Chiudi

Parigi, Opéra Bastille – Faust

Faust di Charles Gounod è forse il titolo simbolo del teatro d’opera parigino, e certo quello ora in scena a Opéra Bastille (ripresa dall’edizione 2021) è parigino all’ennesima potenza. La regia di Tobias Kratzer, con buona pace di Goethe, sposta infatti l’azione nella Parigi contemporanea. E nel vorticoso susseguirsi delle numerosissime scenografie dell’allestimento (che aumenta, addirittura, il già alto numero di cambi di scena previsto dal libretto) della capitale francese vediamo proprio tutto: l’appartamento signorile dei boulevards in cui l’anziano Faust può ormai ottenere amore solo a pagamento; le torri di Notre Dame da cui, assistito da Mephistopheles, spicca il volo in direzione delle banilieues, fino ad atterrare nel campetto da basket in cui riesce a battere Valentin con l’aiuto delle potenze infernali. E ancora: il tipico condominio di periferia in cui Marguerite vive con la vicina Martha (entrambi gli appartamenti visti in spaccato, quasi fosse l’atto finale di Rigoletto); l’asettica clinica ginecologica in cui, assistita da Siebel, si sottopone a un’ecografia; il vagone della metro in movimento, che sostituisce la scena della chiesa, con i canti diabolici gridati nelle cuffie di Marguerite. Infine, ancora una volta, l’appartamento di Faust (ora spoglio); la notte di Valpurga dove Mephistopheles, di nuovo in volo, dà fuoco a Notre Dame, per poi lanciarsi in una folle cavalcata assieme a Faust nei quartieri a luci rosse, su cavalli rubati alla Gendarmerie (e qui è stato tagliato il banchetto delle cortigiane, sostituito dalle musiche per il balletto di Walpurigis composte da Gounod appositamente per l’Opéra). Per ricreare queste ambientazioni si fa massiccio uso di proiezioni – che non sostituiscono però, ma affiancano, le curatissime e dettagliatissime scene di Rainer Sellmaier. Seppure ardita, la scelta sicuramente paga in più punti (il volo su Parigi e le terrazze di Notre Dame sono – visivamente – la parte più suggestiva dell’opera). Meno riuscita, decisamente, la scena del vagone della metro, che è ricreato in piccolo, schiacciato in un angolo del palcoscenico, e riproiettato in grande su di un grande schermo, con l’alternarsi di vari punti di osservazione.

Insomma, sicuramente molta carne al fuoco, e molto da dire. Certo, una trasposizione così radicale inevitabilmente comporta incongruenze col libretto, e aggiunte non sempre felicissime. Un merito indubbio dello spettacolo è però la grande attenzione al dettaglio, ai movimenti, e – paradossalmente – l’aderenza alla partitura della storia che il regista vuole raccontare. Tra le scelte più felici, quella di affiancare a Faust il suo doppio “anziano”: se nel libretto di Gounod si corre il rischio di dimenticarsi il vecchio Docteur Faust del primo atto, qui il filtro di Mephistopheles è solo temporaneo (come una sorta di pozione polisucco), e il protagonista si trova, alla fine di ogni atto, trasformato di nuovo nel suo doppio anziano. L’idea di trasformare Mephistopheles in una sorta di spacciatore della “droga della gioventù” funziona, e funzionano sul palco i cambi tra Faust e il suo doppio; il rovescio della medaglia di questa scelta è però che, nei primi venti minuti dell’opera, vediamo in scena il Faust anziano, muto e “doppiato” dal vero Faust, relegato in un angolo del palco, con un effetto straniante. Convince anche la scelta di far affiancare Mephistopheles da una squadra di aiutanti muti (interpretati da ballerini in dolcevita e giacca nera), la cui presenza è intuita solo da Martha. Molto meno convince la scelta di fare del bambino di Marguerite il figlio di Mephistopheles, anziché di Faust. Forse però, il limite principale della produzione è quello di ignorare quasi del tutto il lato mistico-religioso dell’opera di Gounod, che è giustificato solo in parte dalla scelta di trasportare l’opera nel presente: non si capisce bene, ad esempio, quale sia la ratio dietro alla scelta di trasportare in metropolitana la scena della chiesa; e se la scena della cavalcata notturna per la Parigi a luci rosse è sicuramente d’effetto e ben eseguita, un po’ si sente la mancanza dell’elemento soprannaturale del sabba (espunto anche dall’esecuzione). Ma, soprattutto, anticlimatico e fuori fuoco è il finale: l’apoteosi finale di Marguerite – tutta “terrena” – avviene solo grazie a Siebel, che si farà trascinare all’inferno al posto di Marguerite (e perché poi, dato che questa non ha firmato nessun patto col diavolo?).

