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Napoli, Teatro San Carlo – Maria Stuarda

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Svetta in testa, sublime e superba, la voce regina di Aigul Akhmetshina, mezzosoprano russo non ancora trentenne (nasce ai piedi degli Urali meridionali, in Bashkiria nel 1996, per saltar fuori con la sua super voce in terra d’Albione dall’illustre Jette Parker Young Artists Programme della Royal Opera House, con ingaggi già in tutto il mondo) contribuendo e non poco con la sua folgorante Elisabetta al felice esito della Maria Stuarda di Donizetti al Teatro San Carlo di Napoli. Lì dove, cinque anni fa, ne avevamo ascoltato un’intensa per quanto giovanissima Polina nella Dama di picche di Čajkovskij. L’altro scettro dell’impresa, strutturata in progetto triennale dedicato al Donizetti della Trilogia Tudor a firma di un’unica terna creativa e di produzione, spetta a pari merito al direttore bresciano Riccardo Frizza, miglior interprete dal podio dell’era del Belcanto e non solo, difatti vertice musicale a Bergamo del Donizetti Opera e fresco della prestigiosa onorificenza, ricevuta lo scorso 2 giugno, di Cavaliere dell’Ordine “al Merito della Repubblica Italiana”, conferito dal Presidente Mattarella per avere acquisito benemerenze verso la Nazione nel campo dell’arte. Infatti è lui, per l’occasione tornato a dirigere dopo il Concerto delle tre regine e l’Anna Bolena dello scorso anno l’Orchestra della Fondazione e il Coro ben curato (a parte l’Introduzione fuori tempo) da Fabrizio Cassi, a garantire l’esatto stile, quanto a vigore ritmico, filigrana lirica, slancio virtuoso e plasticità drammatica, all’intero impalcato. E, in via analoga con quanto riscontrato al primo tassello della Trilogia, cui farà seguito il Roberto Devereux nel luglio del prossimo anno, con miglior forza rispetto al contenitore registico-scenico. Ciò premesso, la proposta contava anche sul soprano sudafricano Pretty Yende, distintasi per l’impegno notevole all’atteso varo del ruolo del titolo in un Teatro che le è ormai familiare, e su una compagnia di canto – stando agli esiti – ottimamente assemblata.

L’allestimento a camera unica, cupo e coeso nella severità della sua cifra Tudor così come già creato per Bolena dalla regista olandese Jetske Mijnssen in coproduzione e sinergia fra il San Carlo con la Dutch National Opera e il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, segue in tal caso ancor di più il filo della narrazione psicologica puntando dritto non solo sullo scontro fra due donne prima ancora che regine (l’una di Scozia, di sangue blu vero ma in disgrazia, la seconda sul trono vergine e bastarda in pieno potere), ma sullo stesso oscillare e agitarsi in ognuna dei propri sentimenti molteplici. Il che prende forma fra presagi e ricordi ricorrendo a mimi e a figuranti danzanti, dalla Maria (accanto al suo piccolo Delfino di Francia) e dalla Elisabetta bambine alle donne e uomini travestiti da dame che a mo’ di furie gluckiane roteano intorno al personaggio (non di rado distraendo la percezione del canto) a renderne intellegibili i moti dell’anima e i conflitti interiori. L’impianto generale che si avvale della drammaturgia di Luc Joosten, delle scene di Ben Baur, degli efficaci costumi di Klaus Bruns, delle luci decisive di Cor van den Brink e delle coreografie di Lillian Stillwell, resta semplice e monocorde: una camera oppressa da alte pareti color piombo con fuga convergente su un’ampia porta verso una luce abbagliante, un grande arazzo, un gruppo di sedie. Il tutto a pieno vantaggio della drammaturgia musicale.

È infatti Riccardo Frizza a sostenere e a narrare con chiarezza e padronanza estreme l’opera intera, a farci entrare sin dalle prime battute del breve Preludio saldato al Coro di Festa nello stile donizettiano “doc” attraverso il dettaglio sonoro garantito a una scrittura poetica bella e coraggiosa (a realizzare il libretto dal dramma di Schiller, censurato a più riprese, fu lo studente di legge Giuseppe Bardari) quanto a una partitura dai mille risvolti metrico-dinamici e di stile. Alla sua mente e al suo polso si deve il pieno risalto ai non facili sbalzi di tinta e di umore, alle trasparenze liriche come agli affondi drammatici, al montare dell’ira e dell’invettiva, ai tanti momenti di affetto o gelosia, di scontro o sconforto, staccando una gamma variegatissima e mirata di tempi e colori. Ora attraversando il Donizetti serio, elegiaco o semiserio, ora staccando i sillabati della stretta al Finale I in viva tempra rossiniana o già anticipando le tante ombre verdiane, come nel bellissimo sia visivamente che timbricamente pannello corale dell’Inno alla morte e della Preghiera degli Scozzesi. Un Donizetti autentico e magnifico, in sostanza, cui contribuisce in particolare la sezione degli archi eccezionalmente guidata dal primo violino di spalla ospite Federico Guglielmo, con Salvatore Lombardo primo dei secondi, Marco Misciagna prima viola, Alberto Senatore primo violoncello e Gianni Stocco alla testa dei contrabbassi.

