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Milano, Teatro alla Scala – Turandot (con il Calaf di Brian Jagde)

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Con un succinto comunicato stampa dello scorso 4 luglio, l’ufficio stampa del Teatro alla Scala annunciava la rinuncia di Roberto Alagna, per “motivi di salute”, alle tre recite del 9, 12 e 15 luglio in Turandot di Puccini che prevedevano il suo ritorno sulle scene scaligere nei panni di Calaf dopo il recente trionfale recital del quale abbiamo scritto (vedi link). Inutile fare antipatiche dietrologie che motivino le reali ragioni che hanno spinto il celebre tenore italo-francese ad abbandonare un appuntamento che lo attendeva dinanzi a un pubblico milanese già riconciliatosi con lui nella Fedora della passata stagione e poi nel suddetto recital, all’interno del quale aveva eseguito, assai bene, “Non piangere, Liù!” come bis e lo stesso “Nessun dorma”.

La Scala, costretta a ricorrere prontamente ai ripari per trovare un sostituto degno di tal nome, ha chiamato per queste tre date in cartellone lo statunitense Brian Jagde, mentre le prime recite, delle quali ha puntualmente riferito Fabio Larovere (vedi link), sono state sostenute da Yusif Eyvazov. Non stiamo pertanto a ribadire, nelle linee generali, quanto già espresso dal collega, perché sia per quanto riguarda lo spettacolo di Davide Livermore, suggestivo sì ma sovraccarico fino all’eccesso di sollecitazioni visive, tanto da apparire talvolta disordinato, sia per la direzione certo interessante ma spesso improntata sul “vigore dell’incedere teatrale” di Michele Gamba, ci troviamo dinanzi a una Turandot che non va alla ricerca di influssi decadenti, anche quando guarda al lato più novecentesco di un figurativismo psichico che induce gli autori dello spettacolo a un caleidoscopico sogno della mente evocante una dimensione asiatica in bilico fra modernità e riferimenti alle antiche tradizione cinesi alla quali si interseca un terzo piano che offre la sigla distintiva di questo allestimento: quello, per usar parole dello stesso Livermore, di cogliere un “qualcosa di sospeso, di spiritico, di fantasmagorico”.

Questa ultima dimensione si percepisce soprattutto quando sulla scena prendono vita le nevrosi della protagonista, ben evidenziata da una Anna Netrebko che, nei panni di Turandot, conferma non solo di essere una straordinaria cantante, ma di saper piegare il tonnellaggio insolente della sua voce a un canto che mostra di assecondare le sottigliezze consapevoli del percorso psichico che la porta dal rifiuto alla conoscenza dell’amore, esattamente come lo stesso spettacolo vuole.

In tale contesto si è inserito l’elemento nuovo del cast, appunto Brian Jagde, giunto alla Scala per interpretare la parte di Calaf dopo la felice affermazione di alcuni mesi fa come Turiddu in Cavalleria rusticana. Non siamo in grado di dire quante prove abbia fatto prima della andata in scena, ma è certo che il quarantaquattrenne tenore newyorkese appare oggi al meglio delle sue possibilità, pronto a impugnare le redini di un passato che lo ha già visto cimentarsi in parti drammatiche assai impegnative come Samson nel Samson et Dalila e Don Alvaro nella Forza del destino e di un futuro che sembrerebbe segnato dalle possibilità sfoggiate in questa sua prova scaligera. Ormai noto sui palcoscenici di tutto il mondo, dalla Royal Opera House di Londra al Metropolitan di New York, Jagde, oltre che per la bella presenza scenica, si presenta per essere un tenore di indubbie qualità, solido nella resa vocale, che ha l’evidenza di una voce piena e ben emessa, capace di espandersi con facilità negli ampi spazi scaligeri e di imporsi per la facilità in acuto, da autentico tenore lirico-spinto, ma anche per centri che lo vedono delineare un Principe ignoto di rilievo eroico. Inizia bene, con frasi che subito mettono in luce il suo meglio, fino a un “Non piangere, Liù!”, dove riesce a piegare l’emissione a colori che una maggiore intesa col direttore avrebbero meglio messo a fuoco. Il suo “che non sorride più” è squillante, così come la successiva puntatura acuta su “Turandot” tenuta a lungo, fin quasi allo scoccare del gong che sigla la sua decisione di sfidare la sorte, ormai attratto misteriosamente dalla “divina bellezza, o meraviglia! O sogno!..” che lo ha visto quasi impotente dinanzi alla visione avuta di Turandot, quando indugia nella mezza voce emessa con accorta attenzione su “o meraviglia”. Nella scena degli enigmi è intenso, emotivamente partecipe e non risparmia la variante acuta, ben risolta, sul “Ti voglio tutta ardente d’amor!”. Il “Nessun dorma” è il risultato di quanto già premesso: sicuro, franco, svettante, insomma ottimamente cantato, seppur privo del fascino di un fraseggio che potrebbe essere ancor più rifinito se alle ragioni del canto Jagde affiancasse anche quelle dell’espressione, sostenute da una buona dizione, ma da sfumature e abbandoni che potrebbero nel tempo divenire più ricercati e sottili. La prova è comunque nel complesso davvero eccellente e ben accolta dal pubblico, che gli riserva immancabili acclamazioni. Una cosa è certa, la sua è la voce giusta per Calaf, che affronta senza scendere a compromessi vocali, forte di un vigore vocale da bilanciare affiancando appunto all’eroismo anche le pieghe di un canto all’occorrenza più sfumato e attento al dettato espressivo.
Recita stracolma di pubblico, con un sold out annunciato per le successive recite.

Milano, 9 luglio 2024

Photo: Brescia e Amisano

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