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Milano, Teatro alla Scala – Concerto della CSO diretto da Riccardo Muti

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Un concerto diretto da Riccardo Muti alla Scala è sempre un evento speciale: ogni ritorno del Maestro al Piermarini, per quanto ormai sia un avvenimento comune alla guida di importanti orchestre ospiti, è infatti un particolare termometro del burrascoso rapporto di Muti con la Scala e con il pubblico milanese. Questa volta Muti è a Milano come direttore della Chicago Symphony Orchestra, da cui si è da poco congedato come direttore principale per prendere il titolo di direttore emerito a vita.

Si tratta della seconda data italiana di una tournée che ha visto la CSO attraversare l’Europa nelle scorse settimane: Bruxelles, Parigi, Lussemburgo, Essen, Colonia, Francoforte, Vienna, Budapest, Torino, Milano appunto prima di chiudere a Roma, con programmi che spaziano dall’italianità (come la Quarta di Mendelssohn) al repertorio russo (la suite dall’Uccello di fuoco di Stravinskij, il Lago incantato di Ljadov) a quello americano (la Sinfonia n. 3 di Florence Price e un brano di Philip Glass, The Triuph of the Octagon dedicato appositamente a Muti e alla CSO, che al Bozar di Bruxelles ha ricevuto la prima esecuzione europea).

Per la tappa milanese, il programma scelto attiene al grande repertorio tra il tardoromanticismo e il Novecento: in apertura abbiamo Aus Italien, uno dei primi poemi sinfonici di Richard Strauss, mentre la seconda parte prevede la poderosa sinfonia n. 5 di Sergej Sergeevič Prokof’ev. Due lavori che, in comune, poco hanno se non la struttura in quattro movimenti (il sottotitolo usato da Strauss è “fantasia sinfonica”, ma Aus Italien è a tutti gli effetti una sinfonia) e la stessa alternanza (invertita rispetto all’ordine canonico) di tempi lenti e veloci, e con essa l’alternanza tra momenti lirici e sezioni ritmiche e trascinanti.

Acclamato fin dall’arrivo sul podio, Muti dirige l’intero programma con meticolosa precisione privilegiando pochi gesti ben misurati, e intervenendo soprattutto per ottenere accordi secchi e ben marcati, come nei finali di movimento, o per uniformare l’interruzione e l’attacco in occasione di respiri indicati in partitura che diventano momenti di assoluto silenzio. Come suo solito, Muti sembra dialogare con l’orchestra durante il concerto, rivolgendosi ora a una spalla ora a un solista per chiedere, anche solo con uno sguardo, un’espressione o un piccolo gesto, un particolare effetto. Stringe il pugno per segnalare agli ottoni una frase particolarmente eroica, o mima con due dita l’esecuzione di un trillo ai legni. Il Muti “americano’’, insomma, pur senza tradire certi suoi stilemi, è un Muti più internazionale e più compassato di quello italiano, né questo gli impedisce di mantenere sempre con grande autorevolezza un totale controllo sull’esecuzione.

L’orchestra di Chicago, da par suo, è impeccabile. L’uniformità del suono degli archi, il virtuosismo dei legni (i soli del flauto, dell’oboe, del clarinetto sono una gioia per le orecchie), la precisione degli ottoni, e la capacità di tutte le sezioni di attraversare la gamma dinamica, da pianissimi quasi impercettibili a fortissimi a tre f di ragguardevole potenza. Alle trombe e ai tromboni, forse, si può imputare un timbro eccessivamente americano, che spesso, nei fortissimi, diventa metallico (brassy, direbbero oltreoceano), in contrasto con il suono pieno e caldo degli ottoni tedeschi che sembrerebbe più adeguato in un’opera per giunta giovanile di Strauss. Le fanfare delle rovine di Roma suonano già come quelle ben più minacciose di Also sprach Zarathustra; nella sinfonia di Prokof’ev, specie nell’interpretazione di Muti, invece queste sonorità trovano il loro habitat ideale.

Ma andiamo con ordine. Il primo movimento di Aus Italien, che evoca la campagna romana, si apre e si chiude su accordi di carattere quasi organistico, per cui Muti sceglie tempi anche un po’ più larghi dell’Andante previsto in partitura. In mezzo, i grandi cantabili dei violini e dei legni caratterizzati da un eccezionale lirismo, una delle cifre che la lunga tenure di Muti ha conferito alla CSO. Nel secondo movimento, In Roms Ruinen, l’esecuzione privilegia la grandiosità degli splendori della Roma antica alla malinconia delle rovine (sono questi i due aspetti che Strauss inserisce nella descrizione della sezione), e nella magniloquenza orchestrale sembra talvolta perdersi l’imitazione quasi contrappuntistica del richiamo iniziale della tromba affidata di volta in volta ai vari strumenti.
Sono i trilli, le scale cromatiche e soprattutto il perfetto controllo della dinamica con le frequenti forcelle che Muti segnala con gesto elegante a rappresentare le onde del mare che si infrangono sulla spiaggia di Sorrento che dà il titolo al terzo movimento, il più evocativo, del poema sinfonico: i colori della CSO danno davvero l’idea di trovarsi in riva al mare. La quarta sezione, invece, sacrifica un po’ la “vita napoletana” nel grandioso finale, ma è impagabile sentire le viole e i violoncelli, nelle prime battute, veramente cantare Funiculì funiculà. È chiaro che per Muti l’inclusione dell’arcinota canzone non è un effetto comico ma una vera rappresentazione musicale della città di Napoli, e questo spiega l’attenzione data al tema ogni volta che ricompare, affidato ora al corno inglese e al fagotto, ora ripreso e variato dall’orchestra, riarmonizzato, come se, nelle strade della città, si sentisse da direzioni diverse gruppi diversi di persone cantare o suonare la stessa melodia, in un crescendo che arriva poi a spegnersi prima di recuperare il tema del primo movimento e ritornare, a piena orchestra e trasformato in una sorta di marcia a terminare l’opera. Uno Strauss da cartolina, e un omaggio all’Italia a cui Muti sembra essere particolarmente partecipe.

