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Londra, Royal Opera House – Carmen (regia di Damiano Michieletto)

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Debutta alla Royal Opera House di Londra una nuova produzione di Carmen firmata da Damiano Michieletto, che a soli sei anni di distanza sostituisce lo spettacolo di Barrie Kosky, ritenuto divisivo sia per il pubblico che per la critica. Il nuovo allestimento, curato dal team creativo tutto italiano che è solito supportare il regista (Paolo Fantin per le scenografie, Carla Teti per i costumi e Alessandro Carletti per le luci), è in co-produzione con il Teatro Real di Madrid e il Teatro alla Scala di Milano. Le recite, in programma fino al 31 maggio, vedranno alternarsi due cast differenti e nell’ambito del cartellone di proiezioni cinematografiche del maggior teatro londinese, lo spettacolo arriverà anche nei cinema più importanti di oltre 50 Paesi del mondo. Un buon successo di pubblico ha accolto le prime due recite di una produzione che, senza dividere o emozionare più di tanto, ha comunque già le premesse per durare, sicuramente più della precedente, sempre che vengano scelti i cast giusti e apportati alcuni piccoli aggiustamenti in fase di ripresa. Il regista italiano torna al Covent Garden per la quarta volta dopo il Guillaume Tell del 2015, il dittico Cavalleria rusticana/Pagliacci sempre del 2015 che gli è valso l’Oliver Award e il Don Pasquale nel 2019. Alla buona riuscita della serata ha contribuito un cast di buon livello, di cui riferiremo a breve. Al netto di qualche discontinuità nel primo atto, soddisfa l’esecuzione musicale di Antonello Manacorda.

Il comunicato stampa di lancio della produzione intitolato “Michieletto porta a Londra la libertà e il femminicidio di Carmen” aveva fatto presagire una concezione registica allineata con i dettami del politicamente corretto, oggi così in voga. Alla prova dei fatti, nonostante le riflessioni condivise da Michieletto nel comunicato e nel programma di sala, ci è parso che questi temi siano rimasti fondamentalmente di contorno o comunque non il fulcro principale dello spettacolo. Alla fine si è giocato sul sicuro senza scelte troppo controverse o senza riscritture del finale. Quando si parla di Michieletto si cade nel solito tranello di due visioni opposte e non conciliabili: da una parte chi lo esalta a priori, qualsiasi cosa produca, dall’altra chi ormai lo critica solo a sentirne il nome, come se fosse la causa di tutti i mali, solo per le sue trasposizioni moderne di titoli della tradizione. È forse più costruttivo constatare che vi sono spettacoli più o meno riusciti del regista italiano, con scene che seppur moderne rimangono comunque generalmente accattivanti e con delle scelte che denotano sempre intelligenza e un approccio riflessivo e non banale nella lettura delle opere. Poi, come detto, non tutte le produzioni sono riuscite in ugual modo. Se rimaniamo nell’ambito di quelle andate in scena a Londra negli ultimi anni, rimane imbattibile il dittico Cavalleria/Pagliacci che avevamo recensito in una delle sue riprese. È forse nell’intento di replicare gli ingredienti del successo soprattutto di Cavalleria che alla fine si opta per delle scelte che a pelle ci hanno fatto subito a pensare a un déjà vu. L’impianto scenico e la concezione registica portano i segni distintivi del regista italiano nell’uso di un iperrealismo descrittivo accostato al simbolismo, nel mettere a confronto individuo e comunità e nell’analizzare la psicologia dei personaggi (in questo caso il rapporto madre-figlio).

Michieletto ambienta l’azione non a Siviglia ma in una Spagna rurale, indicativamente verso gli anni ’70. È una sorta di Wild West spagnolo dal caldo torrido dove i bambini giocano vestiti da cowboy e dove agli estremi di una piccola comunità conformista e opprimente si fanno spazio illegalità e trasgressione, come uniche vie di fuga. Le fonti di ispirazione sono diverse, dai film di Sergio Leone alla commedia teatrale di Garcia Lorca La casa de Bernarda Alba, all’adattamento per balletto di The Car Man coreografato da Matthew Bourne. Lasciando da parte gli stereotipi sulla Spagna e la tensione sessuale, la principale scelta registica è invece quella di inserire fisicamente in scena la figura della madre di Don José (interpretata dall’attrice Ruth Alfie Adams), che secondo Michieletto pur non essendo prevista nel libretto come personaggio autonomo, è comunque continuamente presente indirettamente come motore dell’azione: “Carmen – spiega il regista – parla anche e soprattutto di libertà. Da una parte, la figura femminile della protagonista incarna l’idea di libertà assoluta, che comporta una vita da esclusa e isolata, come quella di un animale randagio. Dall’altra, la figura della madre di Don José tenta di legare il figlio a sé, costringendolo a obbedire, dirottando la sua volontà e mantenendo un controllo su di lui… la sua forza si manifesta attraverso il personaggio di Micaëla. La tragedia finale si trasforma così in uno scontro metaforico tra due modelli esistenziali opposti”.

