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Monte-Carlo, Salle Garnier – Cavalleria rusticana e Gianni Schicchi

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Dopo il memorabile Giulio Cesare di Händel che ha aperto l’anno, l’Opéra di Monte-Carlo prosegue la stagione con un insolito dittico formato da Cavalleria rusticana di Mascagni e Gianni Schicchi di Puccini. Trovare elementi drammaturgici e musicali comuni in opere così diverse è pressoché impossibile. Eppure Grischa Asagaroff, firma registica di entrambe, ci prova cercando un filo conduttore almeno nell’impianto che Luigi Perego disegna con scene e costumi assai accurati: da un lato una Sicilia novecentesca molto sombre, con un balcone posto al centro della scena, al di là del quale Turiddu amoreggia con Lola sotto gli occhi di Santuzza che non si dà pace per il tradimento subito; dall’altro una Firenze anni Venti-Trenta invero più evocata che visibile, con lo stesso balcone che, nello Schicchi appunto, torna utile a Rinuccio e Lauretta per abbracciarsi sul finire dell’opera, felici di coronare il loro sogno d’amore guardando Firenze mentre Gianni Schicchi si compiace della loro unione rivolgendosi al pubblico con le parole “Ditemi voi, signori, se i quattrini di Buoso potevan finir meglio di così”. In Cavalleria si bada all’essenziale e si rifugge ogni tentazione oleografica. Non c’è luce, né sole in questa Sicilia che non vuole rinunciare ai suoi riti, ma li riconduce a una dimensione sobria, toccata dal senso incombente della tragedia e forse dall’ipocrisia stessa di una moralità sociale e religiosa che condiziona un mondo chiuso in regole d’onore che non vanno infrante.

Se dal piano visivo misurato e senza grandi colpi d’ala registici si passa a quello musicale, la bacchetta di Speranza Scappucci, che debutta all’Opéra di Monte-Carlo sull’onda di una crescente ascesa internazionale, appare concreta, asciutta nell’incedere melodico, impetuosa in quello drammatico, addirittura con qualche decibel sonoro di troppo, fors’anche con alcune distrazioni nel rapporto fra orchestra e palcoscenico. Eppure l’Orchestra Philharmonique di Monte-Carlo e soprattutto il Coro, istruito da Stefano Visconti e qui in forma splendente, offrono un contorno musicale adeguato al consumarsi di un dramma dove la fatalità della morte vive nelle vocalità solide e spesso stentoree degli interpreti.

María José Siri è una Santuzza di tutto rispetto; vanta infatti una voce densa, di grana sopranile piena e svettante in acuto. Non le si può vocalmente rimproverare nulla, se non una latente genericità d’espressione che non arriva a inficiare una prova scenica che, grazie al buon temperamento, l’accompagna nel delineare visceralmente il tormento interiore del personaggio. Come spesso capita, il tenore Yusif Eyvazov lascia interdetti. La qualità del timbro è davvero ingrata, eppure la solidità della tenuta vocale lungo tutto il corso dell’opera, la proiezione del suono, ricco e ben impostato, nonché la personalità spiccata con cui sostiene la parte di Turiddu rendono la sua prova vincente sul piano vocale come su quello interpretativo per l’involo appassionato ed estroverso. L’addio alla madre, cantato con slancio e ardente emotività, ma anche con una certa cura espressiva e buoni accenti, lo conferma tenore di assoluta affidabilità. Peter Kálmán, nei panni di Alfio, vocifera con un ondivago controllo dell’emissione, mentre nei ruoli di contorno si ammirano la mamma Lucia dell’intramontabile Elena Zilio, veterana che appena sale sul palco è già il personaggio che interpreta, e l’altrettanto brava Annunziata Vestri, per una volta non la solita e scontata Lola frivola e “vamp”, bensì amante di Turiddu partecipe della tragedia per la quale è con lui responsabile.

