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Milano, Teatro alla Scala – Recital di Roberto Alagna

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Roberto Alagna ha dovuto riconquistarsi il cuore dei milanesi. Proprio al Teatro alla Scala si segnalò giovanissimo nel 1990, nella storica Traviata diretta da Riccardo Muti. Poi il clamoroso fatto del 2006, quando abbandonò la recita di Aida dopo un “Celeste Aida” contestato da una parte del pubblico. Seguì una lunga assenza dalle scene milanesi, interrotta solo nel 2022 con il suo ritorno in Fedora, questa volta con successo.

L’altra sera è tornato per un recital che ha preceduto le recite di Turandot che sosterrà in luglio. Il trionfo è stato assoluto, quasi una consacrazione e un omaggio a un tenore che si trova oggi, a sessanta anni d’età già superati, in forma vocale e fisica splendente. Ad accompagnarlo al piano, in un programma tutto pucciniano, che ne segue cronologicamente la produzione operistica, è Jeff Cohen, con il quale ha un feeling perfetto e lo segue valorizzandolo al meglio oltre a eseguire assai bene alcuni assoli pianistici: “La tregenda”, intermezzo sinfonico da Le Villi, Intermezzo da Manon Lescaut, Duetto dei fiori e Coro a bocca chiusa da Madama Butterfly e “Nella dolce carezza della danza” da La rondine, tutte pagine che, nella riduzione pianistica, trovano in Cohen grande sensibilità espressiva e un respiro pucciniano autentico e sincero.

Il medesimo che trasmette a Roberto Alagna, subito accolto al suo ingresso in scena da un applauso lungo, generoso, quasi liberatorio. Il grande tenore italo-francese sa che il programma che presenta al pubblico è assai oneroso. Inizia con “Ecco la casa….Torna ai felici dì” da Le Villi, segue “Orgia, chimera dall’occhio vitreo” da Edgar, “Tra voi, belle, brune e bionde”, “Donna non vidi mai” e la scena del porto “Indietro!…No!…Pazzo son! Guardate” da Manon Lescaut. Nella seconda parte della serata, “Che gelida manina” da La bohème, “E lucevan le stelle” da Tosca, “Addio fiorito asil” da Madama Butterfly, “Ch’ella mi creda” da Fanciulla del West e “Nessun dorma” da Turandot. Ecco perché, qua è là si mette a dialogare col pubblico come per mettere le mani avanti dinanzi a scelte che sembrerebbero azzardate. Lui stesso dice di essere un po’ “pazzo” nel cantare l’aria “Pazzo son” e avverte il pubblico che l’aria di Bohème sarà cantata in tono dicendo simpaticamente di provarci; dopo aver eseguito più che bene il do della “manina”, ricorda comunque a chi lo ascolta che Puccini non aveva pensato a questa nota, ma a una soluzione più semplificata che subito fa ascoltare. Insomma, cerca di relazionarsi col pubblico, costruisce passo dopo passo il successo di una serata felice, anzi un trionfo che la Scala gli regala senza riserve.

Da subito, appare comprensibilmente un po’ agitato in “Torna ai felici dì” che, comunque, canta bene e con un fraseggio da manuale. Rinfrancato dall’applauso che sgorga sincero, prosegue il concerto confermando, pagina dopo pagina, il suo valore. Il timbro è splendido e gli anni non lo hanno inaridito. Anche il vibrato, che fino ad alcuni anni fa sembrava accentuarsi quando l’avvicinarsi a un repertorio sempre più oneroso pareva aver intaccato la resa vocale, si è attenuato. Segno che Alagna non ha smesso di lavorare sulla tecnica, cercando di plasmarla sui nuovi indirizzi del repertorio. Anche gli acuti appaiono perfettamente girati e mantengono una bella proiezione. Insomma, senza troppi giri di parole, Alagna è ancora un grande tenore che, all’apice della sua fama planetaria, non smette di credere e scommettere su se stesso comunicando la gioia di essere ciò che è cantando con fascinosa eleganza e intelligenza.

Il programma, come detto, è talmente impegnativo che i trabocchetti potrebbero essere molti. Invece i momenti di pura emozione non mancano, e non sono certo quelli dei soli acuti, ma soprattutto quelli in cui l’arte del fraseggio gli fa colorare le frasi pucciniane senza lasciare nulla al caso, animandole di passione e nostalgia. Ed ecco il memorabile attacco, vaporoso e sognante, di “O soave vision di quell’alba d’april” da Edgar e un “Donna non vidi mai” dove la voce non si adagia solo sulla bellezza del timbro, morbido e carezzevole, ma va al netto significato espressivo donato a ogni parola, con rallentandi, ripiegamenti e accenti giusti per un canto d’amore appassionato carico d’irresistibile comunicativa, di sensualità venata di poesia. Una volta premiato il coraggio con cui risolve la drammatica scena del porto da Manon Lescaut, dove ha l’accortezza di plasmare al meglio la pagina sulle sue capacità senza mai spingere evitando inopportuni sfoghi in un canto muscolare e arrivando anche a concludere il brano in acuto con bella evidenza, nella seconda parte della serata regala un “E lucevan le stelle” dove riesce addirittura a filare la nota di “discioglieva dai veli!” per poi commuovere nel “Ch’ella mi creda” al momento cui, con grondante commozione, riposa poeticamente sulle note pensando a Minnie in “della mia vita mio solo fiore”. Si arriva al noto “Nessun dorma”, cantato a regola d’arte, con un languore e una morbidezza che assume ben più importanza che lo sfoggio muscolare dell’acuto finale, che comunque c’è e viene ben emesso.

Il pubblico è in delirio e la richiesta di bis si fa subito incessante. Alagna ne regala al pubblico ben quattro. Inizia con “Parigi è la città dei desideri” da La rondine, intonata con elegante souplesse e poi passa niente meno che all’aria di Luigi dal Tabarro, per lui assai drammatica, eppure cantata con struggente trepidazione quando intona la frase “Il pane lo guadagni col sudore”, dove si percepisce nella voce tutta l’amara sofferenza di una vita difficile, come se lacrime asciutte sgorgassero da un canto che trasmette tutto il dolore del momento. Segue un “Non piangere Liù” da Turandot in cui il canto si culla morbidamente sulla bellezza del timbro e sulle sfumature donate alla pagina fino alla coraggiosa scelta di concludere il concerto con un’aria che Alagna stesso dice al pubblico si dovrebbe eseguire quando si è giovani, quella di Rinuccio da Gianni Schicchi. Lui ci prova ugualmente e, dopo una serata così impegnativa, la voce è ancora incredibilmente fresca, tanto da concedergli di risolverla al meglio.
In fondo, con questo recital, Alagna non ha solo voluto dimostrare il buon stato di salute della sua voce, ma quanto tecnica, sensibilità espressiva, temperamento da vero fuoriclasse ed eclettismo gli possano garantire ciò è appannaggio solo dei grandi.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
RECITAL DI CANTO
Musiche di Giacomo Puccini

Roberto Alagna, tenore
Jeff Cohen, pianoforte

Milano, 23 giugno 2024

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