Chiudi

Londra, Royal Opera House – Lucia di Lammermoor (con Sierra, Anduaga, Ruciński)

Condivisioni

Entusiasmo alle stelle alla Royal Opera House di Londra per la ripresa di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, riadattamento del romanzo di Walter Scott The Bride of Lammermoor. Un trionfo reso possibile grazie a un trio di stelle del belcanto dei nostri giorni composto da Nadine Sierra, Xabier Anduaga e Artur Ruciński rispettivamente impegnati nei ruoli di Lucia, Edgardo ed Enrico. Per l’occasione tornava in scena, sotto l’ottima supervisione di Robin Tebutt, l’allestimento di Katie Mitchell che aveva debuttato nel 2016 con Diana Damrau, Charles Castronovo e Ludovic Tézier, per essere poi ripreso solo nella stagione 2017/18 con Lisette Oropesa nel ruolo del titolo. Lo spettacolo d’ispirazione gotica ma anche un po’ horror che ambienta la vicenda in epoca di ‘repressione’ vittoriana e la rilegge in chiave femminista, all’epoca aveva fatto urlare alcuni allo scandalo per alcuni espedienti registici, salvo poi sedimentarsi, pur con i suoi limiti, tra le produzioni più importanti dell’ultimo decennio, rimanendo visivamente d’impatto e apparendo alla fine poi non così scioccante, soprattutto dopo i ritocchi apportati nella prima ripresa del 2017 che avevano reso lo spettacolo più digeribile dal grande pubblico. Sempre ben bilanciata nei suoi contrasti, rifinita nei richiami evocativi e attenta alle esigenze del canto, anche se non sempre coinvolgente nella pulsione drammatica, la direzione di Giacomo Sagripanti.

Partiamo subito dalla compagnia di canto, artefice principale del successo della serata. Il soprano americano Nadine Sierra, che aveva debuttato al Covent Garden a settembre dello scorso anno sempre in un titolo di Donizetti (L’elisir d’amore), riprende con grande successo il ruolo di Lucia, che ha in repertorio ormai da anni. Dal punto di vista prettamente vocale, quello che si è apprezza di più è la tenuta complessiva, l’intonazione, il controllo dei fiati, la facilità negli acuti, il legato, la pulizia del suono – sempre bello e senza sbavature – anche se dal volume non troppo cospicuo, ma comunque sufficiente. Il soprano americano ci è apparso preciso ma relativamente cauto nei passi virtuosistici di agilità (scena della pazzia inclusa, anche per i tempi lenti presi dalla buca) e invece più a suo agio nel sostenere acuti e puntature. Belli i trilli e gli staccati ascendenti di “Quando rapito in estasi”, applauditissima. Se la vocalista convince, pur senza il virtuosismo da fuoriclasse di alcune cantanti storiche, l’interprete ci è apparsa delineare solo in parte o comunque in maniera generica il personaggio di Lucia nel suo percorso verso la pazzia (che in questa produzione è veramente accelerato e compresso e quindi anche difficile da rendere). Se il suono è rimasto sempre bello e omogeneo, la palette espressiva di colori da usare intorno alla parola sarebbe potuta essere più variegata, il che avrebbe potuto aiutare nella resa interpretativa. Molto buono invece il controllo delle dinamiche. Durante la scena della pazzia si sarebbe potuto raggiungere un maggior climax vocale e interpretativo, ma il pubblico è rimasto comunque sospeso in silenzio per tutta la sua durata, tributando poi al termine di “Spargi d’amaro pianto” i giusti riconoscimenti alla cantante americana, che ha indubbiamente ottimo controllo e tenuta. Nel complesso, una bella prova.
La performance vocale di Xabier Anduaga è stata tutta in crescendo. Se all’inizio il tenore spagnolo ha messo più in luce quella che sarebbe un’area di debolezza da migliorare, ovvero una dizione italiana poco articolata, il tenore ha poi dato sfoggio di tutte le sue qualità canore: un timbro di vera bellezza mediterranea e una linea di canto che si distingue per naturalezza, eleganza e morbidezza. Come interprete avrebbe potuto osare un po’ di più con il fraseggio e con la gestualità (entrambi avrebbero potuto differenziare meglio i vari stati d’animo d’Edgardo), ma niente da dire sulla bellezza del canto. “Fra poco a me ricovero” nel terzo atto è stata cantata magnificamente e il pubblico è esploso esclamando Bravo! a ripetizione (probabilmente il momento più emozionante della serata). Ben eseguita anche “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, al netto di qualche acuto spinto un po’ troppo. Nel complesso, confermiamo l’impressione che avevamo avuto quando Anduaga aveva cantato Ernesto nel Don Pasquale alla ROH, ovvero quella di un cantante giovane dalle grandi potenzialità (Anduaga ha meno di 30 anni).
Risoluto e credibilissimo nella presenza scenica, oltre a essere solidissimo nella vocalità, l’Enrico di Artur Ruciński. Il baritono polacco può contare su dei fiati lunghissimi e un dominio dell’emissione davvero invidiabile. Sicuro nell’uso dell’accento in “La pietade in suo favore” coronato con un acuto finale sostenuto talmente a lungo da far venir giù il teatro e far scoppiare il mio vicino in un’esclamazione liberatoria tanto era lo stupore. Nel cast si apprezza anche il Raimondo di Insung Sim. Non troppo incisivo il Normanno di Michael Gibson. Corretta Rachael Lloyd nel ruolo di Alisa, mentre non lascia il segno la prestazione vocale di Andrés Presno come Arturo.

