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Monte-Carlo, Salle Garnier – Giulio Cesare in Egitto (con Bartoli, Vistoli, Cencic, Mingardo)

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La lunga collaborazione che l’Opéra di Monte-Carlo ha stabilito nel corso degli ultimi anni con Cecilia Bartoli (che da due è alla guida del teatro monegasco in qualità di direttore) aveva già visto la diva più emblematica del canto barocco dei nostri tempi cimentarsi in titoli händeliani come Ariodante e Alcina offerti in allestimenti ormai entrati nella storia dell’interpretazione contemporanea. L’ha fatto affiancandosi all’ensemble strumentale da lei stessa fondato nel Principato di Monaco, Les Musiciens du Prince-Monaco, divenuto in pochi anni non solo l’orchestra di sostegno per le sue tante tournée in giro per il mondo ma anche uno dei complessi di musica barocca con strumenti storicamente informati più competitivi a livello mondiale, oggi in mano ad un direttore, Gianluca Capuano, che sa come mediare le esigenze del suono originale “antico” con il ritmo che fa di ogni sua direzione musicale un capolavoro di sinergia teatrale ed espressiva attualissimo.

L’altra sera, sul piccolo palcoscenico della dorata Salle Garnier, c’è stata la conferma di come il percorso prosegua con gli esiti felici di sempre, questa volta con un nuovo allestimento di Giulio Cesare in Egitto di Händel affidato alla geniale messa in scena di Davide Livermore, che firma uno degli spettacoli più riusciti della sua affermata carriera registica dopo aver già recentemente regalato alle scene monegasche un Don Carlo del quale si è riferito su queste colonne (qui il link). Ancora una volta Livermore, avvalendosi di un team di collaboratori che abitualmente lo affiancano, utilizza gli strumenti tecnici della modernità, a partire dal sofisticato impianto video realizzato da D-Wok, perfettamente integrato con le scene di Giò Forma e i costumi di Mariana Fracasso, entrambi bellissimi, e le luci artistiche di Antonio Castro. Livermore sa bene come lo sfondo storico della campagna militare di Giulio Cesare in Egitto non sia altro che l’occasione per mettere in moto una catena di intrecci amorosi, vendette e rivalità per ottenere il potere che fanno da specchio a personaggi dipinti secondo l’estetica barocca degli “affetti”, così da renderli prototipi di sentimenti, archetipi di un sentire stilizzato più che psicologicamente definito. Aria dopo aria, affetto dopo affetto, si costruisce un anello narrativo che Livermore concepisce calato in un Egitto che non è appunto quello dell’antichità storica alla quale l’opera si ispira, bensì il Novecento degli anni del cinema muto; meglio ancora, vista l’idea di ambientare la vicenda su una nave da crociera sul Nilo, quello del noto film Assassinio sul Nilo. Tutto infatti si svolge su un lussuoso piroscafo (intitolato Tolomeo) in navigazione in mezzo alle onde talvolta tempestose del grande fiume, con fondali che ne ritraggono le scure acque ondose o mostrano i siti archeologici sullo sfondo della barca in movimento con i suoi diversi ponti, le scale che li collegano e le cabine interne, come quella lussuosa di Cleopatra, o la sala da ballo della nave, che diviene un sorta di locale chantant da crociera dove la regina, posta al centro di una pedana dove appare riccamente vestita, attorniata da eunuchi e ancelle che reggono due flabelli egizi piumati che ne celano le forme prima di apparire a Cesare in tutto il suo fascino irresistibile, intona “V’adoro pupille” e lo seduce con il proprio canto. Ed è qui che, subito dopo, la stesso Cesare si esibisce dinanzi a un microfono ritmando le fioriture dell’aria con violino obbligato “Se in fiorito ameno prato” come fosse un’aria da ballo dell’eroe romano ormai inebriato dall’amore. Ovviamente c’è una ampia base di ironia in tutto questo, quell’ironia che aveva già caratterizzato diversi allestimenti di quest’opera (da ricordare, in tal senso, quello “colonialista” di David McVicar al Festival di Glyndebourne) e oggi si insinua all’interno di una drammaturgia che certo non patisce questa originale ambientazione, meditatissima, nella quale ogni aria viene drammatizzata con un passo sinergico incalzante, come se fatti delittuosi e leggerezza si dessero la mano per connotare eroismo, amori e vendette.