La visione della madre in scena con carte alla mano già a partire dal Prelude si fa presagio di morte ed ecco che il motivo del fato viene associato proprio alla madre di Don Josè. La vedremo poi passare una lettera a Micaëla nel primo atto, porgere un fiore al figlio nel secondo, salvo poi gettarlo a terra incattivita (con uno sguardo giudicante che ricorda la Madonna vivente della Cavalleria vista al Covent Garden), ergersi a fianco di Carmen con aria severa nel terzo. Se l’idea è anche originale perlomeno all’inizio, dopo un po’ finisce per diventare prevedibile, senza troppo aggiungere alla drammaticità del tutto e per chi ha visto la produzione di Cavalleria corre il rischio di divenire una sorta di riadattamento del duo Mamma Lucia-Turiddu, in ben altro contesto e con ben altre dinamiche. Per quanto riguarda Carmen invece, Michieletto ci risparmia il solito stereotipo della vamp, preferendo una figura ribelle, anarchica e astuta nell’usare la sua arma di seduttrice, ma senza troppa passione evidente. Come conseguenza del concentrarsi troppo sull’origine dell’immaturità di Don Josè e dell’influenza negativa della madre si finisce un po’ per perdere l’evoluzione del rapporto con Carmen, che fin dall’inizio appare poco credibile a livello di attrazione. Insomma il caldo torrido dell’ambientazione non si traduce sempre in calore dei sentimenti, nonostante le intenzioni. Forse con i successivi ritocchi nelle riprese e con altri interpreti si potrà lavorare al fine di rendere più elettrizzante l’aspetto emozionale. Il programma non conteneva informazioni sull’edizione scelta, ma si è optato per qualche taglio ai dialoghi parlati.

Come da tradizione, Michieletto si affida per le scene a Paolo Fantin. La scena rotante ricorda fin da subito l’allestimento di Cavalleria, per uso di piccoli edifici che all’esterno mostrano l’azione che coinvolge anche la comunità e all’interno le relazioni tra i singoli personaggi. Nel primo atto troviamo una stazione di polizia, un distributore automatico, una mini-giostra delle sedie di plastica come nei bar di paese. Nel secondo un nightclub con sullo sfondo un cartellone che pubblicizza la Corrida e all’esterno il furgoncino dei contrabbandieri. Nel terzo una baracca-magazzino che contiene la refurtiva del contrabbando e infine nel quarto una casetta che contiene il camerino dove si prepara Escamillo. Non si rinuncia all’ironia accostata alla tragedia, allusione alla contradizione tra il genere di opéra-comique e la tragedia della vicenda. I bambini accorrono schiamazzanti (alcuni un po’ bulletti) all’inizio del primo atto, ritornando poi a ogni inizio d’atto per svelare con tanto di cartelli in francese la collocazione temporale dell’atto. Il pubblico sorride intenerito, ma alla lunga questa scelta finisce per smorzare l’escalation verso la tragedia finale. All’inizio del quarto atto, mentre si suona l’Entr’acte entra un sarto dalla gestualità buffa (stile regia comica alla Laurent Pelly), intento a cucire la giacca del costume da torero di Escamillo. Niente spazio invece alle danze al netto di qualche mossetta di Carmen e del coro. Le luci mutevoli ed espressivamente realiste di Alessandro Carletti ci sono sembrate il punto di forza della messa in scena. Si parte da una struttura metallica di fari posti sopra la scena le cui luci cangianti ricreano il sole torrido della Spagna, ma anche le atmosfere della notte. Sarà poi questa struttura di ‘sole elettronico’ che al termine arriva scendere simbolicamente sul palco in posizione diagonale facendo da scena al duo finale che si conclude in tragedia. All’inizio del terzo atto il furgoncino dei contrabbandieri illumina nel buio totale il pubblico, mentre delle luci gialle hanno illuminato la baracca con un effetto drammatico molto ben riuscito. Funzionali all’ambientazione ma perlomeno ben variegati nella scelta dai colori, dal pastello allo sgargiante, i costumi di Carla Teti. Seppur la produzione ripulisca Carmen da alcuni stereotipi rimane qualche richiamo visivo, con il bel costume da torero di Escamillo, un paio di abiti da flamenco coloratissimi e il costume in pizzo nero per la madre di Don José che ricorda la devozione religiosa dell’entroterra spagnolo.

