Nel 1855 il compositore spagnolo Emilio Arrieta scrive una zarzuela in due atti che ottiene scarso apprezzamento al Teatro del Circo di Madrid. Nel 1871 il lavoro ricompare in forma di opera in tre atti al Teatro Real con lo stesso nome, qualche taglio, più tre duetti nuovi e un grande rondò finale. Il libretto originale di Francisco Camprodón viene rivisto e completato da Miguel Ramos Carrión. Il successo è enorme. Come mai? Nel frattempo il grande Enrico Tamberlick – il primo Don Alvaro nella Forza di Verdi – invaghito a ragione del ruolo di Jorge aveva spinto Arrieta ad aggiustare la partitura. Questa in breve la storia di Marina, forse il titolo oggi più popolare e amato dell’opera lirica spagnola, anche se la forma è quella del belcanto preverdiano e in particolare donizettiano, tanto che il rondò finale – si ascolti su YouTube l’incisione storica di Mercedes Capsir – finisce con la cadenza col flauto della Lucia.
Il problema principale per la diffusione di Marina fuori dalla Spagna è stato sempre il libretto, non tanto perché ci siano due mani diverse (non si nota affatto), quanto perché dalla metà dell’atto primo a pochi istanti prima della fine dell’opera la situazione drammatica è sempre la stessa e si succedono cori, duetti, concertati, arie, brindisi belli sì, qualche numero anche molto bello, ma l’azione è praticamente inesistente. La protagonista Marina (soprano) è una ragazza orfana, innamorata segretamente e ricambiata (altrettanto segretamente) dal figlio della famiglia che l’ha accolta (Jorge, capitano di una nave, tenore), pretesa da Pascual (basso o bassobaritono, facoltoso proprietario, rude e geloso). I tre sono “osservati” da Roque (baritono, amico e collega di Jorge), che non crede all’amore. La vicenda si svolge in un villaggio della costiera catalana, Lloret de Mar: non c’è il minimo accenno folcloristico, a parte qualche españolada – cioè qualcosa di vagamente andaluso – in una delle canzoni di Roque. Inevitabile il lieto fine, con il matrimonio di Marina e Jorge.
Marina è il primo spettacolo della stagione preparata da Isamay Benavente, nuova direttrice artistica del Teatro de la Zarzuela (che sorge dietro il Parlamento sulla piazza oggi intitolata a Teresa Berganza), accolto da un grande successo di pubblico e critica, con teatro pieno e plaudente non solo a fine recita ma anche dopo i diversi numeri.
La buona compagine orchestrale del Teatro affidata alla bacchetta del direttore musicale, José Miguel Pérez Sierra, suona bene – talvolta un po’ troppo forte – e con molto entusiasmo, risolvendo egregiamente il preludio all’atto terzo. Lo stesso dicasi del coro titolare della Zarzuela preparato da Antonio Fauró (magari gli acuti dei tenori, in particolare nel celebre coro iniziale del secondo atto, andrebbero sorvegliati). Collabora anche la Rondalla lírica de Madrid “Manuel Gil” diretta da Antonio Ortega.
C’è anche un nuovo allestimento per la regia di Bárbara Lluch, molto essenziale con belle luci di Albert Faura, di stampo piuttosto tradizionale, scene di Daniel Bianco, parecchie comparse – alcune con evoluzioni non sempre comprensibili o più adeguate appunto alla Lucia – ma il tutto ha un’aria vagamente ‘a la Sorolla’, il grande pittore di Valencia, e se non scava nei personaggi è perché – come già detto – non c’è molto da scavare. Bene, tutto sommato.
Marina, però, è fondamentalmente opera di cantanti e la Zarzuela ha fatto bene a scegliere fra quanto di meglio offre oggi il panorama delle voce liriche spagnole (e non solo), tutte per di più dalla dizione esemplare. Jorge è stato uno dei grandi ruoli di Alfredo Kraus ma anche di Jaime (o Giacomo) Aragall. Senza andare a scomodare grandi nomi, sia Ismael Jordi che Celso Albelo rendono bene il personaggio e si danno da fare per venire a capo delle non poche difficoltà della parte. Jordi sicuramente è più elegante e abile a piegarsi alle mezzevoci, mentre Albelo con il suo strumento che sta diventando più grande e scuro, ma capace ancora di emettere un sovracuto fenomenale alla fine del secondo atto – e non solo -, denota solo a tratti qualche piccolo affanno. Molto festeggiati entrambi.
Per la protagonista si alternano Sabina Puértolas e Marina Monzó. La prima, molto più vivace come interprete, canta molto bene, anche se si sente sempre il timbro della soubrette che era in origine. Ma gli acuti sono sicuri e il fraseggio sempre vario. Monzó ha dalla sua un timbro più morbido e più interessante in zona centrale; non ha problemi con la cadenza finale di cui sopra (con tanto di flauto da un palco, mentre con Puértolas suona dalla buca, non ho capito perché), ma nell’atto primo ci sono note fisse e qualche emissione troppo in gola, sparite per fortuna nel secondo. L’interpretazione è piuttosto monotona, troppo malinconica.
Roque è stato anche un ruolo ambìto dai baritoni e qui ne abbiamo due di tutto rispetto. Se Juan Jesús Rodríguez ha la voce magnifica che sappiamo (non si capisce perché non faccia più carriera fuori Spagna) e interpreta con grande entusiasmo, Pietro Spagnoli canta molto bene e come interprete è più vario e interessante nel fraseggio (e la dizione, cosa non di poca importanza nel suo caso, praticamente perfetta).
Il ruolo di Pascual, quello più ingrato perché non ha una sola aria, viene reso in modo molto felice da Rubén Amoretti, un buon basso baritono molto esperto anche come interprete. Invece Javier Castañeda, un cantante parecchio giovane, sembra piuttosto baritonale e, se non può dirsi che faccia male, la voce si perde quando canta con altri e il registro grave risuona poco. I comprimari, tutti membri del Coro, si difendono molto bene: i ruoli più significativi sono quelli del capitano Alberto (Angel Rodríguez e Rodrigo Álvarez) e di Teresa, confidente di Marina (una specie di Alisa, per restare sempre a Lucia), Graciela Moncloa. 




Madrid, 18 e 19 ottobre

