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Milano, Teatro alla Scala – Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio)

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Dopo Verdi, Cherubini e nuovamente Verdi, ecco Mozart. Come quarto titolo della stagione operistica, il Teatro alla Scala propone una composizione del Salisburghese a onor del vero non così diffusa nelle piazze italiane (almeno rispetto ad altre sue celeberrime opere), assente da queste tavole dal 2017 e la cui apparizione milanese (seppur in traduzione italiana) risale al 1952, protagonisti Maria Callas e Giacinto Prandelli: Die Entführung aus dem Serail (ovvero Il ratto dal serraglio). Il Singspiel in tre atti, su libretto del commediografo Johann Gottlieb Stephanie junior tratto dal testo teatrale Belmont und Constanze oder Die Entführung aus dem Serail di Christoph Friedrich Bretzner, fu composto da un Mozart venticinquenne nel biennio 1781-1782. La sua prima assoluta avvenne il 16 luglio 1782 nel Burgtheater di Vienna, sala teatrale destinata al progetto del “National-Singspiel” tanto promosso e caldeggiato dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, fra i più illustri rappresentati del cosiddetto “dispotismo illuminato”. Genere nato e sviluppatosi nei paesi germanofoni, è contraddistinto dall’alternanza di parti cantate e altre recitate, ovviamente in lingua madre; tra gli esempi più celebri di drammaturgia nazionale tedesca, oltre al Ratto dal serraglio, si annoverano, sempre del Salisburghese, Die Zauberflöte o, nei decenni successivi, Fidelio di Beethoven e Der Freischütz di Weber.

Lo spettacolo oggi messo in scena è quello, oramai storico, che Giorgio Strehler allestì con successo nel 1965 al Kleines Festspielhaus di Salisburgo (ora Haus für Mozart), in occasione del prestigioso Festival estivo, sul podio un ventinovenne Zubin Mehta; l’allestimento venne riproposto anche in successive edizioni del Festspiele. Dopo un breve passaggio fiorentino alla Pergola nel 1969, alla Scala tale produzione approdò nel 1972, con repliche nel 1978, nel 1994 diretta da Wolfgang Sawallisch, nel 2017. Oggi la regia è ripresa con brio, garbo e leggerezza da Laura Galmarini. Grazie anche alla scenografia semplice e agile (lievi quinte teatrali orientaleggianti giocate sui toni dell’acquamarina e dell’ocra), e ai candidi, stilizzati costumi settecenteschi, entrambi gli elementi a firma di Luciano Damiani, quello di Strehler è uno spettacolo di rara poeticità, intimo e soave. L’illuminazione graduata (luci di Marco Filibeck), l’alternarsi di piani di luce e ombra danno luogo a un suggestivo divertissement improntato sul teatro delle ombre cinesi: quando i personaggi cantano arie e duetti avanzano al proscenio, risultando preziose silhouette in controluce che si stagliano sul fondale bianco; quando recitano e agiscono, sono immersi in una luce abbagliante che li restituisce in tutta la loro plasticità, in un costante passaggio dalla dimensione reale a quella più favolistica. Ben caratterizzati i singoli interpreti, con rimandi ai caratteri della commedia dell’arte: Konstanze e Belmonte ricordano i coniugi nobili, Blonde la maliziosa e furba Colombina, Pedrillo lo scaltro e imbroglione Arlecchino. Centrata e stuzzicante la figura del Servo muto, qui resa con scanzonato umorismo e gestualità coinvolgente da Marco Merlini. Un allestimento intramontabile che, a distanza di oltre cinquant’anni, riesce ancora ad affascinare.

Dopo aver sostituito, nel 2022, Daniel Barenboim nel concerto della West-Eastern Divan Orchestra, torna al Piermarini il giovane e talentuoso Thomas Guggeis (classe 1993), Direttore musicale dell’Opera di Francoforte, al debutto operistico su questo palco. Gestualità scattante ed elegante, ottima tenuta tra buca e palcoscenico, rifinita attenzione ai colori e alle sfumature, il trentunenne maestro tedesco dà vita a un Mozart luminoso, fresco, ironico e arioso, brillante e crepitante nelle dinamiche. L’agogica è spedita e rapinosa, il suono dell’Orchestra del Teatro alla Scala è liquido e sfavillante, all’occorrenza soffuso e delicato, ove necessario maggiormente croccante e sfolgorante. Una prova, quella di Guggeis, indubbiamente maiuscola e degna di nota, molto apprezzata dal pubblico presente in sala.