Inutile negare che il secondo titolo di questo dittico, Gianni Schicchi, funzioni meglio del primo. La cornice scenica passa dal grigio e nero lavico alla penombra rossastra della stanza da letto di Buoso Donati. Domina lo Schicchi di Nicola Alaimo, la cui levatura vocale e interpretativa lo rende punto di riferimento per questa parte come lo sono oggi in pochi. La stessa bacchetta della Scappucci sembra qui più a suo agio, attenta nel trovare squadrato ma non sempre immacolato equilibrio al ritmo teatrale, anche nei momenti in cui la melodia non decolla e lascia libero il campo al fluire sarcastico, all’humor nero che attraversa il cinismo della commedia. Si diceva di Alaimo, che entra in scena vestito da “signorone” dandy in giacca a righe bianche e rosse (i costumi novecenteschi di Perego sono davvero indovinati) e ne diventa protagonista e polo d’attrattiva avvincente; canta dipingendo d’ironia sottile l’intera parte, lo fa prima di tutto con buon gusto, intinto di sagacia bonaria e positiva, così che gesto e canto diventano tutt’uno con la sua personale visione teatrale del personaggio: simpatico, brioso, quindi, nella beffa, più umano che subdolo e sulfureo truffatore, ricco d’arguta inventiva sul terreno della sillabazione e nel disegno espressivo donato alla contraffazione della voce quando la camuffa grottescamente da Buoso Donati. C’è poi il valore aggiunto di un canto sano e robusto, ma anche vario e ispirato nella cura di un fraseggio che, al momento d’intonare “In testa la cappellina”, si mostra analitico nel dare giusto peso a ogni sillaba e arriva poi alla grande perorazione vocale sull’acuto emesso a perdifiato con pienezza di suono, per poi essere poeticissimo nella mezzavoce da manuale con cui attacca il malinconico addio a Firenze, davvero da gran baritono.

Alaimo non è l’unica perla che forma la collana di un cast nell’insieme affiatatissimo e spigliato più che mai. Edgardo Rocha è un buon Rinuccio, forse vocalmente un po’ intimidito rispetto ai suoi normali standard, e Nina Minasyan una Lauretta poco sfumata nel farsi cullare dalla melodia nell’aria “O mio babbino caro”, ma in scena recitano benissimo, al pari di Elena Zilio, Zita scenicamente da incorniciare, di Giovanni Furlanetto, Simone di composta ironia, dello spiritoso Giovanni Romeo (Betto Di Signa) e degli altrettanto bravi Caterina Di Tonno (Nella), Enrico Casari (Gherardo), Eugenio Di Lieto (Marco) e Rosa Bove (La Ciesca). A Matteo Peirone bastano poche frasi, ricamate con arte espressiva, per costruire un Maestro Spinelloccio che resta impresso nella memoria. Completano il cast Fabrice Alibert (Messer Amantio), Luca Vianello (Pinellino), Przemyslaw Baranek (Guccio) e Chloé Macchi (Gherardino).
Vivissimo il successo finale per entrambe le opere.

Salle Garnier, Opéra de Monte-Carlo – Stagione 2024
CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto
Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza María José Siri
Turiddu Yusif Eyvazov
Alfio Peter Kálmán
Lucia Elena Zilio
Lola Annunziata Vestri

GIANNI SCHICCHI
Opera comica in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini

Gianni Schicchi Nicola Alaimo
Lauretta Nina Minasyan
Zita Elena Zilio
Rinuccio Edgardo Rocha
Gherardo Enrico Casari
Gherardino Chloé Macchi
Nella Caterina Di Tonno
Betto Di Signa Giovanni Romeo
Simone Giovanni Furlanetto
Marco Eugenio Di Lieto
La Ciesca Rosa Bove
Maestro Spinelloccio Matteo Peirone
Messer Amantio Fabrice Alibert
Pinellino Luca Vianello
Guccio Przemyslaw Baranek

Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo
Direttore Speranza Scappucci
Choeur de l’Opéra de Monte-Carlo
Direttore del coro Stefano Visconti
Regia Grischa Asagaroff
Scene e costumi Luigi Perego
Luci Gigi Saccomandi
Maestro di canto David Zobel
Assistente alla messa in scena Heiko Hentschel
Assistente alle scene Luca Filaci

Nuovo allestimento
Monte-Carlo, 23 febbraio 2024

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