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Napoli, Teatro San Carlo – Norma

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Serata strana e che scivola senza lasciare un particolare segno, quella al Teatro San Carlo di Napoli in occasione del ritorno della Norma di Vincenzo Bellini proposta in prima italiana nell’allestimento varato in Spagna con targa Teatro Real di Madrid e firma del regista australiano che ne è direttore di produzione, Justin Way.

Pur a fronte delle tante attese per il buon ventaglio di voci sul palco e per quanto caldamente applaudita al netto di qualche mirato dissenso andato a colpire sia il tenore al termine della sua prima sortita a scena aperta quanto l’intera squadra artefice dello spettacolo ai saluti finali, hanno remato contro fattori molteplici entro e oltre la scena. Innanzitutto una regia scenica debolmente ideata e mal realizzata, una direzione dal podio più gesticolata che dettagliata in concreto, voci di primo livello, con un esordio importante nel ruolo per il protagonista maschile, ma emissioni troppo tese e quasi mai in volo nelle rispettive parti. Inoltre, un’Orchestra che suona ma ormai in forma anonima, rumori assurdi dietro le quinte per un cambio di scena durante il duetto di Pollione e Adalgisa e distrazioni in sala di ogni genere, a partire da alcuni palchetti di seconda fila assegnati a gruppi di under trenta (invitati da altre regioni) rumorosissimi quindi fastidiosi per tutti e fino ad arrivare persino ai meno giovani intenti a smanettare sui cellulari accesi per immortalare, qua e là, qualche pezzetto di opera fra i vani interventi nel buio delle povere maschere.

Per quanto il varo della produzione a Madrid non sembra abbia suscitato nel marzo di tre anni fa particolari dissensi, lo spettacolo in scena qui a Napoli presentava una moltitudine di inciampi e vacuità, male assemblati e poco digeribili in special modo a fronte di una memoria sancarliana che conta sulle glorie di grandi première con la Cerquetti e la Gencer fra gli anni Cinquanta e Sessanta, con la Suliotis e la Caballé negli anni Settanta, la Dimitrova e la Dragoni nell’allestimento con le scene di Alessandro Sanquirico e, più di recente, due ultime edizioni (2016 e 2020) decisamente suggestive e coerenti curate dalla terna Amato-Figerio-Squarciapino.
Alla base dell’allestimento di Way, realizzato avvalendosi delle scene dal taglio distonico di Charles Edwards, dei costumi trasversali di Sue Willmington, delle luci volutamente finte di Nicolás Fischtel e degli statici movimenti scenici – in realtà pose da concerto – di Jo Meredith, ci sono due idee portanti ma, negli esiti, non particolarmente brillanti né tantomeno nuove. La prima risulta continuamente indaffarata a intersecare e sovrapporre tempi e spazi storici associando l’epoca della conquista romana della Gallia ai giorni della Norma di Bellini e, dunque, con la Milano oppressa dagli austriaci nell’Italia del Risorgimento; la seconda, calata in una dimensione metateatrale che vede assistere Pollione (in divisa da tenente alla Franz Mahler di Farley Granger nel “cult” Senso di Luchino Visconti) da una sezione di palco teatrale – bello l’effetto – a quella che sarebbe la prima della Norma belliniana mentre nella sacra foresta d’Irminsul sta per compiersi il rito fra Druidi e Galli resi posticci quanto Asterix ed Obelix. Ma non solo. La chiave del teatro nel teatro, unita a rimandi vari che anticipano sul sipario di mezzo in stile Tiepolo la cenere che poi sarà del gran rogo finale (qui, per traslazione, il fuoco divora un edificio teatrale a metafora del sacrificio della coppia Norma-Pollione e della fine degli spettacoli in era Covid), più cornice di un boccascena con luci alla ribalta e cambi di ambienti a vista, identifica in via crescente la Norma belliniana con l’attrice-impresaria attempata e volitiva per la quale l’autore Alexandre Soumet scrisse nel 1831 la sua tragedia teatrale Norma ou L’Infanticide. Di qui gli abiti di velluto ottocenteschi per la sacerdotessa druidica che ha in teatro uno studio polveroso con i veri bozzetti in scena attaccati all’anta di un armadio mentre l’abitazione con i figli dormienti potrebbe andar bene tanto per il Samson et Dalila di Saint-Saëns quanto per un Sombrero de tres picos di de Falla. A ciò si aggiunge il filone politico-rivoluzionario che vede i Galli riunirsi come carbonari nella società teatrale, vestiti in parte nelle loro lunghe vesti e metà da rabbini, con effetto collaterale esilarante in quanto non dissimile dalla sperimentale inoculazione in carcere dello streptococco aureo al Virgil di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa. Il tutto con qualche accenno in parodia giocato forse per smussare il tragico. Inutile dire che, l’effetto peggiore, va a finire sulla foggia ibrida dei costumi delle masse e dei protagonisti (chi in veste da Norma-uno al tempo dei Galli e dei Romani, chi in soluzione da Norma-due, ottocentesca). Ma neanche le scene scherzano, visto il bosco cartonato alla Giselle che sale e scende facendo il paio con il tulle degli abiti delle masse in quel contesto, Norma esclusa. A latere è il caso di citare anche un paio di trovate con mezze luci nette in sala durante la Sinfonia e il Coro di guerra con tanto di striscione tricolore inneggiante alla forza, unione e libertà mentre non perdonabile è il rumore per il cambio scena alle spalle del duetto “Va, crudele, e al Dio spietato”, cui fa comunque seguito la costruzione a vista dell’apparato.

