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Parigi, Opéra Bastille – Salome (con Lise Davidsen)

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La prima Salome in un teatro di Lise Davidsen, nonostante la prova magnifica del soprano norvegese, non è stata molto fortunata. Per il capolavoro di Richard Strauss all’Opéra Bastille si è voluto riprendere infatti il recente allestimento per la regia di Lydia Steier: brutto, volgare, inadeguato e aggettivi simili non basterebbero a definire uno spettacolo davvero inqualificabile, che non lascia mai la possibilità di concentrarsi sul versante musicale, a meno di non chiudere gli occhi dall’inizio alla fine. Cerchiamo di descriverlo, almeno in parte, anche se per tutti sarà tempo sprecato.

Certo, il problema non è tanto l’ambigua caratterizzazione di epoche diverse: la stanza della festa a palazzo si vede perfettamente dal cortile dove si trova imprigionato il Battista: il tetrarca Erode, insieme ai suoi variopinti ospiti e alla moglie Erodiade, con i seni sempre fuori dal vestito (artificiali ed esagerati), si diverte a torturare e stuprare schiavi di ambo i sessi che, dopo essere stati abusati, vengono decapitati da un boia e i loro corpi buttati nel pozzo nel giardino (non proprio come Angelotti in Tosca) vicino alla gabbia dov’è chiuso il Profeta. È tutto un andirivieni finché i convitati si trasferiscono all’esterno dove Erodiade può dare libero sfogo al suo istinto ninfomane (prende di mira una delle guardie con sguardi e risatine che sembrano presi in prestito dalle dive del cinema muto). Ebrei e nazareni, indistintamente, partecipano a questa festa-orgia e non si capisce perché si credano diversi se poi fanno tutti la stessa cosa: il punto è che annoiano davvero, e non solo la regina, con le loro dispute teologiche in un’atmosfera che più vuota e libertina non si può.
Sfigurato e deformato anche il paggio di Erodiade, non troppo interessato alle reazioni di Narraboth: la sua missione pare essere quella di condurre i giovani alla festa per poi riportare i loro corpi (o parti di questi) salendo e scendendo le scale con l’aiuto di altri domestici, e quindi assassinare Erode con una pistola dopo l’ordine di quest’ultimo di uccidere Salome. Che invece resta abbracciata al Battista, il quale non viene ucciso ma si arrende all’amore della fanciulla, anche se poi sembra che alla fine i due non sappiano cosa fare. Salome, che come nella pièce non sa chi è né cosa vuole, si cimenta in una danza dei veli che danza non è, ma uno stupro di gruppo, iniziato da Erode (abituato a quanto pare a simili atti con la figlia dell’ex cognata ora moglie) e continuata poi da tutti gli altri (sì, anche dagli ebrei e dai nazareni), alcuni dei quali, visto che ci sono, si divertono a penetrarsi anche tra di loro. Sia chiaro che non intendo fare del moralismo ipocrita: il testo di Wilde sarà anche decadente e perverso, ma non arriva mai a una degenerazione gratuita e così scadente (che non è sinonimo di decadente).

Logico che alcuni degli artisti non si trovino a loro agio in questo contesto. Lise Davidsen canta in modo sensazionale, con piani e sfumature bellissimi e veramente la scrittura non presenta per lei il minimo problema. Considerata la classe dell’artista, non si può che augurarle di avere più fortuna la prossima occasione. Naturalmente Davidsen viene accolta da un delirio di applausi, senz’altro meritati. Certo mi piacerebbe che artisti di questo livello, proprio perché considerati insostituibili e di grande prestigio, si attivassero per spiegare ai sovrintendenti e/o direttori artistici la non disponibilità ad assecondare certe regie. Anche l’eccellente Ekaterina Gubanova, bravissima Erodiade e non da adesso, canta molto bene ma non è molto convincente nel farci credere che desidera praticamente ogni uomo che le si presenta davanti.
Fantastico l’Erode di Gerhard Siegel, che ha tutti i requisiti per la sua parte, tranne i vestiti e la “storia” sovrapposta al testo (anche se sembra più a suo agio degli altri, forse perché già conosce l’allestimento). Il Battista di Johan Reuter non sarebbe male ma risulta alquanto insufficiente considerando il volume della voce in rapporto alle dimensioni della sala (in diverse occasioni viene coperto dall’orchestra e non per eccessivo volume di questa). Il timbro di Pavol Breslik sembra un po’ usurato, ma riesce ancora a dissimularlo bene nel ruolo di Narraboth. Molto interessante la voce di Katharina Magiera (il paggio di Erodiade) e, nel complesso, bravi tutti gli altri impegnati in ruoli più o meno piccoli ma risolti in modo adeguato. Vorrei ricordare, per la bravura di starsene sul palcoscenico per tutta l’opera, mai ferme e interagendo con tutti e in particolare con Erodiade, le due guardie di Dominic Barberi e Bastian Thomas Kohl (entrambi di buona voce e bella presenza), il primo Nazareno di Luke Stoker e L’uomo della Cappadocia di Alejandro Baliñas Vieites.

L’orchestra del Teatro suona benissimo, come si deve, e la bacchetta di Mark Wigglesworth risulta precisa e diligente. Mi ha sorpreso (diversamente da alcune produzioni a Bruxelles) l’interpretazione davvero “fredda” che, anche se correttamente crudele, sembrava in non pochi momenti mancare di mistero e sensualità, componenti fondamentali in questo titolo.
Sala stracolma e tanti applausi alla fine con punte di acceso entusiasmo soprattutto per Davidsen.

Parigi, 22 maggio 2024

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