Dalla buca, come detto, dirigeva Giacomo Sagripanti. Il maestro italiano è sembrato prediligere tempi dilatati per lo più, il che ha aiutato a create un’atmosfera di allucinazione collettiva in linea con la visione gotica di questo allestimento, ma ha anche finito per rallentare la tensione drammatica in alcuni momenti (inclusa la scena della pazzia), alternati per contrasto a momenti più spediti (come la cabaletta di Enrico). Al netto di questa osservazione Sagripanti ha garantito una notevole pulizia esecutiva. Chiari gli attacchi dalla buca, con un occhio sempre di riguardo ai cantanti, che alla fine sono stati liberi di esprimersi al meglio e con la libertà di eseguire puntature e altre scelte esecutive. Pregevole il solo dell’arpa che precede “Ancor non giunse” nel primo atto, così bello da non far volare una mosca in sala. Se al debutto del 2016 per questo allestimento Daniel Oren aveva voluto il ritorno dell’armonica a bicchieri, si è tornati ora al più tradizionale flauto come accompagnamento alla scena della pazzia (scelta simile era stata effettuata nella ripresa del 2017). Un vero peccato, senza nulla togliere alla brava flautista (Katherine Baker) che ha eseguito il solo obbligato. Il coro diretto da William Spaulding, a parte il primo intervento non proprio a fuoco, si è poi ripreso, anche se acusticamente ci è apparso penalizzato dalla disposizione scenica in spazi veramente angusti.