Come anticipato in apertura, per statura drammatica e perfezione canora nel cast primeggia su tutti l’Elisabetta di Aigul Akhmetshina, voce donizettiana morbida e tagliente al contempo che corre facile lungo l’intera estensione con potenza di volume e di armonici, quasi sommando in sé l’alto retaggio dell’opera seria settecentesca e l’intero spettro della prassi primo e tardo romantica dalle agilità perfette del primo Ottocento alla sinuosità di una Carmen. L’approccio in apertura d’opera conquista al primo istante, là dove alla seconda scena in recitativo (Sì, vuol di Francia il rege) sfodera forza rara nello scavo drammatico fra l’impeto sontuoso al frastagliato ritmico sulla parola “trono” e l’evidenza alla veloce, doppia appoggiatura su “reggerà questa destra”. Un’ampiezza e un’intelligenza nel governare accenti e suoni che prende ulteriore corpo nella sua cavatina (Ah, quando all’ara scorgemi) per la natura e lo stile di un fraseggio radicato nell’esatto peso di ogni nota come nella mutevole articolazione delle dinamiche a specchio di una coscienza che quasi ribolle in sé. Una coscienza che ora riflette, ora s’impenna con forza nella sezione centrale, si inarca nelle ponderate cadenze, si ripiega dolcemente. Ne deriva, sul fronte musicale, un canto dal legato sapiente, soave nella tornitura del disegno terzinato, potente nella drammatizzazione quanto lucente all’acuto e pienamente governato nelle fioriture alla ripresa. Il che è in maggior quota attestato dalla scultorea Cabaletta con Coro (Moderato mosso) “Ah dal ciel discenda un raggio” chiusa proiettandosi salda oltre il pentagramma. Lo scontro e lo scontorno del suo personaggio al cospetto della rivale Maria, in amore più che in politica o per fede, è dunque totale e totalizzante, così come ribadito a meraviglia in apertura del Sestetto al Finale I (È sempre la stessa) giocando sul veloce contrasto di legato e staccato, fra il piano e il forte o ancora, nella cabaletta del duetto con Leicester (Sul crin la rivale / la man mi stendea) pronunciandone l’incipit quasi fra i denti, mostra velluto e grinta sul bel rimbalzo ritmico-timbrico garantito da Frizza.

Non così perfetto nell’adesione di parola e suono ma molto interessante, e di fatti applaudissimo, anche il debutto del soprano di coloratura Pretty Yende nel ruolo del titolo. Forte di un timbro dolce e di un indiscusso talento nel canto d’agilità, la sua Maria Stuarda che, lo ricordiamo, segue al San Carlo quella vocalmente da brividi e scenicamente da Oscar interpretata l’ultima volta nel 2010 da Mariella Devia, prende certamente il suo passo dalla lezione della divina belcantista italiana ma prosegue per suo conto conferendovi una tinta prettamente elegiaca. Nella cavatina (Oh, nube, che lieve) il Larghetto risulta infatti quasi idilliaco e, per quanto ben portato fra legature e appoggi, i la bemolle all’acuto arrivano tutti un po’ sbiaditi mentre, per dar sostanza alla fierezza da ostentare nella seguente cabaletta (Nella pace del mesto riposo), stringe e allarga all’estremo la condotta virtuosistica con l’esito di qualche spezzatura di troppo nei salti a fronte di iperfioriture e puntature tutte ottimamente a segno. Una prova a ogni modo in crescendo che già nel duetto con Leicester (Da tutti abbandonata) conquista per le screziature lacrimevoli, per la tornitura data a ogni notina nelle irte scalette discendenti, per la valorizzazione dei passaggi cromatici, il bel rallentato sul moto contrario accanto all’amato e, nella cabaletta (Se il mio cor tremò giammai) vibrata e palpitante, per il raggio finale in re bemolle acuto. La miglior quota in termini espressivi, oltre l’invettiva al Finale I (il suo “Figlia impura di Bolena” al “Vil bastarda” tocca tinte consone al Verismo) si registra nel duetto della confessione accanto a Talbot e nella grande scena e cabaletta finale.
Timbro e squillo ideali al fianco delle due rivali presenta quindi il tenore Francesco Demuro, Roberto di Leicester interamente giocato d’attacco e sullo slancio eroico con una linea di colore chiaro che anche nel suo caso (qualche eccesso vibrante mina giusto l’incipit “Ah, rimiro il bel sembiante” nel duetto con Talbot) brillerà strada facendo assicurando pregnanza di accenti nei recitativi, grande stile nel disegno melodico delle frasi, luce agli acuti pur con qualche suono forzato e fuoco ardente al suo sentire.
Sulla sempre più alta professionalità del baritono Carlo Lepore può contare inoltre il magnifico Talbot in scena, intenso e paterno, preciso e di bel timbro così come, oltre alla prova stentorea scolpita dal basso Sergio Vitale nella parte di Lord Cecil, si premia pur nelle esigue battute che intona, la brava e sempre appropriata Chiara Polese nel ruolo di Anna Kennedy.
Caldi e convinti gli applausi del pubblico alla prima, al netto di un quasi impercettibile dissenso partito dal loggione per la squadra scenica.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2023/24
MARIA STUARDA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Giuseppe Bardari
Musica di Gaetano Donizetti
Maria Stuarda Pretty Yende
Elisabetta Aigul Akhmetshina
Anna Kennedy Chiara Polese
Roberto Francesco Demuro
Giorgio Talbot Carlo Lepore
Lord Guglielmo Cecil Sergio Vitale

Orchestra, Coro e Balletto del Teatro di San Carlo
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Fabrizio Cassi
Direttore del Balletto Clotilde Vayer
Regia Jetske Mijnssen
Scene Ben Baur
Costumi Klaus Bruns
Luci Cor van den Brink
Coreografia Lillian Stillwell
Drammaturgia Luc Joosten

Allestimento del Teatro San Carlo in coproduzione con
Dutch National Opera e Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia
Napoli, 20 giugno 2024

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