Un tanto rumore per nulla che si riscontra anche nella direzione musicale dal podio affidata a Lorenzo Passerini. Una direzione che fa il paio con il Bellini della Sonnambula ascoltata e recensita due anni fa e che invece, rispetto all’ottimo suo Verdi riletto in concerto al Politeama, perde di quota nella mancata varietà di tornitura delle peculiari melodie, nelle assenti suggestioni timbriche e dinamiche, nel pieno sostegno a una vera e propria tensione drammatica. Ne risulta, tolto il carico anche di suono sfoderato in attacco e nei momenti guerreschi, una Norma accademica e di routine, che poco infiamma le voci e, in sala, a lungo andare stanca. Al momento, nell’ottica delle sue tre prove sancarliane, diremmo che per lui Bellini non è proprio il top. Quanto all’Orchestra, al di là di una resa tecnicamente nella norma, sul piano espressivo si rileva ben poco (i legni non dicono niente e in “Casta Diva” le sole note al flauto non bastano certo) e, per ora, non sembra esser più quella di una volta mentre il Coro sotto la guida del nuovo maestro Fabrizio Cassi, ferme restando le criticità di fibra e intonazione della parte femminile, rivela un’assai apprezzabile disciplina e un buon equilibrio dinamico-espressivo.

Non al cento per cento, o almeno secondo quanto auspicabile stando ai bei nomi scelti sulla carta, la resa in prima serata dell’intero cast. Nessun dubbio sulla professionalità magnifica e sulla ferrea tempra lirico-drammatica del soprano Anna Pirozzi che, nel ruolo del titolo, ha dato sì gran prova nella forza d’accento dei recitativi scolpiti ad arte e nell’emissione a lama lucente nei numeri cantabili, “Casta Diva” in primis per legato, portamento, passaggi all’acuto, cadenza e sontuosa chiusa. Ma quanto a cabalette, l’Allegro “Ah! bello a me ritorna” dopo l’invocazione con un inascoltabile – entrambe le volte – squillo al do (buono invece il si bemolle finale), nei duetti e a peripezie all’acuto, il belcanto sembra starle molto stretto e le agilità, di fatto, non le escono al pari di puntature spesso eccessivamente spinte dal basso, quindi sforzate. Concentrata com’è sulla linea del canto e su un’emissione ormai del tutto incline al repertorio più drammatico dal pieno Ottocento in avanti, l’interprete restituisce una sacerdotessa severa e austera, di dignità granitica nella persona quanto nel canto lungo l’intero corso dell’azione, al netto di cedimenti amorosi e dunque costantemente ancorata al sospetto geloso, allo sdegno, al piglio vendicativo. Molto Tosca, per intenderci, non a caso ruolo fra i suoi apici d’eccellenza. La rituale e celeberrima preghiera alla luna, bisogna dirlo, si avvale di un timbro teso e lungamente sospeso, divino, così come ampie sono le corone finali e precise le note su fiati studiati al millesimo. Una grande leonessa, in ogni caso, nella cavatina come nell’attacco del Finale I in terzetto, nei duetti con Pollione (“In mia man alfin tu sei”, “Qual cor tradisti, qual cor perdesti”) e nel finale “Deh! Non volerli vittime” cesellato in purezza assoluta.
