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Londra, Royal Opera House – Andrea Chénier (con Kaufmann, Radvanovsky, Enkhbat)

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Chiude in bellezza il mandato ultra ventennale di Antonio Pappano alla direzione musicale della Royal Opera House: dopo il gala celebrativo alla presenza di sua Maestà re Carlo III di cui avevamo riferito in precedenza (qui il link), il maestro è impegnato in questi giorni a dirigere un ciclo di recite di Andrea Chénier di Umberto Giordano, per la cui rappresentazione viene ripreso lo spettacolo curato nel 2015 da David McVicar. È il suo ultimo impegno alla guida dei complessi del maggior teatro inglese e, per ritrovarlo in buca, bisognerà attendere maggio 2025, quando Pappano è atteso come direttore ospite per dirigere Die Walküre di Wagner. Teatro tutto esaurito, non solo per avere l’opportunità di dire arrivederci al maestro molto amato dal pubblico inglese e non solo, ma soprattutto per apprezzare dal vivo un cast di stelle, che sulla carta era già di per se uno dei motivi di interesse di questo revival. Per fortuna lo è stato anche in pratica: il grande successo di pubblico ha decretato infatti il trionfo di uno spettacolo a cui hanno contribuito le stelle Jonas Kaufmann, Sondra Radvanovsky e Amartuvshin Enkhbat e una compagnia di canto ben assortita che poteva anche contare su due veterane del calibro di Rosalind Plowright ed Elena Zilio. Quest’ultima ha per qualche minuto rubato la scena con il suo cameo emozionante della Vecchia Madelon. Musicalmente appagante nel suo appassionato verismo e nella cura dei dettagli della partitura la direzione di Pappano, anche se non sempre attenta alle possibilità dei cantanti, in termini di bilanciamento di volume tra buca e palcoscenico.

Jonas Kaufmann era stato protagonista al debutto di questa produzione nel 2015, disponibile anche in DVD; Chénier è un ruolo che gli sta certamente bene addosso sia scenicamente che vocalmente e di questo ne abbiamo avuto la riconferma. Certo c’è il paragone con il Kaufmann che fu e quel senso di facilità tecnica di un tempo ha lasciato spazio a uno sforzo nella fonazione per far sì che tutto venga eseguito correttamente; tuttavia rispetto alla prova di qualche settimana fa al Gala per Pappano che ci aveva fatto temere per una salute vocale precaria a causa degli strascichi di una brutta laringite, il tenore sembra essersi ripreso e in realtà ha fornito una bella prova dalla buona tenuta complessiva. Il suo bel timbro brunito è divenuto più velato e occasionalmente opaco, ma la cantabilità e il modo di fraseggiare conservano fascino notevole, la gestione delle dinamiche e delle messe di voce sempre pregevole, il modo di conferire significato alla parola sempre apprezzabile. Il punto forte della sua prova è stato l’improvviso del primo atto “Un dì all’azzurro spazio”, che il pubblico ha accolto giustamente con grandi applausi a scena aperta. Spavalda e sicura anche la resa si “Sì, fui soldato”. L’attacco in pianissimo in crescendo in apertura di “Ora soave, sublime ora d’amore” è apparso compromesso da una sporcatura iniziale, ma il tenore si è ripreso in modo solerte. Forse sottotono rispetto alle sue possibilità “Come un bel dì di maggio”. Emozionanti invece tutte le scene cantate assieme alla collega Radvanovsky, soprattutto il finale “Vicino a te s’acqueta… La nostra morte”, dove i due non si sono certo dosati, anzi, creando il climax da finale perfetto poi amplificato da un’orchestra in gran forma.

Amartuvshin Enkhbat cantava per tre recite solamente (in sostituzione del precedentemente annunciato Carlos Álvarez), ma ha decisamente impressionato in positivo per un canto tutto d’un pezzo per omogeneità e perfettamente bilanciato nel coniugare pienezza di voce con la morbidezza d’emissione. La dizione è chiara, la presenza scenica misurata e forse controllata talvolta, ma pur sempre autentica, senza effetti gratuiti o caricature. Al di là di un fraseggio non sempre iper-scandagliato, ma comunque apprezzabile nella naturalezza delle sue inflessioni, c’è un elegante dignità nel suo modo di cantare, che unita a una tecnica solidissima e a un’umanità palpabile, fa sì che la resa di “Nemico della patria?!” sia eccellente, come testimoniato dalla reazione istintiva che il pubblico ha avuto al termine dell’aria. Un boato di consensi quindi per il giovane baritono originario della Mongolia.
Maddalena di Coigny era Sondra Radvanovsky, già a suo agio con questo allestimento, visto che aveva cantato nella ripresa del 2019 al fianco di Roberto Alagna. La sua prova è tutta giocata alternando parti dove il volume straripa in ogni angolo della sala a ogni puntatura e altri dove la voce viene ripiegata su un canto a mezzavoce o in pianissimo, anche se con qualche disuguaglianza di colore nell’uso dei registri e qualche eccesso nell’uso del vibrato. Ha dato il suo meglio nelle scene a due, mentre In “la mamma morta” ha prediletto una lettura vulnerabile a tratti lenta che è andata a discapito della continuità musicale dell’aria, anche se il finale è stato d’impatto per contrasto dinamico con la prima parte del brano.
Elena Zilio come abbiamo detto in apertura ha praticamente rubato la scena per qualche minuto con la sua Madelon: una testimonianza commovente di un’intelligenza interpretativa fuori dal comune e un amore incondizionato per la professione di cantante che dovrebbe essere d’esempio per le nuove generazioni. A 83 anni Zilio è ancora inossidabile, lo studio regolare dopo tutti questi anni di carriera passa tutto in un canto curato incentrato sulla parola, sul fraseggio, sulle sfumature improvvise fino al pianissimo. Anche alcuni presenti ignari della lunga carriera che Zilio ha alle spalle sono rimasti affascinati da tale forza teatrale e sincerità. Rosalind Plowright nei panni della Contessa di Coigny è meno forte vocalmente, anche se scenicamente e a livello attoriale incarna benissimo la figura di un’aristocratica orgogliosamente e presuntuosamente depositaria di un mondo che sta per essere spazzato via dalla rivoluzione. Katia Ledoux è una piacevolissima sorpresa e decisamente un nome emergente da tenere d’occhio: la sua Bersi può contare su una voce ricca dalla pasta spessa e dalle tinte scure, oltre che su una presenza fresca e di grande immediatezza comunicativa. Molto bravo anche il Roucher di Ashley Riches, che non sfigura per niente accanto al divo Kaufmann. Convincente anche lo Schmidt di Jeremy White. Funzionali e ben caratterizzati gli altri numerosi interventi che non citeremo tutti visto il numero cospicuo (cast completo riportato al termine di questo articolo).

Alla guida dell’orchestra del Covent Garden Antonio Pappano, si è evidentemente tolto lo sfizio di dirigere un’ultima volta, prediligendo su tutto la resa orchestrale che ha plasmato un suono ricco, teso e dal grande fervore. Questo non è sempre andato a favore dei cantanti, soprattutto di alcune voci tra i comprimari più deboli nella proiezione. Momenti di roboante potenza soprattutto tra gli ottoni si sono alternati per contrasto alla grande attenzione per i soli orchestrali, soprattutto quelli degli archi. Ottimi gli interventi del coro diretto da William Spaulding: evocativa la pastorale del primo atto e di grande compattezza l’intervento della folla inferocita al termine del secondo atto quando urla “Morte agli ultimi Girondini”; ha poi partecipato in maniera teatralmente convincente alla scena del tribunale rivoluzionario nel terzo atto.

La produzione era quella quasi decennale di David McVicar che aveva debuttato nel 2015, ripresa splendidamente da Thomas Guthrie. La mise-en- scène tradizionale ha sicuramente il pregio, in tempi di magra, minimalismo e forzature registiche, di farsi apprezzare nella sua bellezza estetica, anche all’insegna dell’opulenza se vogliamo, e nella sua coerenza organica che rispetta il libretto e lo racconta con dovizia di particolari, oltre a far sì che recitazione e musica vadano di pari passo, con il giusto ritmo narrativo. Ben curate sia le scene di massa che i movimenti dei singoli. Il punto forte è rappresentato dalle scene di Robert Jones che usano tutta la profondità del palcoscenico con aggiustamenti per ciascun atto, in un sistema di scene e controscene che consentono il via vai di masse e singoli. Bellissimi i costumi Jenny Tiramani, pieni di dettagli e anche coraggiosi nella scelta della palette cromatica, il tutto valorizzato dalle luci di Adam Silverman. La coreografia del balletto inserito nel primo atto è a cura di Agurtzane Arrien.
Al termine, dopo il galvanizzante finale si scatena l’entusiasmo generale. Escono dapprima sul proscenio Kaufmann e Radvanovsky, chiaramente soddisfatti ed emozionati, tanto da scambiarsi un caloroso abbraccio; poi a sipario aperto sono seguiti applausi calorosi per i principali interpreti. Ovazioni che sanno di un commiato che in realtà è un arrivederci quelle tributate a Pappano, anche se il maestro tornerà per Wagner e non per l’opera italiana, affidata per la prossima stagione a una serie di direttori ospiti. Qualche standing ovation e grande soddisfazione da parte del pubblico. Poco più di due ore di opera, ma un concentrato di emozioni e adrenalina musicale che a molti dei presenti ha fatto venir voglia di tornare per una delle poche recite in programma. D’altronde uno Chénier così chissà quando ricapita.

Royal Opera House – Stagione 2023/24
ANDREA CHÉNIER
Dramma di ambiente storico in quattro quadri
Libretto di Luigi Illica
Musica di Umberto Giordano

Andrea Chénier Jonas Kaufmann
Maddalena di Coigny  Sondra Radvanovsky
Carlo Gérard Amartuvshin Enkhbat
Bersi Katia Ledoux
La Contessa di Coigny Rosalind Plowright
Madelon Elena Zilio
Roucher Ashley Riches
Fléville William Dazeley
Fouquier Tinville  Eddie Wade
Mathieu James Cleverton
Un incredibile Alexander Kravets
L’Abate Aled Hall
Schmidt Jeremy White
Il maestro di casa Simon Thorpe
Dumas Jamie Woollard

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo della Royal Opera House
Direttore Antonio Pappano
Regia David McVicar ripresa da Thomas Guthrie
Scene Robert Jones
Costumi Jenny Tiramani
Luci Adam Silverman
Coreografia Agurtzane Arrien

Produzione di repertorio della ROH in co-produzione con
il China National Centre for Performing Arts e la San Francisco Opera
Londra, 2 giugno 2024

 

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