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Milano, Teatro alla Scala – Turandot

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Il coup de théâtre arriva alla morte di Liù: entro la grande luna che campeggia sulla scena, compare il volto di Puccini, con la scritta “qui Giacomo Puccini morì”. Esattamente le parole pronunciate da Arturo Toscanini alla prima assoluta di Turandot, alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, quando la recita si chiuse sugli ultimi versi messi in musica dal maestro. Per questa ripresa del capolavoro, sempre in Scala e in occasione del centesimo dalla morte del compositore, nell’intervallo tra secondo e terzo atto, le maschere avevano distribuito al pubblico dei piccoli lumini griffati “Scala Turandot” che, con lo spegnersi della musica, ciascuno spettatore ha acceso, come anche coro e figuranti sul palco, rimanendo in silenzio per alcuni secondi. Una scelta accolta con sentimenti diversi – tra il divertito e l’infastidito – dal pubblico che affollava il teatro, ma che crediamo comunque non priva di una sua pregnanza, nella misura in cui vuole rendere omaggio al musicista scomparso 100 anni fa lasciando incompiuto il suo estremo capolavoro.

Davide Livermore firma questa attesissima Turandot al Teatro alla Scala e lo fa con la consueta intelligenza di consumato uomo di teatro. Un uomo a cui non mancano idee. Anzi, a volte, l’impressione è che ce ne siano troppe, con l’effetto di caricare eccessivamente l’aspetto visivo. Anzitutto, il regista torinese decide di ambientare l’opera in un oriente sì inventato ma che presenta alcuni tratti riconoscibili, tali da trasportare il pubblico in una Cina che mescola modernità e passato, non senza alcuni elementi onirici. A tale impostazione rispondono anzitutto i preziosi costumi di Mariana Fracasso. Le scene di Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco e dello stesso Livermore, giocate prevalentemente su toni scuri, mescolano il paesaggio urbano di certe grigie periferie orientali alle tonalità accese di un rosso vivido del giaciglio di Turandot, passando per il più stilizzato quadro delle maschere a inizio secondo atto, sino al palco spoglio, dominato da una grande luna, per il duetto finale. Le luci di Antonio Castro e i video di D-Wok sono sempre puntuali nel valorizzare il disegno scenografico e registico, nonché nell’intercettare il clima emotivo del momento.
L’atto meglio riuscito ci è parso il primo, dove Livermore conferisce un’inedita importanza al Principe di Persia, qui interpretato da un bravissimo performer. Costui, affiancato da altri danzatori, è quasi sempre presente sulla scena, insieme al coro: il tutto è governato dal regista con precisione e scorrevolezza ammirevoli. Nel secondo atto, molto ben riuscita è la scena delle maschere, trasferita in un raffinato bordello, mentre nel quadro degli enigmi – a fronte di una scenografia forse un po’ troppo ingombrante – molto carica ci è parsa la gestione delle masse, così come non crediamo efficace l’idea di “doppiare” Turandot con un mimo che rappresenta l’antica ava violata. Tanto più se si ha a disposizione una protagonista del livello di Anna Netrebko. Più spoglio, invece, il palco per il duetto finale di Alfano, dominato dalla grande luna che, negli atti precedenti, aveva anche preso le sembianze di un teschio.

Naturalmente, la grande aspettativa di questa edizione era concentrata sulla protagonista. Che non ha tradito le attese. Anna Netrebko si conferma ogni volta di più artista somma per carisma scenico, bellezza e ampiezza di voce, intelligenza di interprete. Il timbro brunito e compatto sprigiona sempre una rara suggestione, con una solidità di emissione che riguarda tutti i registri, dai gravi (un tantino artefatti e gonfi in verità) agli acuti spesso risolti in eterei pianissimi, ma pur sempre sostenuti da fiati eccezionali, entro arcate vocali di singolare levigatezza. L’accento è sempre convincente, anche se non sai dove arriva il “fiuto” dell’animale da palcoscenico e dove invece intervengono lo studio e lo scavo analitico. Ma tant’è. Il personaggio è restituito in tutto il suo fascino: gelido e distaccato all’inizio, ma poi anche crudele, disperato, sensuale e languido, nel segno di un rigoglio vocale e di una presenza scenica che oggi hanno pochissimi – o nulli – confronti.

Eccellente anche la prova di Rosa Feola quale squisita Liù dalla voce di lirico chiara e omogenea, accompagnata sempre a una finissima musicalità e a una delicatezza d’accento che trova nelle sfumature il suo punto di forza. Le tre maschere sono affidate a cantanti orientali (scelta filologica o politicamente corretta?), i quali hanno belle voci e in scena sono molto disinvolti, ma non sempre sono chiarissimi nella pronuncia. Si tratta di Sung-Hwan Damien Park (Ping), Chuan Wang (Pang) e Jinxu Xiahou (Pong). Imponente la voce e la presenza scenica del Timur di Vitalij Kowaljow, manierato l’Altoum del redivivo Raúl Giménez, mentre molto bene hanno fatto tutti gli altri interpreti: Adriano Gramigni (Un mandarino), Silvia Spruzzola (Prima ancella), Vittoria Vimercati (seconda ancella), Haiyang Guo (Il Principino di Persia). Resta il Calaf di Yusif Eyvazov che canta con correttezza e impegno, alleggerendo e sfumando all’uopo, ma pur sempre con un timbro ingrato, acuti spesso fibrosi e un accento che non ci pare vada molto oltre il generico.
Eccellente la prova del coro istruito da Alberto Malazzi, compatto, intonato, possente in molti passaggi.

La direzione di Michele Gamba sceglie la strada del tragico, della nettezza del disegno ritmico, del vigore dell’incedere teatrale: la sua lettura – tagliente, inquietante, drammatica – ci è parsa improntata a una generale freddezza, che se da un lato ha evitato di scadere in quello che molti definiscono “puccinismo”, dall’altro però ha portato a un eccesso di decibel (con conseguente copertura di voci e coro in alcuni momenti), nonché a una non sempre efficace sottolineatura delle finezze di scrittura della magnifica partitura.
Il pubblico tributa calorosi applausi a tutti gli interpreti con qualche contestazione all’indizizzo di Eyvazov.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
dalla fiaba teatrale omonima di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini

La principessa Turandot Anna Netrebko
L’imperatore Altoum Raúl Giménez
Timur Vitalij Kowaljow
Il Principe Ignoto (Calaf) Yusif Eyvazov
Liù Rosa Feola
Ping Sung-Hwan Damien Park
Pang Chuan Wang
Pong Jinxu Xiahou
Un Mandarino Adriano Gramigni
Prima ancella Silvia Spruzzola
Seconda ancella Vittoria Vimercati
Il principe di Persia Haiyang Guo *

* Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Davide Livermore
Scene Eleonora Peronetti, Paolo Gep Cucco, Davide Livermore
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-Wok

Milano, 25 giugno 2025

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