La compagnia di canto può contare su un duo di stelle internazionali, una emergente e una consolidata. Il ruolo della bella sigaraia è affidato al mezzosoprano russo Aigul Akhmetshina, che con un numero crescenti di ingaggi internazionali e un disco in uscita a luglio per Decca si appresta, a soli 27 anni, a diventare il mezzosoprano under30 più richiesto. Proprio quest’anno ha debuttato al MET come Carmen e riprende ora la parte nel teatro londinese che nel giro di cinque anni l’ha vista crescere attraverso la gavetta fino a conquistarsi ruoli importanti come Rosina, Charlotte e ora Carmen per l’appunto. In linea con le scelte della regia, la cantante non calca troppo la mano sulla componente sexy, facendo passare la sensualità luciferina attraverso lo sguardo e piccole movenze. Se da un lato l’attenzione al testo francese e all’interpretazione potrebbe essere maggiore, il materiale vocale è notevole, come avevamo già notato in altre produzioni. Lo strumento è esteso e omogeneo nel colore e nel volume, senza alcuna rottura, oltre a riempire la sala con i suoi armonici e con un bel velluto di colori. I gravi sono densi e gli acuti vengono emessi con facilità. Akhmetshina riprenderà il ruolo quest’estate sia a Glyndebourne che all’Arena di Verona. Sempre sperando che le scelte continuino a essere oculate e che il suo talento non venga ‘spremuto’ troppo prima del tempo.
Don José è Piotr Beczala che sfoggia una bella padronanza stilistica per cura del fraseggio e della linea di canto, bel timbro e buono squillo al netto di qualche disomogeneità nell’emissione e qualche oscillazione di troppo negli acuti, che comunque non intaccano una buona prova. Convincenti il controllo delle dinamiche e l’uso delle sfumature nell’aria del fiore del secondo atto. Kostas Smoriginas è un Escamillo musicale dal canto enfatico e caratterizzato, ma vocalmente non troppo solido, anche se recita bene come quando usa la sua giacca stile torero nell’arena. Olga Kulchynska è una Micaëla che viene ritratta esteticamente agli antipodi rispetto a Carmen, ossia come una brava ragazza vestita in modo castigato con occhiali da vista in testa e forcina tra i capelli; la cantante si fa notare con uno strumento dal bel timbro luminoso, brillando sia nella sua aria che nel duetto con Don José. Ottime anche la Frasquita di Sarah Dufresne e la Mercédès di Gabrielė Kupšytė che portano un po’ di brio. Corretto il Zuniga di Blaise Malaba. Efficace anche il duo di contrabbandieri, Vincent Ordonneau come Remendado e Pierre Doyen come Dancaïre. Qui va fatta un’osservazione generale a livello di scelte di casting: è un vero peccato che per un’opera in francese che prevede dialoghi parlati, si sia optato per interpreti di lingua francese solo per due personaggi di contorno e non per alcuno dei ruoli principali.

Dalla buca il direttore italiano Antonello Manacorda ha diretto il Prèlude con brillantezza e gli Entr’acte con una densa ed evocativa fluidità di suono. Nella sua direzione c’è stata buona cura dei soli, del dettaglio e della ricerca coloristica. Ci sono stati però dei momenti, soprattutto nel primo atto, dove la brillantezza dell’inizio ha lasciato presto spazio a un eccessivo indugiare con tempi lenti, il che ha finito per far calare la tensione del fluire teatrale. Al netto di qualche scollatura, buona la sintonia tra buca e palcoscenico e le arie principali sono state valorizzate a dovere. Ottima la prestazione del coro diretto da William Spaulding, anche se le scene corali avrebbero meritato più attenzione da parte della regia in termini di direzione.
Al termine applausi calorosi per tutto il cast e qualche standing ovations. I picchi di calore sono stati riservati a Aigul Akhmetshina e Olga Kulchynska.

Royal Opera House – Stagione d’opera 2023/24
CARMEN
Opéra-comique in quattro atti
Libretto di Henri Meilhac Ludovic Halévy
Tratto dalla novella di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet

Carmen Aigul Akhmetshina
Don José Piotr Beczala
Micaëla Olga Kulchynska
Escamillo Kostas Smoriginas
Moralès Grisha Martirosyan
Zuniga Blaise Malaba
Le Dancaïre Pierre Doyen
Le Remendado Vincent Ordonneau
Frasquita Sarah Dufresne
Mercédès Gabrielė Kupšytė
Une merchande des oranges Louise Armit
Un bohémien Dawid Kimberg

Orchestra, Coro e Coro delle voci bianche
della Royal Opera House
Direttore Antonello Manacorda
Maestro del coro William Spaulding
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Drammaturgia Elisa Zaninotto

Nuovo allestimento della Royal Opera House
in co-produzione con il Teatro Real di Madrid
e il Teatro alla Scala di Milano
Londra, 8 aprile 2024

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