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Parigi, Opéra Bastille – Don Quichotte (regia di Damiano Michieletto)

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Assente da oltre vent’anni, è ritornata sulle scene parigine la partitura più crepuscolare di Jules Massenet, sempre difficile da rendere con compiutezza e far “arrivare” al pubblico. Forse alcune parti del libretto di Don Quichotte soffrono del trascorrere del tempo (son passati più di cent’anni dalla prima assoluta con Chaliapin a Monte-Carlo) ma non la musica, che è sempre “riconoscibile” come uscita dalla penna del Maestro, anche se più concisa ed essenziale rispetto ad altre sue composizioni.

Il nuovo allestimento proposto all’Opéra Bastille, per la regia dell’ormai celebre – non solo in Italia – Damiano Michieletto, è stato accolto molto bene e, sulla carta, sembrava molto promettente. L’idea di partenza è in effetti buona: “Del poco dormir y del mucho leer, se le secó el cerebro” (Dal molto leggere e il poco dormire, perdé la testa) dice Cervantes. Ecco allora che in questa produzione troviamo il protagonista immerso negli anni sessanta del secolo passato: è un professore preso in giro dagli allievi e innamorato cotto di una specie di Lolita non troppo svergognata ma piena di spasimanti (Dulcinea), che qui scrive anche le sue fantasie, le quali si materializzano dal sofà, o dal comodino, o letteralmente nell’aria. Peccato che la scena unica, senz’altro utile per atti molto brevi, finisca per aver la meglio sui tentativi di dare spazio a fantasia e poesia: tutto resta piatto e, soprattutto, non collima con la musica. Si può certamente prescindere dalla Spagna, malgrado certi momenti della partitura (lo faceva anche Pelly nella sua eccellente versione a La Monnaie con Van Dam), ma i mulini a vento – qui appena suggeriti – sono ben presenti nel ritmo e nella musica del grande finale secondo (un ricordo emozionato va alla meravigliosa regia di Faggioni alla Fenice con Raimondi e il grandissimo Bacquier), e in questo caso invece non ci siamo. Nemmeno la scena con i banditi o l’ultimo incontro con Dulcinea ottengono il dovuto effetto. Trovo che Michieletto riesca a dare il meglio quando – come nella Damnation de Faust a Roma – non deve occuparsi di un soggetto troppo legato alla tradizione. Le scene di Paolo Fantin hanno colori freddi e stavolta non mi sembrano molto riuscite, ma ancor meno adeguati risultano i costumi di Agostino Cavalca. Il video non serve a granché, se non a “fare moderno”. Molto belle invece le luci di Alessandro Carletti ed efficace la coreografia di Thomas Wilhelm, improntata a una vaga evocazione della Spagna con movimenti allusivi a passi di danza tipo il tango. E molto ben gestito il coro, un elemento difficile da coordinare nelle scene in cui compare.
Probabilmente il momento migliore è l’appassionata difesa che Sancho fa del suo ‘padrone’ quando tutti irridono il Cavaliere, perché più vicina al testo e alla musica (quel formidabile “Viens, mon grand” del finale dell’atto quarto, comparabile solo al fou sublime con cui Dulcinea esce dal palcoscenico). Ma appunto perciò in aperto contrasto con il primo e misogino assolo del ‘servitore’ nel secondo atto, dove tutte le frasi vengono rese in modo rdicolo, accompagnate da gesti che sembrano attinti dalle riviste anni quaranta o cinquanta del ‘900 e fanno letteralmente a pugni con la musica. E si badi bene che la parte di Sancho Pança è sostenuta dal migliore dei cantanti del cast, Étienne Dupuis, in possesso di una voce bella e adatta al ruolo, dotato di buone risorse tecniche, senso stilistico e autentica verve: l’unico, fra tutti gli interpreti, che arriva a commuovere.

A sostituire Mikhail Tatarnikov sul podio c’è Patrick Fournillier, un maestro competente, se si vuole, ma capace anche di scatenare un vero e proprio turbine in certi momenti, come per esempio nell’introduzione, dove a causa dell’impronta “furibonda” (più adatta a Richard Strauss) tutti faticano a farsi sentire. Il pur bravo coro (sempre preparato dalla titolare Ching-Lien Wu) canta in modo stentoreo ma non ha altra scelta. Dove l’orchestra dà il meglio di sé è nei momenti più intimi o elegiaci, in particolare nell’ultimo interludio.

Il protagonista è Christian Van Horn, presentato come basso-baritono. Io ho sentito più che altro un baritono, con più volume e un grave un po’ più scuro rispetto a Dupuis, per cui la scarsa – in parecchi momenti inesistente – differenza fra i timbri mi è parsa un errore madornale (quando, sempre a Parigi, i ruoli erano sostenuti da Ramey e Vernhes la contrapposizione tra le due voci gravi era invece ben percepibile). Si tratta di un uomo alto (bene per il personaggio) ma molto palestrato (e questo va meno bene). Canta correttamente, si muove a dovere, ma il risultato non è troppo personale e non lascia traccia. Sempre meglio, però, della corretta Dulcinea di Gaëlle Arquez, che ricordavo in una davvero modesta Italiana scaligera: voce piccola, timbrata, ma spesso affetta da un tremolio un po’ fastidioso; quanto poi al registro grave – quando lo si sente – risulta di un colore diverso rispetto al resto della voce e non particolarmente gradevole. L’interprete fa quanto richiesto, ma siamo molto lontani dal livello delle interpretazioni di riferimento di Berganza, Crespin, Antonacci (per seguire un ordine cronologico non troppo vicino ai tempi in cui Berta filava), che erano in grado di dipingere il personaggio con una sola frase.
Molto pubblico in sala e tanti applausi a fine spettacolo.

Parigi, 23 maggio 2024

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