Londra, Royal Opera House – L’olandese volante (con Bryn Terfel)

Alla Royal Opera House di Londra viene riproposta, a nove anni dalla sua precedente rappresentazione, la produzione di Tim Albery di Der Fliegende Holländer (L’olandese volante), prima grande opera matura di Richard Wagner, che pur essendo ben radicata nella tradizione, guarda già all’opera romantica e anticipa con le sue novità altre caratteristiche della produzione successiva del compositore di Lipsia. L’allestimento aveva debuttato nel 2009 con Bryn Terfel nel ruolo del titolo, per essere poi ripresa nel 2011 e nel 2015. Lo spettacolo ritorna quindi per una quarta volta, sempre con Terfel come protagonista Il basso-baritono gallese si è imposto con una prova maiuscola da interprete maturo che lascia la sua impronta artistica inconfondibile. Buono il resto del cast, anche se con qualche distinguo. Pregevole la direzione di Henrik Nánási e gloriosa la prestazione del coro della ROH, altro protagonista indiscusso di una serata d’apertura che ha visto due ore e mezza ininterrotte di musica senza intervallo, come originariamente auspicato da Wagner stesso.

La regia di Tim Albery ha i suoi anni e ormai si nota, ma ha dei momenti sicuramente suggestivi nelle atmosfere nel suo essere in bilico tra astrazione, sogno e incubo; pur con le sue imperfezioni, nel complesso si dimostra funzionale allo svolgimento della vicenda. Le scene di Michael Levine sono minimaliste e cupe. Mentre suona l’overture un telone grigio chiaro a coprire tutto il palcoscenico viene mosso dal vento, ricreando l’effetto delle vele del vascello; si intravede la pioggia che cade davvero a dirotto sul proscenio e degli squarci di luce (lampi o fari in lontananza) che passano attraverso; insomma si vuole evidentemente visualizzare quello che è descritto dalla musica, ossia la violenta tempesta che costringe la nave di Daland a trovare riparo tra gli scogli. Il calare del tendone fa poi spazio alla scenografia vera e propria, costituita da una scena fissa, ovvero un’enorme superfice grigiastra in pendenza a partire dal fondo del palcoscenico che ricrea una sorta di grande scafo capovolto. La pioggia in scena crea un rigagnolo sul proscenio che rimarrà lì per tutta la durata della rappresentazione e dove verrà posto da Senta un modellino del vascello fantasma (le cui vele però non hanno quel color sangue descritto nel libretto). Pochissimi gli elementi scenici, come delle lunghe cime nautiche e una lunga scala verticale. A proposito di set minimalistico, il duetto tra Senta e l’Olandese viene austeramente eseguito con solo due sedie in scena. All’inizio del secondo atto la scena delle filatrici viene creata senza cambi di scena, ma calando temporaneamente dall’alto una struttura metallica che contiene diverse fila di macchina da cucire, una di fianco all’altra come in una fabbrica d’abbigliamento. Per tutta l’opera si alternano momenti di grande immobilismo a momenti più movimentati, grazie alle masse corali che usano al meglio lo spazio scenico. Nel terzo atto, la superficie della nave lascia aprire un portellone per nave, rivelando una stanza interna dove i marinai di Daland fanno festa, raggiunti poi dalle fanciulle del villaggio. Per rendere invece la partenza della nave dell’Olandese, viene calata dal lato sinistro del palcoscenico una passarella metallica che si solleverà poi nell’atto del salpare. Senta tenterà disperatamente di salire fino ad aggrapparsi alla passerella ma cadrà, rimanendo indietro affranta. Una condanna al tormento, invece che l’atto del gettarsi in mare come voluto nel libretto, con tanto di trasfigurazione delle figure di Senta e L’Olandese riunite all’orizzonte. Non degni di nota i costumi contemporanei di Constance Offman, ma anch’essi funzionali per la concezione dell’allestimento. Le luci curate da David Finn sono sicuramente uno dei punti di forza di questo spettacolo. È vero che domina l’oscurità per tutta la rappresentazione, ma vi sono anche suggestive ombre e ancora più suggestive sono le proiezioni di luce che creano i riflessi dell’acqua sull’intero soffitto azzurro e dorato della ROH, o quelli delle torce dei marinai che creano dei riflessi di luce calda sui palchetti del teatro del Covent Garden. Insomma grande spazio all’immaginazione per uno spettatore attento calato nella storia.

