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Napoli, Teatro San Carlo – Concerto di Pasqua con Maria Agresta e Freddie De Tommaso

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Un Concerto di Pasqua, in stagione al Teatro San Carlo di Napoli, che è una vera e propria festa di applausi e per l’ascolto, scintillante com’è nel suo florilegio di estratti sinfonici e canori dal repertorio d’opera italiano e francese del tardo Ottocento più celebre, perfettamente a taglio con la migliore arte fin qui sfoderata dal direttore principale sul podio, con un soprano protagonista in speciale serata di grazia (soprattutto al confronto, sullo stesso palco, nei recenti Vespri siciliani) e con un mirato ventaglio di esempi andati a far capire il miglior fuoco stilistico di un tenore giovane dal potenziale canoro decisamente notevole ma non sempre (come nell’ultima Norma) governato o indirizzato al meglio.

Alla guida dell’Orchestra del San Carlo c’è dunque, nell’occasione, il direttore musicale della Fondazione lirica napoletana Dan Ettinger che, lungo l’itinerario da circa novanta minuti equamente condiviso fra le due voci protagoniste, stacca per sé quattro affreschi orchestrali a diverso spettro e di varia fattura ma paritetico, quanto a impatto, per peso e sfoggio sonoro.
Il primo tassello punta sul Verdi dell’Ouverture dalla Forza del destino, edizione seconda e quindi scaligera che, oltre al passaggio di forma dall’originario Preludio, reitera l’incipit del tragico fato, cambia il controcanto al primo tema e sviluppa i motivi legati all’invocazione di Leonora fermo restando, sottopelle, il battito minaccioso del destino fin nella chiusa epica e maestosa. Un materiale ben sfaccettato che quindi offre ampiamente il destro, nella rilettura di Ettinger, a particolari soluzioni dinamiche, come la secca identità dei tre colpi iniziali, tagliati di netto a pugno chiuso, il peso anomalo impresso ad alcuni, singoli accenti o il gran silenzio ottenuto quasi isolando nel vuoto la lunghezza delle pause. Poi il lavoro metrico che porta a camminare fluidamente il canto del clarinetto e a spingere a gran velocità gli archetti, fin quasi inginocchiandosi a terra, in una sorta di rapinosa gara di bravura, a nervi sottili più che a muscoli drammatici tesi. Poi va nel suo, ossia nel secondo Ottocento francese lussureggiante, ipnotico e un po’ posticcio con il Bacchanale di Saint-Saëns, posto in apertura del quadro secondo del terzo e ultimo atto del Samson et Dalila. Qui Dan Ettinger carica a mille l’Orchestra, guidandola già solo con gli occhi durante il buon solo dell’oboe, poi a braccia salde tenendo rigoroso il piglio puntato e infiammando al contempo in via crescente le tinte d’Oriente. È un vortice impressionante e lucente che entusiasma e, soprattutto, convince per l’esatta messa a punto di tutti gli ingranaggi presenti sul campo.
Ad altri anni ma sempre alle peculiari tradizioni di Francia rinvia quindi in apertura della seconda parte l’Ouverture del Guillaume Tell che, nelle mani del direttore israeliano, diventa grand-opéra al quadrato, stando a quanto si intuisce dal vivo dipinto di luoghi e suoni delle Alpi svizzere fotografato in sintesi da tale pagina d’introduzione al dramma. L’alba, così come disegnata dai violoncelli ben condotti dal solo di Alberto Senatore e dal sensibile controcanto di Fabio Centurione, restituisce tutte le tinte di volta in volta descritte in pentagramma a partire dal preludio, per poi scoppiare in tempesta con sonorità molto alla francese. Immediatamente a seguire dà fiato all’evocativo richiamo delle mucche e, precipitando l’annuncio delle trombe, di nuovo corre nella cavalcata a briglie ipertese di un velocissimo e travolgente galop.
Infine, più che a una Preghiera, il tono dell’Intermezzo dalla Cavalleria rusticana di Mascagni rinvia a un grande respiro, quasi una pausa di distensione (nel solco di quel che sarà l’alba romana pucciniana) prima del giro di vite sulla stretta degli eventi, sì camminata ma allentata e come sospesa nella fibra drammatica, curata negli accenti e soprattutto nei pianissimi, al di là del rispetto della peculiare chiusa di stampo bandistico che strappa, inevitabilmente, grandi consensi. Ben garantito inoltre, nel resto del programma, il sostegno al canto ma è d’obbligo lodarne – su tutto – il pregio timbrico, espressivo e agogico in abbinamento alla romanza d’attesa della geisha Cio-Cio-San. Un Puccini, quello della Butterfly, che si conferma di elezione per Ettinger e che fa il paio con la sua spiccata congenialità con il Bizet della Carmen, qui all’appello con un paio di esempi, entro e fuori programma.

