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Madrid, Teatro Real – Die Passagierin (La passeggera)

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La prima spagnola di Die Passagierin (La passeggera) era prevista nel 2020. Ma la pandemia decise diversamente. Non è stato certo questo il peggiore degli ostacoli che l’acclamata opera di Mieczysław Weinberg, datata 1968, ha dovuto superare per arrivare al pubblico. La prima semiscenica viene data infatti a Mosca solo nel 2006 (a dieci anni dalla morte del compositore); la prima scenica a Bregenz del 2010 nell’allestimento di David Pountney ora ripreso al Teatro Real di Madrid.

Le vicende dell’autore, un compositore ebreo di origine polacca – scampato al campo di concentramento e poi finito nella Russia di Stalin – potrebbero a loro volta essere oggetto di un film, o di un romanzo, ma basti sapere che nonostante l’ammirazione e i buoni rapporti con Šostakóvič (a sua volta alle prese con l’establishment del regime sovietico), Weinberg cercò sempre di tenersi al riparo passando inosservato. Di recente La passeggera è andata in scena anche a Monaco di Baviera, ma in una produzione piuttosto neutra e astratta, si presume per “addolcire” il testo di Alexander Medvedev (che resta però quello che è) tratto dal romanzo omonimo del 1962 di Zofia Posmysz.

Il Real ha fatto bene a riprendere la messinscena di Pountney, che racconta con chiarezza estrema il soggetto dell’opera. Nel 1960, su un transatlantico con destinazione Brasile, viaggia un diplomatico della Repubblica Federale Tedesca con la moglie Lisa. Questa, una ex sorvegliante del campo di concentramento di Auschwitz, crede di riconoscere tra i passeggeri Marta, una prigioniera che credeva morta. Ritornano così a materializzarsi gli orrori del passato. E dalla parte superiore della scena, lucente e lussuosa (con la coperta, la sala delle riunioni e delle feste, la cabina della coppia), si scende improvvisamente negli abissi di quella inferiore, buia, arrugginita, squallida: un padiglione di Auschwitz con prigioniere di diverse nazionalità che soffrono, litigano, piangono, si aiutano, e dove si ascoltano diverse lingue, anche se a dominare è quella dei carcerieri. Le scene realizzate da Johan Engels sono di una teatralità e di un impatto fortissimi.
C’è spazio anche per gli uomini: il coro, che quasi sussurra tranne in un paio di momenti (la paura e l’orrore non vogliono sempre il grido), ottimamente preparato da José Luis Basso, più il fidanzato di Marta, Tadeusz, un violinista che viene scelto per interpretare un valzer che il comandante del campo vuole ascoltare durante una festa. Lisa questa volta “protegge” i due fidanzati per assicurarsi una superiorità su Marta e cerca di farli incontrare di nuovo. Ma Tadeusz le scombina i piani: non vuole mettere a repentaglio Marta e non vuole sentirsi in debito con Lisa. Durante l’esibizione, e qui compare come suo doppio un vero violinista nonché ottimo attore, Stephen Waarts, il giovane firma la sua condanna a morte suonando musica di Bach anziché quel valzer infernale che ritorna più volte nel corso dell’opera. Alla fine, non sappiamo se Marta esista davvero o sia la mente di Lisa che non può arrendersi totalmente alla “banalità del male”, ma l’opera finisce con la misteriosa passeggera e Lisa in basso fra gli spettri di quelli che non ci sono più ma che hanno diritto al ricordo. Quanto agli aguzzini: “niente perdono, nessun oblio!”.
La musica di Weinberg è assolutamente adeguata, perfetta, per niente “inascoltabile”, o meglio, si fa qualche volta inascoltabile quando quello che si vede è mostruoso e inumano. Ci sono anche echi di musiche dell’epoca (il valzer, le musiche del ballo sulla nave) e c’è soprattutto una scrittura vocale che denota la mano di un compositore che le voci le conosce davvero.

Amanda Majeski è Marta: si tratta di un soprano lirico che farebbe bella figura anche in ruoli del grande repertorio. Lo stesso penso si possa dire del mezzosoprano Daveda Karanas nei panni di Lisa. Entrambe sono anche brave attrici. Due le voci maschili impegnate in personaggi importanti. Nikolai Schukoff è Walter, un marito nevrotico e superficiale, quasi un tenore caratterista – e qui qualche problema nell’emissione, avvertibile nelle parti di tenore spinto in altro repertorio, è funzionale alla caratterizzazione. Il noto baritono Gyula Orendt ha un ruolo più breve ma più “bello”, quello di Tadeusz. Ma, indipendentemente dalle qualità vocali, tutti hanno lavorato molto e bene, in particolare il gruppo delle prigioniere. Ricordiamo qui soprattutto il contributo di Anna Gorbachyova-Ogilvie (una Katja applaudita freneticamente quando si è presentata alla ribalta), la vecchia allucinata di Helen Field, la Ivette di Olivia Doray (memorabile nel suo tentativo di insegnare il francese a una compagna attraverso il verbo vivere), i tre membri delle SS (Hrólfur Saemundsson, Marcell Bakonyi e Albert Casals). Ma, visto lo sforzo d’insieme, vanno citati anche Lídia Vinyes-Curtis (Krzystyna), Marta Fontanals-Simmons (Vlasta), Nadezhda Karyazina (Bronka), Géraldine Dulex (Guardiana/Kapo), più Graeme Danby in tre ruoli parlati.

L’orchestra del Real si attesta sempre su un livello tra l’ottimo e l’eccellente. Vi lascio indovinare quale dei due aggettivi sia il più adatto in quest’occasione grazie alla bacchetta precisa, premurosa ed energica di Mirga Gražinytė-Tyla, una direttrice mai vista né sentita prima, ma che se dirige tutto così mi farebbe tanto piacere rivedere di nuovo sul podio. Una serata che non definirei magica visto l’argomento trattato, ma potente, toccante, e una sala strapiena con un pubblico prodigo di applausi e acclamazioni. Tanto di cappello al Teatro Real.

Madrid, 24 marzo 2024

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