Lo spettacolo è in tal senso illuminante, ma ancor più lo è il tratto musicale che Gianluca Capuano imprime a un’orchestra, quella appunto de Les Musiciens du Prince-Monaco, dove ogni dettaglio strumentale ha significati ben precisi nel delineare sentimenti o particolari climi espressivi. Talvolta, ad esempio, quando Cesare fa le sue riflessioni dinanzi al cadavere di Pompeo, l’opera parla di ombre di morti e di caducità del vivere, ma è una tragicità sublimata dalla grazia, una carezza consolatoria che ci fa percepire quanto la fragilità del nostro essere e la paura della morte vadano contemplati con quella serenità quasi distensiva che mai riusciamo ad avere dinanzi al timore di svanire nel nulla. Questo piccolo viaggio nell’aldilà, da vivi, viene concesso dal suono leggero che Capuano e la sua orchestra, in questo come in altri momenti, regala ai momenti patetici, mentre in quelli più eroici dona un ritmo scatenato alle arie, complice la bravura degli interpreti. Per ogni aria, insomma, Capuano realizza oasi strumentali che sostanziano in musica il sentire dei personaggi, fanno da corona e sostegno al canto con timbri che paiono avere una funzione drammatica ben precisa e aiutano la voce a meglio individuare l’affetto espresso attraverso un ricercato arcobaleno di colori e accenti, quasi “filmico”.

Parimenti cinematografica è la recitazione chiesta ai cantanti, tutti bravissimi, ma soprattutto capaci, al di là della competenza virtuosistica dei singoli, di far palpitare l’anima del belcanto con vivida espressività. Campionessa in tal senso è Cecilia Bartoli, annunciata indisposta a inizio spettacolo, ma la cui voce non pareva per nulla intaccata in tal senso. Anzi, la voglia di costruire il personaggio di Cleopatra in questo contesto era addirittura sorprendente, tanto che il passaggio dalla donna capricciosa, che seduce con sensualità piccata e intrigante (appare in scena nel primo atto, nella sua stanza-cabina, mentre fuma un sigaretta), a quella della donna innamorata, capace di esprimersi con abbandoni sensuali carichi di sospirosa malia, vive in una voce che va alle radici della parola, trasforma la melodia in recitazione intonata sul filo di un’espressività che nasce dalle radici del testo trasfigurato in note, sempre attento e pronto a dipingere i diversi gradi del sentimento sulla filigrana di un canto che pare dipinto a piccole pennellate di tocchi affettivi. Mai ci si deve aspettare, quando la si ascolta, un virtuosismo esteriore o d’effetto vocale acrobatico fine a se stesso in “Da tempeste il legno infranto”, o un patetismo incentrato sulla pura bellezza del suono in “Se pietà di me non senti” o in “Piangerò la sorte mia”, quest’ultima eseguita con una delicatezza infinita, abbracciando le ali di un canto che sembrava un sospiro interiore, un intimo distillato di note rese gocce di pianto. L’anima del belcanto vive dunque in questa regina del canto barocco nascendo dal senso della parola, dal miniaturizzare anche i sospiri in funzione della capacità di sostanziare la “parola in musica” rendendola viva e palpitante. Tutto questo è l’ennesima riprova della grandezza di Cecilia Bartoli commisurata al modo tutto particolare e suo di concepire l’estetica vocale barocca attraverso uno stile che l’ha resa punto di riferimento obbligato, per certi versi inimitabile proprio per la singolarità di tale approccio vocale ed insieme espressivo.