Bryn Terfel torna per la terza volta in questo allestimento che aveva debuttato proprio con lui ben 15 anni fa. Il basso-baritono gallese appare in ottima forma vocale soprattutto nei primi due atti (in modo particolare nella sua aria del primo atto “Die Frist ist um”, dove risulta in pieno controllo della sua vocalità, unita alla capacità narrativa), mentre nel terzo si nota qualche cenno di stanchezza, che alla fine aggiunge una nota di tormento all’interpretazione. È chiaro che la voce abbia perso in lustro rispetto a un tempo ma è ancora ben risonante e autorevole. Notevole poi la ricerca di dinamiche e di colori oltre al contrasto tra i momenti di potenza a quelli più intimi in mezzavoce. La resa del personaggio è tragicamente introspettiva cogliendo tutta la lacerazione interiore dell’Olandese. Il declamato drammatico è spesso enfatico, ma la parola rimane sempre chiara. Con la sua interpretazione Terfel arriva a dare continuità a tutta l’opera e la produzione funziona soprattutto grazie a lui. Il soprano svedese Elisabet Strid è al suo debutto al Covent Garden nel ruolo di Senta, cantato non con quella profusione di volume a cui si è tradizionalmente abituati. La sua ballata appare dimessa rispetto agli standard soliti, forse anche troppo introspettiva, ma in linea con l’atmosfera generale della produzione. Lo strumento poi si scalda e la performance è in crescendo. Strid è un’interprete molto partecipe, ha comunque un bel timbro e canta bene nel complesso, anche se gli acuti non sono sempre solidissimi. Stephen Miling è un buon Daland a livello sia di caratterizzazione che di vocalità. Si distingue in positivo, per qualità lirica ed elegante musicalità, il timoniere di Miles Mykkanen, forse la voce più bella e interessante del cast. Toby Spence è un Erik dallo strumento troppo leggero, corto e dal timbro chiaro per apparire pienamente credibile nella parte. Kseniia Nikolaieva nei panni di Mary ha una voce ricca, anche se qualche intubatura rende la dizione spesso poco chiara; è comunque un’ottima compagna di scena per Senta.

Dalla buca dirige Henrik Nánási, che sa ottenere il meglio dai musicisti della ROH sia nei momenti di turbinosa potenza, che nelle oasi liriche. Ottima la resa dell’ossatura tematica del lavoro wagneriano. Il coro sotto la guida di William Spaulding appare in forma esaltante, dando vita a una delle esecuzioni più memorabili degli ultimi anni, soprattutto il comparto maschile, che sfruttando la sua disposizione in pendenza lungo tutto il palco in altezza e profondità, proietta un suono maestoso e compattissimo in ogni angolo del Covent Garden.
Alla fine applausi calorosi per tutti gli interpreti, con grandi apprezzamenti per Terfel, Strid, direzione e coro. [Rating:4/5]

Royal Opera House – Stagione d’opera e balletto 2023/24
DER FLIEGENDE HOLLÄNDER
(L’OLANDESE VOLANTE)

Opera romantica in tre atti
Libretto e musica di Richard Wagner

Daland Stephen Miling
Senta Elisabet Strid
Erik Toby Spence
Mary Kseniia Nikolaieva
Der Steuermann Miles Mykkanen
Der Holländer Bryn Terfel

Orchestra e Coro della Royal Opera House
Direttore Henrik Nánási
Maestro del coro William Spaulding
Regia Tim Albery
Scene Michael Levine
Costumi Constance Hoffman
Luci David Finn

Produzione di repertorio della Royal Opera House
Londra, 29 febbraio 2024