La sfida canora si gioca quindi tutta in alternanza fra il soprano Maria Agresta e il tenore Freddie De Tommaso, come ricordato in apertura ospiti entrambi, ma in diversi titoli, della stagione lirica sancarliana in corso.
Il primo a esibirsi è il tenore italo-britannico che, rispetto all’impegno attoriale d’obbligo nell’opera, appare qui totalmente a suo agio nella più astratta formula da concerto. Ed è persino divertito nello sbucare dalla barcaccia di prima fila, alla sinistra, per rispondere affermativamente all’amata Mimì. Apre così i giochi con la scena e la romanza d’esordio di Radamès dall’Aida di Verdi. Il colore pieno e scuro di Freddie De Tommaso danno corpo a un attacco recitativo intonato con slancio pregnante (Se quel guerrier io fossi!) che va poi a sciogliersi nella sognante dolcezza della sortita-ritratto “Celeste Aida”, pronta a scontornarne i sentimenti a metà fra l’amore e il dovere, fra le aspirazioni e la realtà. Più che il colore per il personaggio in pentagramma, dell’interprete colpisce la tecnica di costruzione della frase verso l’acuto, qui trionfante in un non facile si bemolle finale tenuto per due battute “morendo” in pianissimo, ben preso ma al termine sfiaccato, mentre meno in linea sono alcune sue corruzioni maggiormente adatte al repertorio verista. Timbro più affine, ma linea non duttile come dovrebbe, mostra a seguire con l’aria “La fleur que tu m’avais jetée” dalla Carmen di Bizet. Aria con cui il sergente Don José confessa il suo debole per la bella zingara e sigaraia ribelle. Anche qui, come nella romanza dall’Aida, tende a piegare fino a tagliare l’integrità vocalica nel pronunciare il nome dell’amata. Il che potrebbe pure andare con il conio verista ma non certo con lo stampo dell’opéra-comique francese. È invece interprete pieno, perché centrato nel suo repertorio, quando dà voce al canto denso, distillato fra amore e speranza, del blasonato genovese Enzo Grimaldo nell’attesa dell’amante Laura Adorno, così come si ascolta dalla splendida romanza “Cielo e mar!” alla scena quarta dell’atto II dalla Gioconda di Ponchielli. Laddove l’onda bacia l’orizzonte e viceversa, De Tommaso inarca l’emissione lungo legati ampi e nobili, di antica e buona scuola, con note alte (si bemolle, la bemolle con corona e l’ampio sol finale) lunghe, intense, vive e sognanti.
A ulteriore conferma della prestanza di una voce che funziona a meraviglia se realmente in asse con il repertorio scelto, il suo Cavaradossi che, ben più del Rodolfo ascoltato in duetto a chiusura della prima parte (O soave fanciulla), risuona magnifico e potente sia nelle risposte a cornice dell’arrivo in scena di Tosca, sia nella potente “romanza con catene” (E lucevan le stelle), sciolta con i debiti crismi e regalata fra gli entusiasmi come primo bis in coda di concerto.

Una lezione esemplare di canto sulla parola viene invece a ogni sua prova confermata dall’itinerario di estratti affidato a Maria Agresta, già apprezzato registro di lirico puro e ora sempre più spinta sul fronte drammatico coniugando veramente come poche filati preziosi, sfumature espressive e un’intelligente ricerca dei nessi fra il testo e la musica.
Il primo brano che da lei si ascolta è l’aria-ritratto della protagonista (Sì. Mi chiamano Mimì) al primo quadro della Bohème di Puccini. Una sortita in cui c’è tutto, lo stile semplice e naturale, i toni e gli accenti cangianti, il canto e la narrazione delle sue piccole cose di una vita quotidiana, ora concreto, ora sognante, compreso il lieve ricamo sul suo vero nome “Lucia” per poi mirare all’apertura e allo slancio lirico lentamente aperto in crescendo sui versi “ma quando vien lo sgelo”, ad apice del suo sentire. Ancor più su, in termini qualitativi, ci porta e accompagna nel suo sogno a occhi aperti di una Madama Butterfly (Un bel dì vedremo) in vibrante attesa, fra dubbi e sospiri, palpiti e disperazione. Un lirismo tragico e tagliente all’incontro congeniale, nel modo giusto e al momento giusto, con la maturazione tecnico-timbrica e in special espressiva dell’Agresta. E se per la Tosca della preghiera-lamento “Vissi d’arte” (parimenti intensa e rigorosa ma meno a fuoco per tinta e tempra in relazione al personaggio) non s’intravede un particolare cammino, al di là della bella intesa al fianco di De Tommaso nel duetto “Mario! Mario! Mario!” / “Son qui!”, per la Carmen di Bizet appare interprete eccellente, stando alla superba habanera concessa quale secondo e ultimo bis, in virtù di una morbida sensualità che è già tutta nel melos, sia pur di registro sopranile. Che dire: dizione perfetta, voce sinuosa e danzante, timbrica magnifica.
Tanti gli applausi per tutti.

Teatro San Carlo – Stagione 2023/24
CONCERTO DI PASQUA
Musiche di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Camille Saint-Saëns,
Gioachino Rossini, Amilcare Ponchielli, Georges Bizet, Pietro Mascagni

Soprano Maria Agresta
Tenore Freddie De Tommaso
Direttore Dan Ettinger
Orchestra del Teatro di San Carlo

Napoli, 26 marzo 2024

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