Al suo fianco c’è una compagnia di canto di valore assoluto, a partire dal Giulio Cesare di Carlo Vistoli, controtenore che in questi anni è cresciuto moltissimo, divenendo in parti eroiche come questa, pensata per il castrato Senesino e quindi dalla scrittura molto centrale e bassa, un punto di riferimento. Aveva già vestito in panni di Cesare in forma di concerto e ora, per la prima volta, porta il personaggio sulle scene. Si impone da subito, complice la regia di Livermore, che ne fa un Cesare ironicamente disincantato, per la bella presenza scenica e la voce densa, ricca di vibrazioni e capace di risolvere senza debiti di suono una scrittura assai complessa, che spazia da pagine di coloratura sfrenata, come “Al lampo dell’armi”, nella quale si disimpegna con buon impeto, ai delicati abbandoni delle pagine più patetiche, quelle in cui viene fuori l’indole di Cesare innamorato. Ed ecco una bellissima esecuzione di “Se in fiorito ameno prato”, con violino obbligato, dove come si è detto gioca con ironia impugnando un microfono abbozzando i gesti di una danza che pare suggerita dalla similitudine d’amore dell’aria stessa, e soprattutto, di “Aure, deh, per pietà”, in cui le delicate messe di voce non hanno nulla di esangue e rispondono alla piena consapevolezza di uno strumento che permette a Vistoli, tecnicamente avvedutissimo, di utilizzare le note di petto e di dare morbida carnalità a centri che risuonano in sala con sostanziosa timbratura, oltre che con elegante sinuosità.
Un maestro, in tal senso, per la proiezione del suono e la capacità di utilizzare una voce addirittura più bella di quella di Vistoli, è anche Max Emanuel Cencic, in forma vocale splendente, capace di donare al suo Tolomeo astuto e licenzioso una presenza scenica e vocale calamitanti, che approdano a una esecuzione semplicemente memorabile dell’aria “Domerò la tua fierezza”, ma prima ancora minia l’arioso “Belle dee di questo core” con eleganza e malia di timbro inimitabili. Terzo controtenore è il coreano-americano Kangmin Justin Kim, che tratteggia un Sesto di febbrile ansia vendicativa e si ammira in tutte le sue arie, soprattutto in quelle dove il patetismo lo salva da un timbro qua e là un po’ chioccio.
Sara Mingardo, che è un punto di riferimento ormai da anni per la parte di Cornelia, dona alle pagine in cui il personaggio vive di sconsolata tristezza per la morte del marito, un’emotività compassata, sostenuta da un timbro contraltile scuro ma setoso. Completano il cast l’Achilla sonoro ma vocalmente un po’ ruvido di Peter Kálmán, il Nireno di Federica Spatola e il Curio di Luca Vianello.
Trionfali applausi finali per tutti, ma acclamazioni a scena aperta anche per alcune arie nel corso dello spettacolo, la cui durata è di quasi quattro ore, con una prima parte che supera le due senza che il pubblico ne risenta minimamente. Segno che il barocco, se eseguito teatralmente e musicalmente a questi livelli, piace e coinvolge.

Salle Garnier, Opéra de Monte-Carlo – Stagione 2024
GIULIO CESARE IN EGITTO
Dramma per musica in tre atti
Libretto di Nicola Francesco Haym
Musica di Georg Friedrich Händel 

Giulio Cesare Carlo Vistoli
Cleopatra Cecilia Bartoli
Tolomeo Max Emanuel Cencic
Cornelia Sara Mingardo
Sesto Kangmin Justin Kim
Achilla Péter Kálmán
Nireno Federica Spatola
Curio Luca Vianello

Les Musiciens du Prince-Monaco
Direttore Gianluca Capuano
Choeur de l’Opéra de Monte-Carlo
Direttore del coro Stefano Visconti
Maestro di canto Marie-Ève Scarfone
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok

Nuovo allestimento in coproduzione con l’Opera di Zurigo
Monte-Carlo, 24 gennaio 2024

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