Dobbiamo ora spendere qualche parola sull’allestimento di Katie Mitchell, che seppur non nuovissimo, vedevamo per la prima volta, anche se con diversi aggiustamenti (in positivo) rispetto all’originale del 2016. L’azione viene ambientata nell’Inghilterra vittoriana. Visivamente la scenografa e costumista Vicki Mortimer ha fatto un ottimo lavoro costruendo un’estetica gotica e realista enfatizzata dalle suggestivi luci di Jon Clark, così curate nelle atmosfere che producono; in particolare la scena che raffigura la cripta è davvero ben fatta. Lo spazio scenico viene diviso in due: da un lato l’azione vera, dall’altro l’azione immaginata che si compie in parallelo fornendo da contesto alla vicenda principale e con delle sotto-trame ideate dalla regista sfruttando i vuoti narrativi del libretto. Ecco che si sussegue l’affiancarsi di scene: cripta e stanza armadio di Lucia, camera da letto e bagno, camera da letto e sala da ricevimento, camera da letto e sala da biliardo, cripta e bagno nella scena finale, dove Lucia si toglie la vita. È facile distrarsi, ma al contempo questa scelta aggiunge dinamismo e tensione tenendo il focus sulla psiche di Lucia, sul suo tormento interiore e sul suo vano tentativo di opporsi all’oppressione maschile. Certo più di una volta qualche espediente provoca la risata gratuita, evitabile, come quando Lucia spoglia e benda Arturo come in una surreale commedia sexy salvo poi accoltellarlo e trascinarlo fuori per le gambe (pare che la scena sia stata aggiustata e che nell’originale le risatine del pubblico fossero anche maggiori). Il palcoscenico non viene utilizzato nella sua interezza in termini di profondità e vista anche la bipartizione delle scene, questo costringe il coro cantare in spazi molto ridotti, il che però crea un ulteriore effetto opprimente sul personaggio di Lucia, con delle atmosfere da film dell’orrore, visto anche il constante peregrinare di due fantasmi femminili in scena che infestano le scene (una raffigurerebbe una ragazza uccisa da un geloso antenato dei Ravenswood). Nella ripresa un elemento giudicato controverso al debutto del 2016, come la  breve copulazione di Lucia ed Edgardo di fianco alla tomba nella cripta dei Ravenswood al termine del loro duetto finale del primo atto, è scomparsa lasciando spazio all’immaginazione. A inizio secondo atto scopriamo però le conseguenze di quell’incontro amoroso. La regista vuole Lucia incinta (nausea e vomito da gravidanza, più mano sulla pancia non lasciano dubbio – alcuni presenti bisbigliavano ‘ma è incinta?’, altri ridacchiavano dopo che Lucia era corsa verso il gabinetto alzandone la tavoletta per rimettere a causa della nausea mattutina). La regista va oltre e dopo la raffigurazione splatter dell’uccisione di Arturo da parte di Lucia (con Alisa come complice a passarle il coltello prima che si possa consumare la prima notte di nozze), capiamo che Lucia ha avuto un aborto spontaneo, arrivando alla scena della pazzia ricoperta del sangue di entrambi gli eventi traumatici. Una Lucia, quella della Mitchell, che ribalta la prospettiva: non fragile, infantile o già folle, ma volitiva e ribelle fino a quando i traumi subiti la spingono alla pazzia.

Al termine grande applausi con punte di calore per Artur Ruciński, Xabier Anduaga e Nadine Sierra. Giacomo Sagripanti è salito sul palco insieme alla flautista, condividendo generosamente con lei i riflettori e gli applausi. È stata una bellissima serata, l’entusiasmo di un pubblico internazionale accorso per sentire le stelle odierne del belcanto si è fatto sentire in più momenti, il che ci ha fatto riflettere ancora una volta sul motivo per cui il belcanto non possa trovare più spazio nel cartellone della ROH. Uno o due titoli all’anno, peraltro mainstream, non sono evidentemente sufficienti.

Royal Opera House – Stagione d’opera e balletto 2023/24
LUCIA DI LAMMERMOOR
Dramma tragico in tre atti
Libretto di Salvadore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti

Enrico Artur Ruciński
Lucia Nadine Sierra
Edgardo Xabier Anduaga
Arturo Andrés Presno
Raimondo Insung Sim
Alisa Rachael Lloyd
Normanno Michael Gibson

Orchestra e Coro della Royal Opera House
Direttore Giacomo Sagripanti
Maestro del coro William Spaulding
Regia Katie Mitchell ripresa da Robin Tebbutt
Scene e costumi Vicki Mortimer
Luci Jon Clark

Londra, 19 Aprile 2024
Allestimento di repertorio della ROH

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino