Chiudi

Milano, Teatro alla Scala – Cavalleria rusticana e Pagliacci

Condivisioni

La notizia, che era nell’aria da tempo, è arrivata a poche ore della andata in scena di Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo: il Teatro alla Scala avrà, dal prossimo primo settembre, un nuovo sovrintendente in Fortunato Ortombina, mentre Riccardo Chailly, direttore musicale, manterrà la carica in essere fino al 2026. Il Consiglio di amministrazione così ha voluto e il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, lo ha annunciato ieri mattina.

Intanto i due capolavori del verismo musicale tornano sul palcoscenico scaligero negli allestimenti che Mario Martone firmò nel 2011, oggi ben ripresi da Federica Stefani, con scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak e luci di Pasquale Mari. Allora fecero discutere, anzi vennero inizialmente accolti con contestazioni, anche perché il pubblico della Scala era abituato alla visione che di Cavalleria e Pagliacci ne aveva dato Franco Zeffirelli, da un lato oleografica per l’opera di Mascagni, dall’altro neorealista per quella di Leoncavallo. Martone sembrò scombinare le carte in tavola, smuovendo abitudini legate alla tradizione, eppure lasciò il segno tanto che, ancora oggi, a tredici anni dal loro debutto, questi spettacoli sembrano attuali e non appaiono per nulla invecchiati. Diremmo anzi che, soprattutto per Cavalleria rusticana, la lettura offerta da Martone aprì la strada a molti allestimenti successivi agendo sulla drammaturgia per inquadrarne l’essenziale dimensione tragica, in un contesto scenico scarno e sottrattivo, dove alla Sicilia assolata si sostituisce l’ombra delle inquietudini interiori, con un palco affollato da sedie dove il coro assiste, come in una tragedia greca, al consumarsi degli eventi, oppure gira le spalle al pubblico per partecipare alla celebrazione liturgica della Pasqua, dalla quale Santuzza, come sappiamo, è esclusa, fino al finale, quando il palcoscenico si svuota e Turiddu dà l’estremo addio alla madre abbandonato da tutti. Sembra di assistere al consumarsi di un asciutto rito di morte, come se non fossimo dinanzi a un documento visivo di puro costume locale, ma a una partitura che va alle radici delle tradizioni sicule con risvolti quasi antropologici.

All’opposto, la direzione di Giampaolo Bisanti non cerca dal podio un riflesso di quanto si vede sulla scena. Si avvale di una Orchestra e di un Coro di livello altissimo e spinge il tasto del dramma a forti tinte, talvolta si fa addirittura prendere dalla foga e rischia di cadere nel tranello di smarrire la giusta quadratura fra palco e buca d’orchestra, ma si mentirebbe nel non ammettere che la sua bacchetta, vibrante e coinvolgente, vada al netto di una teatralità viva e palpitante, trasmessa nella cura di fraseggi orchestrali certo non scontati, sempre animati da un fuoco interiore che si sprigiona senza per questo essere alieno da sfumature individuabili nel respiro e nelle arcate orchestrali del celebre Intermezzo.

Sulla scena c’è una compagnia di canto di livello. Elīna Garanča, Santuzza, è indubbiamente una delle migliori cantanti dei nostri tempi. La voce, oltre che di impasto timbro soggiogante e preziosamente vellutato, svetta in acuto con strabordante sonorità, con una omogeneità di suono fra i registri che la vedono comunque più a suo agio negli acuti che nei gravi. Offre un ritratto del personaggio elegante e composto, eppure appassionato. L’arco vocale la vede vincente lungo tutto l’arco dell’opera, ma si capisce che la sua visione non è quella di una cantante italiana, tanto che il suo “A te la mala Pasqua” viene volutamente “recitato” più che intonato, lanciato come un roco grido di tragica disperazione che la rende tuttavia travolgente fino a un duetto con Alfio in cui domina la tessitura acuta con saldezza emozionante. Una grande prova.
Al suo fianco c’è il tenore americano Brian Jagde, che dona alla parte di Turiddu bel timbro e ottimo squillo. Dopo qualche piccola incertezza nella serenata iniziale, la sua prova prende quota e si mantiene solida superando senza incidenti il duetto con Santuzza, dove si mostra franco e svettante; risolve degnamente il brindisi e arriva a un finale in cui alla generosità vocale basterebbe solo quell’approfondimento espressivo che purtroppo finisce per essere il tallone d’Achille di una prova comunque di tutto rispetto.
Anche Amartuvshin Enkhbat canta benissimo, con il suo timbro morbido e ben proiettato al quale, per una giusta connotazione del personaggio, manca quell’incisività non di dizione, che è ottima, ma di fraseggio consona ad Alfio, per renderlo meglio definito. Francesca Di Sauro è una Lola fascinosa, che canta con bel timbro e rifinite sfumature il suo stornello, così come l’inossidabile Elena Zilio continua a essere una mamma Lucia di monumentale rilievo interpretativo, capace di dare anima teatrale a ogni parola, magari parlata più che intonata, come se venisse scolpita nel marmo.