Nella seconda parte invece tocca a Prokof’ev e alla sua imponente Quinta sinfonia. I quattro movimenti sono quasi a sé stanti, chiusi ciascuno da finali molto assertivi (se non fosse proibito dalle convenzioni dell’esecuzione sinfonica in tempi moderni, si vorrebbe applaudire alla fine di ogni movimento — e in effetti un grido di giubilo, prontamente zittito, si leva sul trascinante finale della prima sezione).
Il compositore dedicò la sinfonia “all’uomo libero e felice, alla sua forza, alla sua generosità e alla purezza della sua anima”. Ma dopo un Andante più lirico, nel secondo movimento le sonorità si fanno sempre più minacciose, grottesche e sinistre, tra ottoni con sordina, il pianoforte nel registro grave e un tamburo di legno dal suono martellante, intervallati da soli eseguiti alla perfezione di clarinetto, clarinetto piccolo e oboe. La sinfonia si fa sempre più intensa, più tragica quasi. Anche l’Adagio che segue, nonostante certe frasi liriche e un accompagnamento dei violini in terzine che sembra riecheggiare il primo tempo della sonata Al chiaro di luna di Beethoven, non abbandona un sentimento di tetra malinconia.
Allo stesso modo nel finale, che sarebbe Allegro giocoso, predominano colori scuri nella presentazione del tema da parte dei violoncelli divisi a cui seguono le viole che introducono un motivo in quartine con un accento molto marcato sulla prima nota, articolazione subito ripresa dei corni che la trasformano in un motivo d’accompagnamento che suona sempre minaccioso. Quella che ci restituisce la CSO è quindi una sinfonia di grandissima intensità drammatica, forse anche superiore a quella richiesta dalla partitura, drammatica e talvolta anche opprimente e terribile. Certo, non mancano squarci melodici, che Muti ben asseconda, ma il finale a tutta forza ha più l’aspetto di una liberazione che del trionfo dell’uomo libero. Ed è forse questo senso di liberazione a scatenare gli applausi appena cessa l’accordo finale dell’opera.

Il trionfo di Muti è totale: il Maestro chiama a uno a uno i solisti e poi le sezioni dell’orchestra ad alzarsi per ricevere il meritato tributo: il livello della CSO è semplicemente stellare. Poi, come già in tutte le date precedenti della tournée è il momento di un fuori programma. Muti prende la parola, e annuncia che per omaggiare Giacomo Puccini nel centenario della morte l’orchestra eseguirà l’intermezzo da Manon Lescaut. È anche l’occasione, questa, per lasciar spazio alle spalle dei violoncelli, delle viole e dei violini primi che attaccano il tema con espressione (forse abusando leggermente del vibrato?) con Muti che, dal direttore ieratico che aveva condotto con tanto contegno Prokof’ev si lascia trasportare di più dalla melodia disegnando il canto con la mano sinistra. Di nuovo grande successo, di nuovo grandi applausi, ma ecco che il Maestro si volta e cerca di zittire (con una certa difficoltà) il pubblico. «Muti!», impone, suscitando l’ilarità generale.
È così che si scopre che ci sarà un altro fuori programma “eccezionale”, solo perché siamo alla Scala e soprattutto perché è il 27 gennaio, anniversario della morte di Giuseppe Verdi. Quindi, un encore dedicato al genio bussetano (i più acuti osservatori avrebbero potuto prevederlo, giacché fin dall’inizio del concerto accanto alla postazione della tuba aleggiava un verdianissimo cimbasso) e nello specifico la sinfonia della Giovanna d’Arco. Un brano che porta sugli scudi, per i frequenti soli, i legni della CSO ma in cui si scopre, o meglio, si riscopre, un Muti completamente diverso da quello visto nel programma ufficiale del concerto: il Muti direttore della Scala che si agita, si sbraccia, finanche salta per trasmettere l’impeto del Verdi “di galera”. È il Music Director Emeritus for Life che torna a essere il Maestro, ed è incredibile come basti una battuta di Verdi a trasformare una direzione austera (non per questo priva d’emozione) in un giovanile e trascinante entusiasmo. Una magia che, forse, può compiersi solo alla Scala, e degno finale di un concerto davvero memorabile.

Teatro alla Scala
CHICAGO SYMPHONY ORCHESTRA
Direttore Riccardo Muti

Richard Strauss
Aus Italien, fantasia sinfonica Op. 16
Sergej Sergeevič Prokof’ev
Sinfonia n.5 in Si♭ maggiore, Op. 100
Giacomo Puccini
Intermezzo da Manon Lescaut
Giuseppe Verdi
Sinfonia da Giovanna d’Arco

Milano, 27 gennaio 2024

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