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Milano, Teatro alla Scala – Madina (con Antonella Albano e Roberto Bolle)

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Silenzio, fuoco che pare divorare il retro-palco. Nel mezzo un uomo. Che fine farà? Non lo sa lui, non lo sappiamo noi, tutti a nostra volta circondati da fuochi veri e immaginari che forse si avvicineranno e intanto ci riempiono d’ansia. Ufficialmente sono le fiamme della Cecenia che ispirò a Fabio Vacchi compositore e Mauro Bigonzetti coreografo Madina, teatro-danza in tre quadri su libretto di Emmanuelle de Villepin (La ragazza che non voleva morire ). Un lavoro del 2020 andato su tra varie difficoltà a fine 2021 causa pandemia.

Ora viene ripresa identica come musica e dilatata come vicenda che ingloba tutto: Cecenia, Afghanistan (kamikaze è un termine giapponese che richiama quel periodo), Russia, Ucraina, Israele, Striscia di Gaza e via dicendo. Ovunque violenze, ingiustizie, distruzione, povertà, migrazioni e femminicidi. Ecco, il tema tanto attuale sempre sotto i nostri occhi è la violenza sulle donne, tema adottato dalla coreografia di grande impatto espressivo: donne violate e possedute, calpestate, uccise. Fatti realmente accaduti e sempre più figli del nostro tempo.

Il teatro-danza multimediale accosta musica, danza, recitazione, canto: una summa tanto amata da Vacchi, uno dei compositori più seguiti dei nostri giorni, ben lontano tanto dalla furia iconoclasta delle prime avanguardie quanto dall’ammansita scrittura di chi non sa o non vuole disorientare. Musica e azione procedono in assoluta sintesi nel nome di un dramma che dilania il mondo. Tanto che, pur con la presenza incisiva e potente dell’ottimo Roberto Bolle, un perfido e truccato da perfido, la vera protagonista della pièce è una inarrivabile Antonella Albano, incarnazione del rosario di tutte le donne uccise e offese che riempiono ogni giorno le pagine dei giornali. Un lutto assurdo e spesso incomprensibile che piaga e stordisce il mondo. La nostra Antonella, un pugno nello stomaco vestito di rosso, è in scena dall’inizio alla fine, resistendo a maltrattamenti effettivi che la capovolgono, stritolano, rapiscono tirandola per i capelli, lasciandola morta a terra ma sempre ripresa dal vortice della violenza.

Una storia vera ci sarebbe, lei che va a Parigi per studiare ma stordita dagli psicofarmaci del cugino Kamzan, un partigiano che a sua volta ha perso la testa, diventa una kamikaze che “non vuole uccidere né morire” e al momento giusto getta l’ordigno di morte che tuttavia esplode tra la mani dell’artificiere uccidendolo. Seguono prigione e condanna. Mentre nella frenesia dell’azione che contorce corpi e menti si trova anche la pietà del vecchio padre che piange la morte del figlio divenuto da liberatore ad assassino. Ma si coglie poco e quel poco per merito dell’attore Francesco Aricò, del tenore Paolo Antognetti e soprattutto del mezzosoprano Anna Doris Capitelli che è l’alter ego cantante di Madina. Ottimo il Coro, forte e ben strutturata la coreografia sebbene assai ripetitiva. Come il ruolo di Bolle che sovrappone inizio e fine. Noia? Certo no, ma sempre guardando tra le pieghe, ascoltando le parole del racconto e facendosi trascinare dalla teatralità estrema della Albano.

Rapisce la perfezione del ballo impegnato in una tecnica veloce e violenta che non ignora i più nobili precedenti, Maurice Béjart e Pina Bausch inclusi. Commuove la vicenda snodata tra macerie, violenza di vivi, strazio per il fluido incedere dei morti. Commuove la tenera Antonella Albano che nel gioco di rimandi, lei ormai terrorista, chiude lo spettacolo chinata sul corpo senza vita del suo assassino Bolle-Kamzan come una mater dolorosa.

Il privilegiato resta comunque Fabio Vacchi. Compositore pluridecorato sul campo di mille imprese. Uno che comincia giovanissimo alla Biennale di Venezia, vince premi, continua con Maggio Fiorentino e Accademia Filarmonica. Poi Genova, Parma, Bologna, Gibellina, Torino, Ravenna. La Milano di Milano Musica e della Scala. Vacchi, un ultrasettantenne-ragazzo dall’entusiasmo e affabilità che solo Bologna e dintorni sanno consegnare ai loro figli, è un compositore “giovane”. Uno che Riccardo Muti individuava come il “contemporaneo” da adottare, tanto che sul podio di Diario dello sdegno, composizione per grande orchestra, c’era Muti in persona. Vacchi dedica da sempre vasto spazio al teatro. opera, pantomima, balletto. ”Più sono gli elementi e più è ricca la proposta musicale. La mia musica deve comunicare, quindi mi baso su linee cantabili poggiate su griglie strutturali rigorosissime”. A quale delle avanguardie appartiene? Si inalbera: “le avanguardie non esistono, esiste la musica, quella buona e quella cattiva. La buona è quella che riesce ad accontentare l’esigenza psicoacustica del suo momento. La psicologia della percezione cambia con lo scorrere del tempo. La musica deve adeguarsi. Ho sempre pensato così, non ho mai accettato il nichilismo di partenza, cioè che si dovesse ricominciare dalla tabula rasa. Le arti non devono né rinnegare né recuperare. Devono andare avanti. Con la musica racconto i sentimenti, e lo faccio con il linguaggio che mi pare più idoneo per farmi capire, sempre molto attento agli stimoli letterari. Leggo e ho delle preferenze. Ho studiato con Manzoni e Nono ma non somiglio a nessuno dei due. Gigi era un amico, un poeta del suono, quello delle campane di Venezia, del silenzio surreale della laguna”. Il nostro Fabio, un fiume in piena, andrebbe avanti all’infinito mandando noi fuori tema. Che è sostenere come pure la musica di Madina sia un fiume in piena, un rincorrersi di fasce sonore dentro le quali c’è di tutto. In primis l’amato melologo, poi flauti e ottavini, corno inglese e percussioni. Dentro quei flussi si deve cercare.
La complessa parte musicale è nelle mani dell’ottimo Michele Gamba. Musica e danza non sono facili da decifrare, ma quello che si coglie d’impatto conquista il pubblico della Scala, meritando alla nostra Madina interminabili ovazioni.

Milano, 28 febbraio 2024

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