A sette anni dai Meistersinger von Nürnberg del 2017, finalmente Richard Wagner torna al Teatro alla Scala. Per volere del sovrintendente Dominique Meyer, tra 2024 e 2026 è in programma il ciclo Der Ring des Nibelungen, assente dalle tavole scaligere da giugno 2013, quando venne portato in scena da Daniel Barenboim e Guy Cassiers (ricordiamo però come i quattro titoli dell’Anello del Nibelungo debuttarono, rispettivamente, a maggio e dicembre 2010, ottobre 2012 e maggio 2013). Come da prassi, si inizia con il prologo in un atto della saga wagneriana, Das Rheingold (L’oro del Reno).
A seguito del discusso forfait di Christian Thielemann, sul podio dell’Orchestra del Teatro alla Scala si alternano (e lo stesso avverrà per le tre giornate del Ring) due rinomate bacchette, l’australiana Simone Young e il britannico Alexander Soddy; qui si riferisce di una replica con quest’ultimo direttore, al suo debutto al Piermarini. Classe 1982, nativo di Oxford, dal 2010 al 2012 Kapellmeister dell’Opera di Amburgo, dal 2013 al 2016 direttore principale dello Stadttheater Klagenfurt e, dal 2016 al 2022, Generalmusikdirektor a Mannheim, Soddy – che è anche pianista – ha all’attivo acclamate interpretazioni wagneriane, quali per esempio Parsifal a Vienna, Lohengrin a Berlino e Parigi, Tannhäuser a Londra, Tristan und Isolde, Der fliegende Holländer e l’intero Ring a Mannheim. Quella di Soddy è una lettura tersa, limpida e vibrante, di cocente drammaticità senza mai essere enfatica, attenta alle sfumature, coesa e vigile nel rapporto tra buca e palcoscenico. Ottenendo dalla compagine orchestrale un suono cangiante e puro, il maestro inglese enuclea con nitidezza i vari Leitmotive, in un discorso fluido e coerente, di potente teatralità: per esempio, il tema delle figlie del Reno risuona arioso, liquido e armonico; quello dell’oro è un baluginio sfavillante e prezioso; l’ingresso dei giganti è affrontato con piglio energico e tagliente; il motivo di Loge è reso con sonorità scattanti e melliflue; l’entrata degli dèi nel Walhalla è un tripudio maestoso e galvanizzante, per nulla tronfio o pesante. A conti fatti, si ascolta una direzione calibrata e convincente, nella quale Alexander Soddy dosa con intelligenza trasparenze e accensioni, delicatezza e vigore: sicuramente fa ben sperare per il prosieguo del Ring.
Valido (con i relativi distinguo) il cast assemblato. Wagneriano di lunga data, Michael Volle è un Wotan dalla presenza scenica statuaria e ieratica, meditabondo e dilaniato da dubbi. La voce risulta ampia e voluminosa, di corposa pasta scura; il fraseggio è sempre molto accurato e ricco di inflessioni, sbalzato a tuttotondo con intelligenza. Si avvertono qualche segno di affaticamento e minimi cedimenti vocali soprattutto nel finale, quando ammira il Walhalla in “Abendlich strahlt der Sonne Auge”.
Il baritono islandese Ólafur Sigurdarson dipinge con efficacia un Alberich rude e malevolo, dalla vocalità estesa e omogenea nell’emissione, di colore chiaro e avvolgente; la recitazione è mordace, la dizione nitida e scavata nella pietra. Il Loge del tenore austriaco Norbert Ernst si distingue per il fraseggiare cesellato e sapido, volutamente lezioso, per l’interpretazione mercuriale e per la resa guizzante del personaggio; lo strumento vocale risuona a tratti asprigno e opaco.
Okka von der Damerau impersona una Fricka altera e gelosa, mai petulante, esibendo una voce duttile e morbida, di carezzevole tinta calda. Cristallina, dolce e luminosa è la Freia del soprano ucraino Olga Bezsmertna, dalla linea di canto sfumata. Veterano del ruolo (chi scrive lo ha già ascoltato come Mime nel 2010 alla Scala e nel 2022 a Zurigo), Wolfgang Ablinger-Sperrhacke delinea un nibelungo salace e pungente, dalla musicalità rifinita e dalla vocalità puntuta e malleabile, emessa con tecnica ferrea. Il basso coreano Jongmin Park, in possesso di uno strumento vellutato, tonante e dovizioso di armonici, incarna un Fasolt dolente e maggiormente umano, laddove il Fafner del basso estone Ain Anger risulta scenicamente protervo e autoritario, vocalmente disomogeneo e ruvido. Nei panni di Erda, Christa Mayer emerge per una voce di soffice tinta ambrata, ben timbrata e poco profonda, ma pur sempre incisiva. Un vero lusso il Donner aitante di Andrè Schuen, dalla vocalità brunita e densa, omogenea e ricca di smalto; accanto a lui, il tenore sudafricano Siyabonga Maqungo è un Froh squillante e adamantino in acuto, fresco e spontaneo nell’interpretazione. Completano il cast le tre aggraziate e vivaci figlie del Reno, Andrea Carroll (Woglinde), Svetlina Stoyanova (Wellgunde) e Virginie Verrez (Flosshilde), scenicamente sensuali, leggiadre e sbarazzine, vocalmente puntuali e luminose.
