Novara, Teatro Coccia – Madama Butterfly

Un bell’aperitivo dell’omaggio al centesimo anniversario della morte di Giacomo Puccini si era già avuto lo scorso dicembre, con La bohème messa in scena dal Teatro Coccia di Novara a chiusura di stagione. Ora il nuovo cartellone si apre con Madama Butterfly e proseguirà nell’arco dell’anno con altre proposte pucciniane: La rondine e Gianni Schicchi.

È ancora Renato Bonajuto a rimontare un suo felice spettacolo, risalente al 2017, figurativamente fedele alla tradizione. Si avvale per questo delle scenografie di Laura Marocchino, con la casa a soffietto di Cio-Cio-San costruita su praticabili lignei con pannelli elegantemente disegnati a motivi decorativi floreali nipponici e costumi ideati da un fine conoscitore dell’arte del costume storico quale è Artemio Cabassi. Il tutto, avvolto dalle morbide luci di Ivan Pastrovicchio, appare bello da vedere, fortunatamente sganciato dall’idea, oggi fin troppo abusata, di concepire quest’opera come un racconto di turismo sessuale quale in fondo non è. Butterfly ci racconta, all’opposto, l’illusione pertinace di una donna che si crede ciò che non è e non può essere: una geisha che si innamora dell’uomo sbagliato e non si accorge che lui, cinico e sfottente tenente della marina degli Stati Uniti di pensiero imperialista, non crede fin dall’inizio in quell’amore per il quale lei invece rinuncia a tutto, anche alle sue tradizioni e alla sua religione e, per questo, viene ripudiata dai suoi familiari. Si ritrova sola e sull’orlo della miseria, crudelmente offesa di chi l’ha sfruttata per puro capriccio e vanità. Quando Pinkerton torna a Nagasaki con la nuova moglie Kate, a Cio-Cio-San viene tolto anche il figlio e non le resta che la via del suicidio. Bonajuto comprende bene come tutto questo sia il racconto tragico di una disillusione, di un triste abbandono, di una maternità negata e di sentimenti calpestati e derisi da chi non ha preso sul serio Cio-Cio-San nei suoi sentimenti puri, rendendola vittima di un’ingenuità che finisce per pagare a caro prezzo. Ecco perché Bonajuto ci racconta questa vicenda senza eccessi, facendo emergere la violenza dell’abbandono con delicata linearità e ricerca di mille particolari visivi che, anche registicamente, costruiscono lo spettacolo partendo da quel mondo di piccoli sentimenti puri e autentici che vengono declinati per meglio cogliere, con commosso intimismo, l’onda d’urto del dramma. Basta solo notare il rilievo scenico donato all’agire del piccolo Dolore, il figlio di Butterfly, qui Romeo Lunedei, un bimbo che recita con divertita innocenza, giocherella gioiosamente accanto alla madre mentre per lei sulla scena si consuma a passi rapidi lo sgretolamento di un universo di piccole cose sognate ma macchiate dal crudo scontro con la realtà.

La pulizia di una regia così limpida è sostenuta solo in parte da una direzione d’orchestra, affidata a José Miguel Pérez Sierra, che alla testa dell’Orchestra Filarmonica Italiana costruisce la tragedia della disillusione a macchie scure e percussive, senza estetismi, con rapida successione, dando l’idea di un impianto musicale consapevole di quella forza interiore che si sprigiona dietro gli abbandoni più intimi di un dolore sordo, dipinto con concreto involo drammatico.

Sul palcoscenico c’è una successione di interessanti e coraggiosi debutti, alcuni anche azzardati. Francesca Sassu, cantante solitamente impegnata in parti meno scoperte dal punto di vista drammatico, costruisce il personaggio plasmandolo su una voce che sembra giocare al risparmio e, soprattutto, non ancora matura nell’illuminare tutte le sottigliezze di un canto di conversazione bisognoso di più cura e pensiero. Vocalmente risolve tutto quello che l’attende, ma sembra ancora non credere alla parte o, forse, ne è troppo preoccupata, mantenendo l’arco della tensione emotiva poco teso, forse per timore di non centrare il bersaglio di un’interpretazione che richiederebbe maggior concentrazione e temperamento nel vederla passare dai gesti innocenti del primo atto, quelli che contraddistinguono il carattere nipponico della geisha in tutte le sue finezze floreali in salsa esotica, alla tragica consapevolezza del suo destino con un fraseggio più meditato, un canto più robusto e un’intensità emotiva più straziante. Il tempo dirà se Butterfly potrà diventare davvero sua.
Lasciamo il giudizio in sospeso anche per il Pinkerton di Valerio Borgioni, che è uno dei giovani tenori italiani più promettenti del momento, per il bel timbro e l’ottima preparazione tecnica. Ma la voce, per ora, appare troppo leggera e quando l’ardente canto lirico pucciniano, tutto esteriore e sfrontato del primo atto, deve mostrare il lato sfottente e spregiudicato del personaggio, cerca nei centri quelle sonorità che poi gli compromettono parzialmente la luminosità di un registro acuto che sappiamo questo tenore possiede ma riesce a mostrare con compiutezza solo al momento della salita al do squillante che sigla la chiusa del duetto d’amore che conclude il primo atto. In “Addio fiorito asil” sembra poi trovare una quadratura vocale più omogenea, ma è evidente che la parte, per la prima volta affrontata sulle scene in questa occasione, sia per ora da tenere prudentemente lontana.
Angelo Veccia disegna uno Sharpless di originale e un po’ ruvida personalità scenica, non troppo nobile e composto come in genere avviene nel disegnare l’avveduto diplomatico, colui che possiede gli strumenti per presagire il dolore che toccherà a Butterfly senza farsi troppo prendere da sentimenti di umana comprensione. Anna Malavasi si cala nei panni di Suzuki con un bel timbro e una presenza scenica concreta, forse non sempre commossa e partecipe del dramma della sua padrona. Splendido Marco Miglietta, anche lui al suo primo Goro, tratteggiato con intelligente pertinenza di gesti e vocalmente risolto con luminosità timbrica, pienamente padrona dell’incisività sibillina che caratterizza la parte. Funzionali tutti gli altri: Eleonora Filipponi, una Kate Pinkerton di esuberante personalità, Xiaosen Su, ottimo nei doppi panni del Commissario imperiale e poi del principe Yamadori, Emil Abdullaiev, Lo zio Bonzo e Renzo Curone, L’ufficiale del registro.
Teatro esaurito all’inverosimile e buon successo finale per tutti. [Rating:3/5]

Teatro Coccia Novara – Stagione lirica 2024
MADAMA BUTTERFLY
Opera in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Cio-Cio-San Francesca Sassu
Suzuki Anna Malavasi
Kate Pinkerton Eleonora Filipponi
Pinkerton Valerio Borgioni
Sharpless Angelo Veccia
Goro Marco Miglietta
Il principe Yamadori / Il Commissario imperiale Xiaosen Su
Lo zio Bonzo Emil Abdullaiev
L’ufficiale del registro Renzo Curone
Dolore Romeo Lunedei

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Schola Cantorum San Gregorio Magno
Direttore José Miguel Pérez Sierra
Maestro de coro Alberto Sala
Regia Renato Bonajuto
Scene Laura Marocchino
Costumi Artemio Cabassi
Luci Ivan Pastrovicchio

Produzione Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara
Novara, 19 gennaio 2024