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Milano, Teatro alla Scala – La rondine

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Diciamo subito che la cosa migliore de La rondine, in scena in questi giorni al Teatro alla Scala di Milano, è la direzione di Riccardo Chailly. Finalmente una lettura che rende giustizia a questa partitura così raffinata e moderna, esito alto di un Puccini maturo, del quale sembrano accorgersi (un po’ in ritardo) i sovrintendenti dei teatri e il pubblico.

Le celebrazioni dell’anno pucciniano, dunque, nella sala del Piermarini si aprono con un titolo che qui mancava da 30 anni e che, purtroppo, nel complesso, tradisce le attese. Ma andiamo con ordine. Chailly, dicevamo: direzione minuziosa sin nel dettaglio, con tempi sovente dilatati e sonorità sbalzate col cesello, estrema libertà agogica e un fraseggiare sempre vivo e palpitante. Così che il canto di conversazione – che costituisce la cifra distintiva di questo lavoro – fiorisce davvero su un tessuto orchestrale mobilissimo e cangiante. Il primo atto, per il maestro, è una sorta di acquerello dai colori liquidi e vaporosi, con le voci dei tanti personaggi che fluttuano su un’atmosfera a tratti sognante. Nel secondo atto, l’orchestra acquisisce corpo e vigore inediti, con il suono lucido di fiati e ottoni a scandire i tanti ritmi di danza (anche modernissima) che ne costituiscono la struttura portante. Nell’ultimo atto l’atmosfera orchestrale si fa più decadente, assumendo quasi i contorni di un dipinto a olio, ove la corposità del colore si accende in una luce crepuscolare, ma sempre segnata da quell’eleganza che è essenziale al verbo pucciniano.

Le voci dei cinque protagonisti – e di tutti gli altri numerosi personaggi – seguono con diligenza le indicazioni del direttore, anche se, talvolta, il suono orchestrale le sovrasta. Mariangela Sicilia, che avevamo già ascoltato in questo titolo al Filarmonico di Verona, conferma la sua lettura già allora convincente grazie alla presenza scenica, al fraseggio curato, allo smalto di una voce che riluce di dorata bellezza soprattutto nel registro medio alto (laddove i pianissimi sono sempre morbidi e ben proiettati). Matteo Lippi quale amoroso Ruggero risolve la sua prova con una certa qual genericità e fa leva soprattutto sulla schietta risonanza della sua voce tenorile. L’altra coppia di innamorati trova un apprezzabile riscontro nella vivacità attoriale e nel discreto peso vocale di Rosalia Cid (Lisette) e Giovanni Sala (un Prunier poco sonoro ma scenicamente molto efficace nel suo essere un divertito e femmineo dandy). Molto bene ha fatto Pietro Spagnoli nel ruolo di Rambaldo, così come tutti gli altri interpreti, molti dei quali allievi della Scuola di perfezionamento per cantanti lirici della Scala. Felice il contributo del Coro, istruito da Alberto Malazzi: compatto, sfumato e vibrante nel canto.

Ma veniamo alle note realmente dolenti dello spettacolo, che si concentrano nella regia di Irina Brook. Nell’intervista sulla rivista scaligera, la figlia d’arte dichiara di ricorrere all’espediente (tanto vecchio quanto potenzialmente scivoloso) del “teatro nel teatro”, immaginando così di assistere non allo spettacolo ma alla sua messa in scena, ispirandosi all’estetica dei musical hollywoodiani anni ’40 (a questa, in effetti, rimandano le scene e i costumi di Patrick Kinmonth). Peccato che di tale idea si abbia nebulosa contezza solo nel primo atto, per poi perderne quasi completamente traccia nei due successivi. Così che l’atto meglio riuscito finisce con l’essere il terzo, dove, tutto sommato, l’azione scorre placidamente sui binari di una innocua tradizione (e la scena aperta sul mare della Costa Azzurra ha una sua suggestione). Per il resto, ciò che si vede sul palco è una gran confusione: c’è un mimo che doppia la protagonista Magda, ci sono scene che salgono e scendono (affastellandosi anche, in certi momenti), personaggi che si muovono più o meno freneticamente e si perde del tutto il senso del racconto. I costumi, poi, gradevoli per i protagonisti, risultano invece disarmonici nell’accostamento di colori soprattutto per il coro. Belle le luci di Marco Filibeck e innocue le coreografie di Paul Pui Wo Lee.
Un consiglio per Irina Brook: andare a visitare, a qualche centinaio di metri dal teatro, la mostra su Giuseppe De Nittis, ospitata nelle sale di palazzo Reale. Avrebbe potuto trarne un qualche spunto per la sua regia.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
LA RONDINE
Commedia lirica in tre atti
di Alfred Maria Willner, Heinrich Reichert e Giuseppe Adami
Musica di Giacomo Puccini

Magda Mariangela Sicilia
Lisette Rosalia Cid
Ruggero Matteo Lippi
Prunier Giovanni Sala
Rambaldo Pietro Spagnoli
Périchaud William Allione*
Gobin Pierluigi D’Aloia*
Crébillon Wonjun Jo*
Yvette Aleksandrina Mihaylova
Bianca Martina Russomanno
Suzy Andrea Niño
Adolfo Renis Hyka
Georgette (una grisette) Cristina Injeong Hwang
Gabriella (una grisette) Serena Pasquini
Lolette (una grisette) Silvia Spruzzola
Un giovine Luca Di Gioia
Rabonnier Giordano Rossini
Uno studente Andrea Semeraro
Voce di tenore (fuori scena) Michele Mauro
Un maggiordomo Giuseppe Capoferri / Corrado Cappitta
Tre ragazze Sarah Park, Alessandra Fratelli,
Vittoria Vimercati
* Allievo dell’Accademia Teatro alla Scala

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Chailly
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Irina Brook
Scene e costumi Patrock Kinmonth
Lighting designer Marco Filibeck
Coreografia Paul Pui Wo Lee

Nuova produzione del Teatro alla Scala
Milano, 9 aprile 2024

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