Di livello il cast scritturato. Assente da cinque anni dalle tavole scaligere, il soprano Jessica Pratt delinea una Konstanze espressiva, statuaria, intensa e signorile, di buona tempra drammatica. La vocalità è morbida, rotonda e vellutata, omogenea nell’emissione e salda in tutti i registri, specialmente in quello acuto, che risuona cristallino e corposo. Nell’aria del I atto “Ach ich liebte, war so glücklich” emerge per un fraseggio accorato e per una linea di canto immacolata; nel recitativo e aria del II atto “Welcher Wechsel herrscht in meiner Seele […] Traurigkeit ward mir zum Lose”, Pratt si distingue per una cocente immedesimazione e per la delicatezza nello sfumare. Nell’attesissima, successiva aria “Martern aller Arten”, il soprano inglese naturalizzato australiano dà fuoco alle polveri, espugnando con agilità, disinvoltura e tecnica ferrea il funambolico côté virtuosistico, esibendo colorature, trilli e sovracuti di adamantina purezza.
Il tenore tedesco Daniel Behle (che, a maggio e ad agosto, affiancherà Cecilia Bartoli nella Clemenza di Tito salisburghese), nei panni del gentiluomo spagnolo Belmonte brilla per una musicalità cesellata, per il fraseggiare curato e per la recitazione garbata. Sin dall’aria di sortita “Hier soll ich dich denn sehen”, la voce risulta di buon peso; nell’aria del III atto “Ich baue ganz auf deine Stärke” si ammirano una lodevole tenuta dei fiati, un’interpretazione languorosa e la precisione nei virtuosismi.
Il basso inglese Peter Rose è un Osmin scenicamente monumentale e spassosissimo, attore provetto, un guardiano della villa del Pascià sapido, sfacciato e frizzante, debordante ma mai sopra le righe, in possesso di uno strumento vocale abbastanza profondo, opaco e poco udibile nelle note gravi.
Debuttante al Piermarini, il soprano tedesco Jasmin Delfs impersona Blonde, cameriera di Konstanze, con spigliatezza e spumeggiante civetteria; la vocalità è aggraziata, tersa e limpida, la dizione è gustosa. L’aria del II atto “Durch Zärtlichkeit und Schmeicheln” è resa con effervescente, deliziosa sensualità, e acuti di siderale bellezza. Il tenore Michael Laurenz è un servitore Pedrillo mercuriale e puntuto, estroso in scena e vocalmente luminoso. La parte recitata del Pascià turco Selim è affidata all’attore e regista tedesco Sven-Eric Bechtolf, di casa in piazze quali Zurigo, Salisburgo e Vienna, noto al pubblico della Scala per gli allestimenti di Hänsel und Gretel (2017), Ernani (2018), Die ägyptische Helena (2019), Ariadne auf Naxos (2022). Il suo è un Selim autorevole e misericordioso, psicologicamente chiaroscurato, dal portamento fiero e dal fraseggio nitido, scolpito nella pietra.
Giorgio Martano guida con nerbo, estrema sicurezza, vividezza ed efficacia il Coro del Teatro alla Scala, in particolare i quattro, puntuali solisti (Silvia Spruzzola, Julija Samsonova, Luca Di Gioia e Giorgio Valerio).
Teatro quasi esaurito e, al termine, festante e sentita accoglienza per tutti gli artisti, con punte di maggiore entusiasmo soprattutto per Guggeis e Pratt, omaggiata con il lancio di un mazzo di fiori dalla prima fila di platea.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL
Singspiel in tre atti
Libretto di Johann Gottlieb Stephanie jn.
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Selim Sven-Eric Bechtolf
Konstanze Jessica Pratt
Blonde Jasmin Delfs
Belmonte Daniel Behle
Pedrillo Michael Laurenz
Osmin Peter Rose
Servo muto Marco Merlini
Solisti del coro Silvia Spruzzola, Julija Samsonova,
Luca Di Gioia, Giorgio Valerio

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Thomas Guggeis
Maestro del coro Giorgio Martano
Regia Giorgio Strehler ripresa da Laura Galmarini
Scene e costumi Luciano Damiani
Luci Marco Filibeck
Movimenti mimici Marco Merlini

Produzione Teatro alla Scala
Milano, 29 febbraio 2024

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