Se la regia, pur con molte luci, è probabilmente destinata a rimanere controversa e divisiva, ben poche critiche si possono muovere al lato musicale dello spettacolo, che risulta pressoché impeccabile. A partire dal coro dell’Opéra de Paris, diretto da Alessandro Di Stefano che offre delle sue prove migliori, persino nelle movimentate scene di massa. È aiutato, certo, dalla maestria con la quale la direzione di Emmanuel Villaume riesce a far risaltare ogni voce, sia sul palco che all’interno della buca dell’orchestra, che si tratti dei momenti più lirici e della folle cavalcata della notte di Valpurga.
E a risaltare, certo, è in primo luogo la voce del tenore samoano Pene Pati (Faust); uno strumento che si affina e si schiarisce negli acuti, emessi in pianissimo, a fil di voce come la partitura richiede, e raggiunti con una facilità e una finezza impressionate (quasi scatta l’applauso sul “présence” di “Salut! Demeure chaste et pure”), e che è passionale e robusto nei grandi sfoghi lirici. A suo fianco un Mephistopheles, quello di John Relyea, che fa davvero paura, grazie alle sue cavernose note gravi e al fraseggio elegante: il basso porta in scena un cattivo signorile e ironico, senza nessuna concessione al comico. Marguerite è invece interpretata da Amina Edris, precisa nell’esecuzione delle agilità, e perfettamente a suo agio con la vocalità richiesta dal ruolo, anche se forse il personaggio non riesce del tutto a emergere, al di là della tecnica. Centrato il Valentin di Florian Sempey, che usa la presenza scenica e il bel timbro – soprattutto nel registro acuto – per costruire un credibile ragazzo di strada, spaccone ma anche capace di modulare la voce nei momenti di dolcezza. Credibile anche Marina Viotti nel ruolo di Siebel (anche se forse la parte non rende giustizia alla sua vocalità), mentre Sylvie Brunet-Grupposo è una Martha a un tempo comica e quasi dolente (è, grazie alle sue doti attoriali, forse il personaggio più credibile in questa attualizzazione). Buona prova anche per Amin Ahangaran (Wagner).
Ci si chiede se il grande successo di pubblico riscosso sia dovuto solo alla qualità altissima (anche per gli standard dell’Opéra) dell’esecuzione, o se giochi un suo ruolo il divertimento del pubblico parigino nel veder riflessa sulla scena la propria città, come in un caleidoscopio, nelle scene spettacolari della produzione.

Opéra Bastille
FAUST
Opera in cinque atti
Libretto Jules Barbier e Michel Carré
Musica di Charles Gounod

Faust Pene Pati
Marguerite Amina Edris
Méphistophélès John Relyea
Valentin Florian Sempey
Siebel Marina Viotti
Marthe Sylvie Brunet-Grupposo
Wagner Amin Ahangaran

Orchestra e coro dell’Opéra Bastille
Direttore Emmanuel Villaume
Direttore del coro Alessandro Di Stefano
Regia Tobias Kratzer
ripresa da Alessandro Stadler
Scene RainerSellmaier
Costumi Reiner Sellmaier
Luci Michael Braun
Video Manuel Braun

Parigi, 8 ottobre 2024

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino