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Milano, Teatro alla Scala – Médée 

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La parete color violetto si lacera, la scritta “Maman vous aime” si frantuma lasciando scorrere sabbia nerastra, forse di origine lavica, mentre Medea si aggira in preda al furore e alla depressione. È forse questo il momento scenico più impressionante della regia di Damiano Michieletto per il nuovo allestimento del Teatro alla Scala della Médée di Luigi Cherubini, contestato da una parte del pubblico per quanto riguarda l’aspetto registico la sera della “prima”. Alla seconda serata, a cui abbiamo assistito, il regista non si è presentato al proscenio, quindi la recita si è chiusa senza incidenti, nonostante la protagonista Marina Rebeka abbia fatto annunciare, all’inizio del terzo atto, di non essere in forma ottimale per problemi allergici. La sua esecuzione vocale è sembrata in ogni caso notevole, anche nel terzo difficilissimo atto, con quella invocazione alle Furie che fa tremare i polsi a qualunque soprano che non si chiami Maria Callas.

La versione originale francese dell’opera, eseguita alla Scala, è per certi aspetti più liricizzata di quella “italiana” tradotta da Carlo Zangarini nel 1909 a cui siamo abituati, anche perché priva dei recitativi musicati da Franz Lachner verso il 1855, cinquantotto anni dopo la prima assoluta al Théâtre Feydeau nella forma di “opéra-comique”. Recitativi oggi considerati con orrore, ma in fondo funzionali se, come accade in questi giorni anche nel tempio scaligero, gli originali parlati vengono considerati “ineseguibili” e sostituiti da nuovi succinti dialoghi che riassumono la vicenda. Al Teatro alla Scala la riscrittura dei parlati è stata affidata a Mattia Palma, che ha dato in tal modo efficacemente voce ai bambini di Medea, innocenti vittime della sete di vendetta della loro madre. La scelta di dare largo spazio ai figli di Medea (i bravissimi Thomas Nocerino e Elisa Dazio, nel ruolo di efficacissime presenze mute, doppiati per i dialoghi in francese dalle voci registrate di Timothée Nessi e Sofia Barri) è ovviamente del regista Michieletto, il quale trasporta il mito di Medea in un claustrofobico interno borghese contemporaneo, facendo vacillare la protagonista fra follia, desiderio di rivalsa, emarginazione: una “diversa” , dunque, che turba e terrorizza chiunque venga in contatto con lei. Scelta registica sicuramente discutibile, che può non piacere, ma condotta con coerenza, ricca di momenti scenicamente pregevoli e visivamente affascinanti. Il magico rito, celebrato con il fuoco, attraverso il quale Médée avvelena il diadema che donerà alla rivale Dircé, ad esempio, o l’improvviso crollo di rocce laviche dal soffitto verso la fine dell’opera sono momenti teatralmente appaganti, così come il rannicchiarsi della protagonista sul divano prima della chiusura del sipario, mentre il povero Jason batte disperatamente alla porta della stanza in cui sono rinchiusi i cadaveri dei figli. La regia si avvale delle belle scene di Paolo Fantin, dei gradevoli costumi di Carla Teti e, soprattutto, delle bellissime luci di Alessandro Carletti.

La riuscita della serata è però soprattutto merito della direzione d’orchestra del molto applaudito Michele Gamba, bravissimo nel mantenere in equilibrio l’opera fra neoclassicismo e primi fremiti romantici, agile e flessuosa senza appesantimenti, addirittura sensazionale nella vibratile introduzione al terzo atto.

Marina Rebeka, come sempre musicalissima e limpida nell’emissione, si addossa con Médée un personaggio che forse le sfugge un poco di mano, anche perché i due terzi del ruolo sono giocati nel registro medio-grave, laddove non ha modo di rifulgere come fa invece nel registro acuto. Alcune frasi, invocazioni, maledizioni, mancano dunque di peso specifico, tratteggiano più una Ifigenia che una Medea insomma, come nel difficile duetto con Creonte o nella splendida aria “Du trouble affreux” (“Del fiero duol”, nella versione italiana). Il finale è comunque cantato con slancio e nei momenti più lirici le sue belle modulazioni hanno modo di farsi valere. Stanislas de Barbeyrac è un Jason dal timbro forse non ammaliante, ma cantante attento, partecipe, capace di chiaroscurare un ruolo ingrato come pochi. Decisamente insufficiente, invece, il Créon di Nahuel di Pierro, privo di fascino e carisma interpretativo. Vocalmente discreta, nella sua fascinosa aria iniziale, la Dircé di Martina Russomanno, ma piuttosto dura negli estremi acuti. Affettuosamente partecipe la Néris di Ambrosine Bré ed efficacemente in parte la due ancelle di Greta Doveri e Mara Gaudenzi. Ottimo, come sempre, il Coro istruito da Alberto Malazzi.
La serata si è conclusa fra gli applausi che hanno tributato un vero trionfo a Marina Rebeka e a Michele Gamba.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
MÉDÉE
Opéra in tre atti
Libretto di François-Benoît Hoffman
Musica di Luigi Cherubini

Médée Marina Rebeka
Jason Stanislas de Barbeyrac
Créon Nahuel Di Pierro
Dircé Martina Russomanno
Néris Ambroisine Bré
Confidantes de Dircé Greta Doveri, Mara Gaudenzi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgia Mattia Palma

Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 17 gennaio 2024 

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