Pisa, Teatro Verdi – La bohème

Nel 1876 il diciottenne Giacomo Puccini parte da Lucca per andare a vedere Aida di Verdi al Teatro Nuovo di Pisa: secondo il racconto del musicologo Mosco Carner, quell’esperienza rappresenta il momento in cui il giovane compositore lucchese capisce in una sorta di epifania che dovrà scrivere musica solo per il teatro. Oggi il Teatro Nuovo è dedicato a Giuseppe Verdi e sul suo palco si sono succedute parecchie performance delle opere di Puccini, come testimonia anche la stagione in corso che, dopo una acclamata Rondine, arriva a proporre anche la più classica Bohème, qui presentata in una produzione già vista in vari teatri dell’Emilia-Romagna e della Toscana.

Cristina Mazzavillani Muti riprende un suo allestimento creato una decina di anni fa per il Teatro Alighieri di Ravenna e lo rielabora con alcuni cambiamenti. Il palcoscenico è scarno e si anima con le proiezioni di David Loom che puntano più al simbolismo che al realismo, in quanto mirano a rendere in immagini le emozioni dei personaggi: se alcune risultano efficaci, come la nevicata del terzo quadro, i riferimenti ai pittori simbolisti come Odilon Redon, che vediamo quando i giovani protagonisti sono intenti alle loro attività artistiche, appaiono un po’ fine a sé stessi (come sempre quando si cerca di infilare il citazionismo artistico così pedissequo in una regia senza tramutarlo in vero dato teatrale). Tuttavia, la nudità della scena, composta da qualche tavolo, una pedana e una scalinata, aiuta a concentrarsi sulla recitazione degli interpreti: anche se questa rimane una Bohème sostanzialmente tradizionale, si apprezza il lavoro fatto con i cantanti nel delineare i personaggi e nell’architettare una gestualità fluida e spigliata, nonostante in alcuni momenti più lirici si finisca per indulgere in qualche posa statica e stereotipata. Colpisce molto lo sviluppo dell’ultimo quadro, che si svolge come una sorta di funerale anticipato di Mimì sin da quando essa entra in scena in una candida sottoveste bianca e si adagia sulla pedana, pronta a partecipare al suo stesso rito funebre. Certo può far sorridere che Mimì si lamenti del freddo e poi stia per metà opera vestita in abiti assai leggeri, soprattutto se questo finisce per essere l’unico elemento simbolico in un universo che vorrebbe essere realistico; l’epoca di ambientazione della vicenda, che dovrebbe essere suggerita dai costumi, rimane indefinita dal momento che i protagonisti vestono abiti moderni, mentre le masse sfoggiano abiti da Belle Époque, come se fossero un’evocazione di un tempo che non esiste più. In sostanza, rimane comunque un allestimento ben fatto e apprezzabile pur in una freddezza visiva generale che però si sposa bene al titolo.

Dal punto di vista musicale, Nicola Paszkowski tiene salde le redini dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, e fornisce una lettura non fantasiosa, ma ben confezionata, senza indulgere in puccinismi di maniera e con un passo teatrale comunque ben spedito che, tuttavia, non mette mai in difficoltà gli interpreti.

Tra questi spicca senz’altro la Mimì di Elisa Verzier, che colpisce fin dall’inizio per la voce duttile, rotonda e omogenea. Il vero punto di forza appare però il fraseggio con cui cesella in apertura un’ottima “Sì, mi chiamano Mimì”, per poi spiccare letteralmente il volo in un “Donde lieta uscì”, prodigo di sfumature e carico di malinconia.
Suo contraltare è il Rodolfo di Alessandro Scotto di Luzio, che all’inizio gioca un po’ di rimessa, in quanto i passaggi in zona acuta non lo mettono certo a suo agio: sono infatti momenti in cui il fraseggio solitamente ben curato diventa un po’ inerte, e si segnala anche un leggero calo di intonazione sull’acuto della “Gelida manina”. Tuttavia il tenore offre una prestazione in crescendo nel corso della recita e fornisce un’interpretazione apprezzabile del poeta.
Per quanto riguarda l’altra coppia protagonista, da un lato troviamo Christian Federici che cesella un Marcello di notevole spessore, grazie sia alla voce corposa, omogenea e ben emessa, sia al fraseggio e all’espressività sempre a fuoco. Alessia Pintossi invece è una Musetta scenicamente perfetta ma la cui voce risulta inizialmente un po’ fibrosa nel secondo quadro, pur con gli acuti ben a fuoco, per poi decollare e convincere assai nella preghiera finale.
A completare il quadro troviamo Vittorio De Campo che tratteggia un Colline bonario ma disincantato, con un timbro di bel colore; Clemente Antonio Daliotti dal canto suo è uno Schaunard centrato e ben cesellato. Meno convincente risulta Fabio Baruzzi che tratteggia un Benoit fin troppo macchietta, mentre Graziano Dallavalle dà il giusto rilievo scenico e vocale al pur breve ruolo di Alcindoro. Va ricordato infine il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati, che ben si sbroglia negli interventi del secondo quadro, così come il Coro di voci bianche Bonamici diretto da Angelica Ditaranto.
La recita pomeridiana si svolge a teatro pressoché pieno e il pubblico non lesina applausi a scena aperta dopo i pezzi più famosi, per poi tributare un caloroso successo agli applausi finali, con punte di entusiasmo per Verzier. [Rating:3.5/5]

Teatro Verdi – Stagione 2023/24
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini

Mimì Elisa Verzier
Rodolfo Alessandro Scotto di Luzio
Musetta Alessia Pintossi
Marcello Christian Federici
Schaunard Clemente Antonio Daliotti
Colline Vittorio De Campo
Benoit Fabio Baruzzi
Alcindoro/Sergente dei doganieri Graziano Dallavalle
Parpignol Ivan Merlo

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Coro di voci bianche Bonamici
Banda della Società Filarmonica Pisana
Direttore Nicola Paszkowski
Maestro del coro Corrado Casati
Maestro del coro di voci bianche Angelica Ditaranto
Regia Cristina Mazzavillani Muti
Light designer Vincent Longuemare
Visual designer David Loom
Video programmer Davide Broccoli
Costumi Manuela Monti

Riallestimento Ravenna Festival-Teatro Alighieri
In coproduzione con Teatro del Giglio di Lucca,
Teatro Amintore Galli di Rimini,
Teatro Comunale di Ferrara e Fondazione Teatro di Pisa
Pisa, 4 febbraio 2024