Attesissimo al San Carlo dopo la cancellazione del recital dello scorso maggio con la Pirozzi e tra l’altro esordiente nelle vesti di Pollione, il tenore italo-britannico Freddie De Tommaso fa sfoggio da parte sua di un’emissione calda e piuttosto scura, di buon volume e tecnicamente molto vigilata ma proiettata in soluzione alquanto monolitica a danno delle necessarie sfumature espressive e secondo un format da antico mito canoro italiano filtrato in terra americana. In sostanza, un tenore a pasta nobile e di vecchio stampo per voce come nella postura, per lo più in posa da concerto a corpo statico e braccia aperte. La sua prova, superato qualche eccesso di aria e tensione nella cavatina d’esordio “Meco all’altar di Venere” rilevabile fra il do acuto centrato ma schiacciato e aperto al pari della maggior parte delle note più alte, ha preso miglior controllo strada facendo, migliorando, rilassando e quindi regalando momenti di viva scuola e intensità canora.
Optando non per un soprano ma per un mezzo, l’Adalgisa assegnata a Ekaterina Gubanova creava uno netto stacco timbrico con le altre voci. Su tutti si mostra la più fluida e assolutamente in parte per il repertorio pur a fronte di una natura timbrica robusta e un po’ troppo ovattata. Nei duetti corre facile e cerca il giusto incastro con le note intonate con tutt’altra tecnica dalla Pirozzi. Scenicamente è senz’altro la presenza più viva (ottimo sia l’incontro con Pollione al duetto “Va, crudele, e al Dio spietato”, sia il serrato confronto con Norma nel duetto “Sola, furtiva al tempio”).
Infine, all’alta statura scenica e al color cupo dell’Oroveso di Alexander Tsymbalyuk non corrispondeva un adeguato controllo nella proiezione e dell’intonazione, mentre pulite e di buona qualità le prove di Veronica Marini (Clotilde) e di Giorgi Guliashvili (Flavio).
Ai saluti in chiusura, una gran pioggia di fiori dalle barcacce, applausi per tutti i cantanti con qualche entusiasmo in più per la Gubanova, consensi per il maestro Passerini e una netta – pur se in minoranza – raffica di buh per regia e scenografia.

Teatro San Carlo – Stagione 2023/24
NORMA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
dalla tragedia Norma ou L’Infanticide
di Louis-Alexandre Soumet
Musica di Vincenzo Bellini

Norma Anna Pirozzi
Pollione Freddie De Tommaso
Oroveso Alexander Tsymbalyuk
Adalgisa Ekaterina Gubanova
Flavio Giorgi Guliashvili
Clotilde Veronica Marini

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Lorenzo Passerini
Maestro del coro Fabrizio Cassi
Regia Justin Way
Scene Charles Edwards
Costumi Sue Willmington
Luci Nicolás Fischtel
Movimenti scenici Jo Meredith

Produzione del Teatro Real di Madrid
Napoli, 12 marzo 2024

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