David McVicar, che già aveva allestito la Tetralogia più di quindici anni fa all’Opéra national du Rhin di Strasburgo, a Milano propone uno spettacolo a metà tra la fiaba, la mitologia e il fantasy, accolto alla prima in maniera contrastata; in esso, sembra di cogliere influenze dall’universo magico e arcano scaturito dalla creatività di Tolkien. La scenografia pulita e sobria di McVicar stesso e Hannah Postlethwaite, per nulla cervellotica o disturbante, vede nella scena prima tre gigantesche mani rotanti, sulle quali si muovo le ondine; nella terza il Nibelheim è raffigurato da un monumentale teschio d’oro alla Damien Hirst e da lastre di pietra che scendono dall’alto; nelle scene seconda e quarta il Walhalla è rappresentato da un’imponente scala in solido marmo grigio a due rampe che ascende verso il cielo (e la memoria non può che correre alle incisioni dell’olandese Maurits Cornelis Escher). Tra una scena e l’altra, cala un sipario effigiante una mano nera all’interno di un grande anello metallico: le mani, quindi, come simbolo del furto dell’oro del Reno, ma anche dell’edificazione della nuova reggia degli dei. Di forte impatto estetico sono le luci di David Finn, giocate su cromie accese e atmosferiche come l’azzurro, l’oro, il rosso; elaborati, estremamente curati e fantasiosi i costumi di Emma Kingsbury, a tratti eccessivamente voluminosi e, immaginiamo, non proprio comodi per i cantanti; innocui e didascalici i video a firma di Katy Tucker. Nell’allestimento hanno un ruolo importante mimi e ballerini (coreografia di Gareth Mole, maestro di arti marziali e preparazioni circensi David Greeves): i due giganti compaiono infatti sui trampoli, accompagnati da figuranti che, col rapimento di Freia, sottraggono alle altre divinità le loro maschere; sempre i mimi danno vita, con efficacia, al drago e al rospo del terzo quadro, nella regia raffigurati come scheletri; l’oro del Reno, infine, è impersonato da un prestante ballerino seminudo dalle movenze fluide, al quale Alberich strappa dal viso la maschera aurea, e che nel finale ricompare in scena contorcendosi a terra sporco di sangue (l’oro ha difatti mietuto la sua prima vittima, Fasolt, ucciso dal fratello). In sintesi, quello di McVicar è uno spettacolo funzionale, garbato e che, se vogliamo, non osa più di tanto, ma che nemmeno stravolge la vicenda, perdendosi nei meandri della psicanalisi o di chiavi di lettura macchinose. Grave pecca il lasciare spesso i solisti a cantare fermi in proscenio, o abbandonati a loro stessi: per le prossime giornate della Tetralogia, una maggior movimentazione dei cantanti e un approfondimento delle personalità non stonerebbe.
Teatro quasi esaurito, con qualche defezione di pubblico in corso d’opera. Al termine, applausi calorosi, con punte di maggior entusiasmo per Volle, Sigurdarson e Park; accoglienza festosa e sentita per Soddy. 




Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
DAS RHEINGOLD
(DER RING DES NIBELUNGEN)
Prologo in un atto
Versi e musica di Richard Wagner
Wotan Michael Volle
Donner Andrè Schuen
Froh Siyabonga Maqungo
Loge Norbert Ernst
Alberich Ólafur Sigurdarson
Mime Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Fasolt Jongmin Park
Fafner Ain Anger
Fricka Okka von der Damerau
Freia Olga Bezsmertna
Erda Christa Mayer
Woglinde Andrea Carroll
Wellgunde Svetlina Stoyanova
Flosshilde Virginie Verrez
Orchestra del Teatro alla Scala
Con la partecipazione degli allievi
del Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Regia David McVicar
Scene David McVicar e Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Video e proiezioni Katy Tucker
Coreografia Gareth Mole
Maestro arti marziali/prestazioni circensi David Greeves
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 5 novembre 2024

