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Milano, Teatro alla Scala – L’histoire de Manon

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Purissimo classico di stampo anglosassone. Predisposizione alla narrativa. Passi di danza inanellati l’uno nell’altro. L’histoire de Manon, programmata alla Scala fino al 18 luglio, è nel repertorio del teatro da trent’anni, sempre uguale a sé stessa, con qualche variante: la ripresa è firmata dal direttore del Ballo Manuel Legris e dai suoi, la musica di Jules Massenet che nulla prende dall’omonima opera pur restando d’autore è arrangiata da Martin Yates (proprietà Royal Opera). Ovviamente sempre diversi solisti e danzatori della compagnia scaligera, mentre restano uguali l’allestimento dai colori un po’ cupi del greco Nicholas Georgiadis (il preferito di Nureyev) e, sul podio, l’eterno direttore Paul Connelly.

Il lavoro è legato ai caratteri degli interpreti, i quali rivivono l’interpretazione come personalità e passare del tempo comandano. Manon è stata occasione di stimolanti incontri siderali. Se infatti da un lato il personaggio di Des Gieux venne affidato a Roberto Bolle e Massimo Murru, due ex-scaligeri ospiti che non potrebbero essere più differenti di così, dall’altro la protagonista Manon ha contrapposto le due massime stelle del firmamento danzante: Alessandra Ferri e Sylvie Guillem. E nelle recite più recenti l’étoile ospite Svetlana Zakharova. Come non bastasse, accanto alla coppia Guillem-Murru Monsieur G.M. era nientemeno che Anthony Dowell, il mitico direttore del Royal (fino al 2001) sulla cui cifra il coreografo Kenneth MacMillan costruì il personaggio di Des Grieux nel 1974, accanto alla prima Manon Antoinette Sibley. Una presenza che passerà alla storia (l’idea di coinvolgerlo era stata di Sylvie) considerato che, dopo esser stato Monsieur Guillot de Morfontaine, era costretto a vestire i panni del suo nemico Des Gieux. Quanto alla coppia Bolle-Murru, non è mistero come il primo rappresenti il prototipo del danseur noble da fiaba: bello, alto, corpo dalle proporzioni perfette, tecnica impeccabile, viso cinematografico. Insomma il trionfo dell’estetica. Laddove Murru, suo compagno di studi alla Scala, vanta tutto il bagaglio tecnico del ballerino di vaglia ma è connotato da una interiorizzazione che regala prove di intensa pregnanza emotiva. Insomma un Des Greiux focoso e solare da un lato e un Des Grieux interiorizzato e ardente dall’altro. Ma la disfida più grande è stata quella Alessandra Ferri-Sylvie Guillem nel ruolo del titolo. Il personaggio Manon fu assegnato da MacMillan a una Alessandra poco più che adolescente quando lei, icona di languida bellezza ottocentesca, sognava il candore di Giulietta. Solo negli anni la bella educanda diventerà un suo cavallo di battaglia. Anche Sylvie ha affrontato varie volte quel ruolo. Ma è una danzatrice che al bagaglio classico unisce il valore aggiunto della modernità fisica e psicologica. Tanto che se Alessandra è il prototipo della ballerina classica ottocentesca, Sylvie è in tutto e per tutto figlia del suo tempo. Corpo lungo, altero, acrobatico. Look antiromantico da top model. La storia di Manon è la storia di un amore cui solo la dimensione teatrale può consegnare i colori estremi. Ed è ovvio come le due sentano ed esprimano sentimenti molto differenti. Sylvie del resto, prima di una generazione di “diversi”, ha ottenuto molte libertà anche da parte dei coreografi più intransigenti. Valga per tutti Béjart.

Manon, consegnata al repertorio scaligero da Alessandra Ferri nell’aprile 1994, nasce dalla Veritable Histoire du Chevalier des Grieux et de Manon Lescaut dell’abate Prévost (stessa fonte della Manon di Massenet e della Manon Lescaut di Puccini). MacMillan sposta invece l’attenzione sulle sventure dell’eroina a scapito di quelle del cavaliere. E lei pur persa nell’amore si lascia sedurre dal mondo dorato, salendo tutti i gradini della depravazione per distinguere poi sentimento e peccato e trovare redenzione nella morte.

La Scala prevede per questa edizione vari cast. Protagonisti della prima la stella scaligera Nicoletta Manni affiancata dall’ospite scozzese Reece Clarke, superbo Des Grieux per tecnica, espressività e anche bellezza. Nicoletta, leggera, visionaria, seducente e baciata dalla perfezione chiesta dalla danse d’école è magnifica ma decisamente inserita nell’estatico filone romantico, alla maniera della prima Ferri adolescente. Kenneth MacMillan ama la danza fine a sé stessa e il bozzettismo trasformando i prime due atti in ghirlande di meraviglie intercalate da intermezzi pantomimici. Il balletto, ben strutturato ed egregiamente eseguito, sente comunque il peso degli anni. Che sono appunto trenta, tra le maglie dei quali la danza, pur sempre rigorosamente inserita sullo studio dello studio classico, si è riempita di contenuti più o meno pregevoli ma sempre coinvolgenti, dinamici, nervosi. Non bastano più lo specchio che amplifica la leggerezza di Manon e delle donnine dell’hotel particoulier, la boria di Monsieur G.M., i cicisbei del secolo dei lumi, le sventurate che sfilano sulla banchina del porto.
Gran parte del pubblico che esaurisce come sempre il teatro e che forse non è particolarmente a conoscenza degli sviluppi di quest’arte, pare comunque pensarla diversamente. Va in visibilio per bellezza, tecnica e tecnicismi dei solisti e dell’intera compagnia e, appagato, tributa a tutti, Paul Connelly incluso, infinite ovazioni.

Milano, 8 luglio 2024

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