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Parigi, Opéra Garnier – Médée

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E evento fu. Perché non c’è che dire: si è trattato di un bellissimo spettacolo, quasi da far figurare nella categoria degli imperdibili. Dopo tre secoli (la prima assoluta risale al 1693), l’unica opera di Marc-Antoine Charpentier è riproposta in scena all’Opéra Garnier. Ai posti di comando, il più francese dei direttori americani: William Christie. Che ritrovava per l’occasione l’ensemble che ha creato (e che ormai dirige sempre di meno, lasciando il posto a Paul Agnew), Les arts florissants, e allo stesso tempo una composizione che gli è cara: fu proprio lui a registrare questa Médée per il label Harmonia Mundi nel 1984. Nel frattempo, oltre che della sua compagine orchestrale, Christie è anche l’artefice di una delle iniziative più interessanti del patrimonio francese: il Jardin des voix. Voci nuove scoperte e amorevolmente curate dal direttore-giardiniere che vive in Vandea in un castello i cui giardini sono stati classificati monumenti storici. E, non a caso, proprio da quell’esperienza vengono molti dei solisti di questa produzione, a cominciare da Léa Desandre, che incarna in maniera prodigiosa il ruolo principale.

La produzione scenica è una ripresa. Il regista David McVicar l’aveva pensata nel 2013 per l’English National Opera e poi ripescata nel 2019 per il Théâtre de Genève. L’opera è ambientata ai tempi della Seconda guerra mondiale: vi riconosciamo la Royal Navy, la Royal Air Force, i G.I. americani, ma anche il presistente De Gaulle con i suoi sostenitori. Servendosi anche della trasposizione cronologica, il regista ci racconta una storia: quella di una donna (Médée), tradita dal padre dei suoi figli (Jason) che comincia una nuova avventura con un’altra (Créuse) che, con la complicità del padre (Créon), volge le spalle al fidanzato (Oronte). L’avrete capito: il mondo “merveilleux” della tragédie-lyrique è spinto in un universo quotidiano. Difficile volerne a McVicar per questo: che piacciano o meno le sue scelte, riesce a coinvolgere, per quasi quattro ore, il pubblico. (Anche se, va detto per onestà, alcuni spettatori cominciano a lasciare la sala al primo intervallo, seguiti da altri, più numerosi, al secondo.) Semmai, i dubbi cominciano là dove il regista non sa fermarsi: era proprio necessario fare di Creonte un padre libidinoso, ai limiti dell’incesto? E certi lazzi che tendono al grottesco e le scene sovraccariche non spingono eccessivamente un testo, che esteticamente fa riferimento al teatro classico del Grand siècle, verso toni barocchi da cui i francesi si sono in realtà allontanati? Un punto debole incontestabile, poi, sono i balletti di Lynne Page: semplicemente brutti.

Tutta la magia viene dalla produzione musicale. William Christie è alle stelle e si porta dietro i bravissimi Arts florissants. Che riescono a tenerci incollati a un’opera che pur non manca di momenti di monotonia. Il cast è tutto eccellente. Léa Desandre sta conoscendo una carriera folgorante e sicuramente questa interpretazione di Médée non farà che spingerla ancora più in alto. Conoscevamo le sue doti vocali (la bellezza del timbro, la tecnica sicura, la giustezza dello stile). La scopriamo interprete totale, abitata da un personaggio, che occupa la scena dall’inizio alla fine, mettendosi a nudo e non risparmiandosi nulla: si unisce perfino al corpo di ballo. Il tenore Reinoud Van Mechelen (Jason) è un complice ideale: perfettamente credibile sia come cantante sia come attore. La Nérine di Emmanuelle De Negri ha una ricca tavolozza di colori. Genialissima l’interpretazione di Laurent Naouri di Créon: vocalmente sempre inossidabile, attorialmente sempre prestante. Non c’è che dire, è stata, quella di Naouri, una delle presenze più importanti della produzione. Va segnalato pure il contributo impeccabile di Lisandro Abadie (Arcas). Breve, ma impossibile da non notare poi l’apparizione di Mariasole Mainini che interpreta Une italienne (e anche una delle prigioniere): spetta a lei cantare l’unica aria in italiano (i compositori francesi all’epoca di Luigi XIV e Luigi XV, appena potevano, le inserivano qua e là nelle tragédies), “Chi teme d’amore” (II, 7).
Qualche ombra, ma soprattutto tante luci su questa produzione di Médée.

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