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Milano, Teatro alla Scala – La bayadère

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Marius Petipa, ballerino e coreografo dominatore dei teatri imperiali per più di cinquant’anni, ama la danza, la danza pura fine a se stessa che diventa “l’anima del balletto” subito dopo di lui per mano del suo sensibile assistente russo Lev Ivanov. Rudolf Nureyev ama a sua volta la danza pura, tanto da riprendere molti classici rendendo i vari passi (di origine francese e italiana) sempre più complessi e più difficili da eseguire. Rudy comunque ama poi psicoanalizzare le vicende consegnando ai significati delle sue riprese un ulteriore e pregnante interesse.

Al Teatro alla Scala torna La bayadère, fantasia orientale di Petipa e ultima ripresa del tartaro. Questo ballo tardo-romantico (San Pietroburgo, Teatro Mariinskij 1877) entra alla Scala nel 1965 assieme al Royal Ballet e alla coppia stellare Fonteyn-Nureyev e viene inserito in repertorio nel 1992 da Natalia Makarova, la stella del Kirov transfuga in occidente nel ’70, dopo Nureyev e prima di Baryšnikov. Una che ha fatto del grande repertorio russo qualcosa da vivere in prima persona e da divulgare come ubi consistam. La Makarova ripristina il quarto atto pensato da Marius Petipa e in seguito eliminato dagli ukase del realismo post-rivoluzionario e consegna la revisione della partitura di Ludwig Minkus a John Lanchbery.

Tutte le moderne Bayadère scaligere, fino al 2008, sono praticamente sue, a eccezione di quella arrivata alla Scala nel 2018 in occasione di un tour del Bolshoi. Poi tocca a Nureyev che firma la Bayadére parigina del ’92, spettacolo che verrà ripreso al Piermarini nel 2021. Con questo titolo il grande bashkiro commuove il mondo mostrandosi in seguito tra le quinte dell’Opera intento a ripetere il magico mondo popolato da Buddha, bramini, idoli d’oro, femminino idealizzato, fumi d’oppio, esotismo. Rudy infatti morrà dopo tre mesi, ed è costretto a chiedere aiuto a una collega del Kirov, Ninel Kurgapkina, custode della tradizione Petipa. Avevano danzato assieme e lui giustamente si fida, tuttavia senza fare i conti con i caratteri forti di entrambi. Ninel avrebbe dovuto aiutarlo negli ensembles e talvolta anche con i solisti, ma ignoriamo gli estremi dei suoi interventi. Insomma, non sappiamo quanto Nureyev sia rimasto nella famosa Bayadère francese e nella nostra oggi supervisionata dal direttore del ballo scaligero Manuel Legris.

Con il passare del tempo non mancano varie modifiche a iniziare dalla musica. Quella originale è di Ludwig Minkus, raffinato violinista, insegnante e compositore asburgico trasferitosi in Russia e autore di vari balletti. La passione di Nureyev per lui e la sua Bayadère avevano spinto il ballerino prima a trafugare una copia della partitura e poi a disporne. Ma poco resta da quando quei fogli vengono affidati dalla Kurgapkina a John Lanchbery. Il “ballo grande“ diventa tutta una fanfara di ottoni che rispettano gli assolo del violino e l’idea del Leitmotiv. Fatta eccezione del lunare quarto atto, l’atto bianco, il famoso “regno delle ombre”, visione purissima di danse d’école e romanticismo con la sua teoria di ballerine in tutù bianco che entrano di profilo, una dopo l’altra, in arabesque penché per formare un surreale quadro fantastico e paradisiaco che non pare né Petipa né Minkus. Forse un Petipa ispirato alle illustrazioni di Gustave Doré per la Divina Commedia.

Si sono alternati anche molti allestimenti. Il nostro è firmato Luisa Spinatelli che sa ricreate il favoloso oriente con fantasia raffinata, consapevole, poetica, ricchissima di particolari. Volano veli, di sollevano costumi dai mille colori, passa un elefante triste, balzano schiavi variopinti, appaiono superbi guerrieri. Una magnificenza. Con le esotiche scene e i fuochi è il ritorno alla nostra gloriosa scenotecnica.

La storia racconta del prode Solor che ama oltre la morte la bajadera del tempio. Il trionfo d’orientalismo di maniera poggia su un plot scontato: lei ama Solor, Solor è costretto a sposare Gamzatti, Gamzatti avvelena la rivale, Solor, annebbiato dall’oppio, evoca l’incantato “regno delle ombre” dove si ricongiunge all’amata. Collocato sul fragile spartiacque che separa gusto e non gusto, romanticismo e sgretolamento decadente, fiaba edificante e improponibile feuilleton, Bayadère affida l’esito ad allestimento e interpretazione. Il punto di forza resta l’imperdibile atto bianco, il solo praticato nei nostri teatri prima dell’avventura Fonteyn-Nureyev.

I nostri ballerini sono assolutamente eccellenti, come del resto le danzatrici. Nel gioco di scambi, il debutto è affidato alla splendida Nikiya di Nicoletta Manni, una vera étoile, Gramzatti ad Alice Mariani, Solor a Timofej Andrijashenko, l’idolo d’oro a Mattia Semperboni, le ombre solista ad Agnese Di Clemente, Caterina Bianchi e Gaia Andreano.
Teatro al solito esaurito e osannante. Un si mormora: Meyer se ne va. Andrà via anche Manuel Legris? Si sussurrano i nomi di Bolle autocandidato (?) e della bella e brava étoile Eleonora Abbagnato. Solo e probabilmente improprie suggestioni.

Photo: Brescia e Amisano

Milano, 26 maggio 2024

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