Mario Martone non cerca di trovare parallelismi visivi o legami fra le due opere veriste e, alle prese con Pagliacci, abbandona sottintesi d’asciutta tragicità per scegliere la via del crudo realismo ambientando l’opera in un campo rom contemporaneo, situato nella degradata periferia di una metropoli, alle pendici della rampa di una bretella autostradale. La scena fissa è imponente, con vecchi furgoni e roulotte che ospitano la compagnia teatrale ambulante di Canio, animata da acrobati e saltimbanchi (tutti davvero bravissimi). Praticabili abbracciano il palcoscenico e coinvolgono la platea nel truce delitto per gelosia ispirato al reale fatto di cronaca al quale l’opera si ispira. La regia si plasma mirabilmente sul modello scenico pensato e trova negli interpreti, come nella bacchetta di Giampaolo Bisanti, piena rispondenza di intenti. Le scelte del maestro milanese virano, come già in Cavalleria rusticana, verso una lettura appassionata, che si appoggia su un respiro teatrale dove tensione e incandescente passionalità sanno trovare oasi di lirismo mai compiaciute ma ben individuate in funzione espressiva. Le idee musicali sono quindi molte e tutte assai interessanti, ma talvolta non sempre ordinate nella resa.

Fabio Sartori si trova a suo agio nei panni di Canio, ormai un suo indiscusso cavallo di battaglia. Risolve la parte come pochi tenori oggi al mondo sanno fare, sicuro di una vocalità granitica e solida, con quella giusta venatura greve che poco concede alla lacrima della disperazione in un “Vesti la giubba” dove già si intravede, più che l’afflizione, quel senso di rivalsa e vendetta che si consuma in un finale dove la sua voce non ha alcuna esitazione e sfoga in acuto con sicurezza e ampiezza sonora. Anche Irina Lungu è un’ottima Nedda, grazie a una voce lirica che cerca di realizzare al meglio sfumature e leggerezze dell’aria “Stridono lassù”, ma trova libero e ampio involo lirico soprattutto nel tragico finale dell’opera. Mattia Olivieri è un Silvio perfetto, abile nell’utilizzare l’avvenenza fisica non come mezzo fine a se stesso bensì per costruire un personaggio definito con i tratti di una energia giovanile fibrillante e di una voce baritonale giusta per la parte, anche in mezzevoci che lo mettono in evidenza nel duetto con Nedda in “Tutto scordiam!”. Non fatica a spiccare su tutti il magnifico Tonio di Amartuvshin Enkhbat, che nel Prologo sfoggia una colonna di suono morbida, compatta e di espansione avvolgente, che sale all’acuto senza perdere i connotati della timbrica baritonale per divenire tenorile e la colora di belle intenzioni, anche nell’attacco di “Un nido di memorie”, sostenuto per di più da una dizione chiara. Inutile negare che siamo dinanzi a un fuoriclasse.
Il cast è completato dal garbato Beppe/Arlecchino di Jinxu Xiahou, da Gabriele Valsecchi (Un contadino) e Luigi Albani (Altro contadino), questi ultimi due artisti del Coro del Teatro alla Scala, sempre in splendida evidenza e ben istruito da Alberto Malazzi.
Successo franco e senza macchia per entrambe le opere.

Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto
di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
dal dramma omonimo di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Elīna Garanča
Turiddu Brian Jagde
Alfio Amartuvshin Enkhbat
Lola Francesca Di Sauro
Lucia Elena Zilio

PAGLIACCI
Dramma in un prologo e due atti
Libretto e musica di Ruggero Leoncavallo

Nedda Irina Lungu
Canio Fabio Sartori
Tonio Amartuvshin Enkhbat
Silvio Mattia Olivieri
Peppe Jinxu Xiahou
Un contadino Gabriele Valsecchi*
Altro contadino Luigi Albani*

*Artisti del Coro del Teatro alla Scala

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Giampaolo Bisanti
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia Mario Martone
Ripresa da Federica Stefani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari

Produzione Teatro alla Scala
Milano, 16 aprile 2024

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino