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Lucca, Mura storiche – Puccini secondo Muti

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Per celebrare il centenario pucciniano la città di Lucca e il Ministero della Cultura hanno deciso di puntare alto: un grande concerto sotto le Mura storiche della città toscana, come fosse un qualunque evento della sua estate rock, affidato alla direzione di Riccardo Muti e trasmesso in mondovisione. Al di là degli indubbi meriti direttoriali di Muti, sorge però una domanda spontanea: perché proprio lui?

Nella sua carriera pluridecennale, Muti ha affrontato Puccini solo poche volte: Tosca in sala d’incisione con la Philadelphia Orchestra (1993) e alla Scala (2000), e Manon Lescaut ancora alla Scala (1998) e a Roma (2014), a cui si possono aggiungere alcuni brani sinfonici incisi con la Filarmonica della Scala e riproposti in concerto. Il compositore lucchese è quindi stato solo sfiorato da Muti, nonostante quest’ultimo abbia sempre dichiarato di amare questa musica e nonostante la lunga frequentazione in ambito sinfonico di compositori del primo Novecento italiano come Respighi. La risposta alla domanda può essere quindi molto banalmente legata al richiamo che ha il nome di Muti per il pubblico non solo di appassionati, e data l’occasione della trasmissione da parte della Rai dell’evento, serviva un nome di richiamo. In questo pezzo tralasceremo tutta la mondanità di contorno che un evento del genere comporta tra ministri, conduttrici e discorsi al limite del sermone, e analizzeremo i risultati musicali.

Come già detto, Riccardo Muti non è un frequentatore assiduo della musica di Puccini, ma questo non vuol dire che non sappia come eseguirla. Tutta la sua tecnica direttoriale emerge prepotentemente già nel pezzo di apertura, il Preludio sinfonico scritto durante gli studi presso il Conservatorio di Milano ed eseguito per la prima volta nel 1882. Muti dona a questa musica ampio respiro e cantabilità ma ne mette in evidenza anche le ascendenze wagneriane, in una risultante che è di grande afflato romantico. Emerge fin da subito il grande lavoro fatto con la sua Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, in una formazione inedita che vede gli attuali elementi affiancati da ex-membri che adesso suonano come prime parti in grandi orchestre italiane; questa unione genera una compagine dal suono compatto e lucente, in cui ogni sezione può essere chiaramente udita e allo stesso tempo si fonde per creare uno smalto idiomatico e di grande fascino, in un livello tecnico di grande qualità.

Tuttavia, la serata si compone principalmente di arie e duetti d’opera, con protagonisti soprani e tenori, e una marcata assenza di baritoni (eppure i pezzi solistici non mancherebbero). Si inizia dunque con Eleonora Buratto che intona “Un bel dì vedremo” dalla Madama Butterfly, presa da Muti con una velocità piuttosto spiazzante, che quasi non lascia spazio al respiro teatrale, ma in cui si nota un’attenzione somma al fraseggio orchestrale che si fa esso stesso supporto drammatico del testo intonato dal soprano, fino a una chiusa adombrata di tragedia con il suono dei violoncelli portato prepotentemente in primo piano. Buratto riesce a stare al passo di Muti, mostrando una voce ampia e una linea salda.

Segue un doppio classico tenorile. Prima Luciano Ganci intona con sicurezza un “Recondita armonia” in cui non lesina in finezze di fraseggio, mentre Dmitry Korchak non domina benissimo gli slanci in acuto di “Che gelida manina”. Scivola un po’ via senza grandi impressioni il “Vissi d’arte” intonato da Buratto, mentre colpisce maggiormente Francesco Meli in “Ch’ella mi creda” da La fanciulla del West: la tessitura centralizzante ben si confà alla vocalità attuale del tenore e al netto di un vibrato prepotente negli acuti, lascia una buona impressione. Da parte sua Muti imposta quest’aria con solennità cupa, e viene spontaneo chiedersi come sarebbe una sua Fanciulla soprattutto adesso che ha dichiarato in varie interviste di volerla effettivamente eseguire.

Korchak ritorna sul palco rinvigorito per “O soave fanciulla”, dove sia lui che Mariangela Sicilia si prodigano in sfumature da grandi musicisti. Sicilia dimostra poi tutta la sua abilità vocale in un “Donde lieta uscì”, un po’ calcato interpretativamente ma appassionato nel fraseggio e chiuso con una serie di pianissimo di una dolcezza unica.
Lidia Fridman affronta il “Senza mamma” di Suor Angelica (unica concessione al Trittico) con il suo timbro nasale e un po’ metallico, sicuramente affascinante, e un materiale vocale da grande cantante (basta sentire la chiusa del brano), ma che manca di vero coinvolgimento emotivo, nonostante Muti calchi sui colori da marcia funebre del brano.
In “E lucevan le stelle” si confermano le buone impressioni avute precedentemente su Ganci, mentre colpisce l’unico brano scelto da Turandot: “Tu che di gel sei cinta” viene cantato con fin troppa espressività da Buratto, ma Muti riesce a tirare fuori e mettere in primo piano l’esotismo di quel lamento; ogni frase diventa così una scoperta di orchestrazione e, allo stesso tempo, pare di sentire in queste ultime note pucciniane l’eco della Manon Lescaut.

Proprio l’Intermezzo e l’ultimo atto di quest’opera chiudono il concerto e si può dire che ci troviamo di fronte al momento più alto della serata. Muti dimostra di aver ponderato questo titolo e si lascia assai più andare dal punto di vista espressivo rispetto ai brani precedenti, ma anche rispetto all’edizione scaligera di 25 anni fa. Emerge così la potenza dell’orchestrazione di quest’opera e la modernità delle soluzioni adottate da Puccini già nel 1893: pur nella sua cantabilità estremamente italiana, non si fatica a sentire tutto il Novecento che a Manon Lescaut deve moltissimo, da Berg a Stravinskij a Šostakóvič. In questa cornice, Fridman e Meli diventano degli strumenti nelle mani del maestro e affrontano i due ruoli protagonisti, qui piuttosto insidiosi, senza particolari cedimenti, ma senza neanche lasciare grandi impressioni.

Ecco, quindi, il punto problematico del Puccini di Muti: un direttore così protagonista che non ha mai amato condividere il successo con altri divi, soprattutto vocali, rischia di avere qualche problema a maneggiare la musica del lucchese; molte delle sue protagoniste, infatti, da Manon a Turandot, ma persino Magda della Rondine, hanno bisogno di una punta di divismo e di vere fuoriclasse, altrimenti non funzionano alla prova del palcoscenico. Stupisce quindi che il maestro voglia cimentarsi con un’opera come Fanciulla del West in cui Minnie ha un peso non da poco e che, senza un’interprete davvero incisiva, rischia di risultare un soufflé sgonfiato. In Puccini, infatti, i cantanti hanno bisogno di qualche margine di manovra e ingabbiarli nelle grandi costruzioni architettoniche finisce per ingessare e rendere troppo meccanico tutto l’andamento musicale, cosa che in questa serata talvolta si avverte. Muti è infatti un mago delle architetture di suono, ma non è mai stato un interprete profondo: persino i suoi Verdi sono dei grandi affreschi in cui tutto è ben incasellato nella forma, l’interprete vocale non ha grandi margini, e i rubati d’effetto fanno il loro dovere anche dopo mezzo secolo. In questa musica purtroppo non funziona e si ha spesso l’idea che tutta questa tecnica finisca spesso per suscitare infinita ammirazione ma non emozione.
Il folto pubblico dimostra comunque di gradire l’evento, in una atmosfera quasi da concerto pop. Non mancano applausi dopo le arie, e anche durante i vari discorsi di Muti “intervistato” tre volte da Serena Autieri, conduttrice della diretta Rai. Grande festa, insomma, ma forse si sarebbe reso omaggio migliore allestendo quella Fanciulla vagheggiata dal maestro.

PUCCINI SECONDO MUTI

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Direttore Riccardo Muti
Soprani Eleonora Buratto, Mariangela Sicilia, Lidia Fridman
Tenori Luciano Ganci, Dmitry Korchak, Francesco Meli

Lucca, 28 giugno 2024

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