Chiudi

Milano, Teatro alla Scala – Werther

Condivisioni

Opera “da tenore”, Werther di Massenet non può essere allestita senza la presenza di un interprete capace di scandagliare le più riposte pieghe di una scrittura vocale che alterna momenti di passionalità esacerbata a ripiegamenti malinconici e, a tratti, estatici. Impossibile, nell’ambito di una recensione, soppesare le diverse impostazioni che interpreti storici del ruolo hanno dato del protagonista creato dal genio di Goethe. È sufficiente menzionare le due paradigmatiche, e per certi versi opposte, versioni che del dolente personaggio hanno dato tenori della statura di Tito Schipa (inarrivabile tenore di grazia) e Georges Thill (splendido esempio di lirico-spinto); a loro si sono susseguiti vari epigoni, più o meno paragonabili a simili giganti del canto.

Al Teatro alla Scala, prima di questa nuova edizione coprodotta con il Théâtre des Champs-Élysées, ultimo Werther di levatura storica fu Alfredo Kraus, nel 1976 e nel 1980 diretto da Georges Prêtre, il quale aveva fatta sua la lezione di Schipa. Benjamin Bernheim, nuovo protagonista del ruolo in queste recite, è certamente il miglior tenore di lingua francese di oggi. Notevole stilista, sa alternare impeto a languori (la sua esecuzione di “Pourquoi me réveiller” è in tal senso esemplare e scatena un uragano di applausi, l’unico a scena aperta della serata). La voce non è di particolare fascino timbrico, ma le sue notevoli doti tecniche gli permettono di sfumare agevolmente i suoni. Gli acuti sono sicuri e penetranti, anche se non voluminosi, e l’interprete appare totalmente immedesimato nel ruolo. Il suo Werther dice qualcosa di nuovo nella storia esecutiva del personaggio. Probabilmente in accordo con il regista Christof Loy, Bernheim ci propone un giovane uomo in preda a un malessere esistenziale che avvicenda crisi depressive a momenti rabbiosi e desiderio di rivalsa. Un Werther “moderno” dunque, votato al suicidio più per la sua incapacità di allinearsi al mondo piccolo borghese da cui è rifiutato, che per l’amore, più o meno corrisposto, di una pavida Charlotte eternamente in bilico fra passione e doveri sociali.

Tutti i protagonisti della vicenda (Werther, Charlotte, Albert e Sophie) sono votati all’infelicità secondo questa lettura del regista tedesco. Persino la complicità fra le due sorelle viene a mancare: Sophie, infatti, è palesemente innamorata di Werther e, in quanto tale, rivale di Charlotte. Sarà lei infatti a richiamare al dovere la sorella (Charlotte!…Albert est de retour!) e non il Borgomastro come vorrebbe il libretto. La regia, con una scena a impianto fisso – una parete bianca interrotta da una grande porta attraverso la quale il pubblico può spiare ciò che avviene all’interno della casa – è chiaramente claustrofobica e ben si adatta alla visione disperata che Loy ha del testo. Nemmeno la Natura (come canta Werther nella sua meravigliosa prima aria) riesce a medicare i guasti dell’anima. In questa regia tutto scorre di conseguenza e in modo plausibile, lascia solo interdetti la scena finale: il suicidio di Werther, con il suo continuo cadere e rialzarsi in piedi accanto all’affranta Charlotte, è poco convincente. I costumi di Robby Duiveman, bellissimi, trasportano la vicenda negli anni Cinquanta del secolo appena trascorso.

Il taglio interpretativo, minimalista e piuttosto gelido, del regista non sempre si fonde con la direzione d’orchestra di Alain Altinoglu, passionale e veemente in molti momenti (forse fin troppo..), giustamente “romantica” in altri. Una direzione più distaccata e analitica (alla Boulez per intenderci) sarebbe stata probabilmente più in sintonia con quanto si vede sulla scena. Altinoglu si conferma comunque direttore di notevole carisma.

Il resto del cast vocale fatica a reggere il confronto con Bernheim, soprattutto la Charlotte di Victoria Karkacheva, bellissima in scena ma che sembra cantare in una lingua a noi sconosciuta guastando, in parte, i bellissimi duetti con il protagonista. Bravissima la Sophie di Francesca Pia Vitale (notevole attrice fra l’altro) e discreto l’autoritario Albert di Jean-Sébastien Bou, a volte in difficoltà con le dinamiche (Tout mon espoir et toute ma tendresse!). Efficenti, partecipi e coinvolti Le Bailli di Armando Noguera, Schmidt di Rodolphe Briand e Johann di Enric Martínez-Castignani. Completa la locandina Elisa Verzier, Katchen. Bravissimi i bambini istruiti da Bruno Casoni.
Il successo, a fine serata, è stato per tutti caloroso. Acclamazioni vigorose per Bernheim

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
WERTHER
Dramma lirico in quattro atti
Libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann
Musica di Jules Massenet

Werther Benjamin Bernheim
Albert Jean Sébastien Bou
Le Bailli Armando Noguera
Schmidt Rodolphe Briand
Johann Enric Martínez-Castignani
Bruhlmann Pierluigi D’Aloia*
Charlotte Victoria Karkacheva
Sophie Francesca Pia Vitale
Katchen Elisa Verzier

*Allievo dell’Accademia di Perfezionamento
per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Alain Altinoglu
Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
diretto da Bruno Casoni

Regia e coreografia Christof Loy
Scene Johannes Leiacker
Costumi Robby Duiveman
Luci Roland Edrich

Nuova produzione Teatro alla Scala
in coproduzione con Théâtre des Champs-Élysées
Milano, 15 giugno 2024

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino