, Miriam Noce ed Elena Merluzzi, i tre fanciulli in versione giovani esploratori.

Orchestra e coro si confermano, analogamente a quanto espresso da Paola De Simone nella recensione della prima (qui il link), colonne nobili di questa produzione, partner ideali nella lettura che Michele Spotti dà del Singspiel mozartiano: c’è leggerezza, mobilità, gusto e trasparenza. Unico enigma, che nulla toglie a un debutto con i fiocchi da parte del giovane concertatore, lo stacco del cantabile del quintetto a un tempo cui di solito non siamo (e forse neppure gli interpreti sono) abituati. Da quanto ascoltato in sala, non dispiace la regia educational di Damiano Michieletto: divide, fa discutere, ma accende anche l’immaginazione e la riflessione. “Attraversare la notte” come canta il coro finale, può alla fine significare anche solo diventare se stessi.

Roma, 17 gennaio 2024

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