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Lipsia, Parigi, Milano, Vienna – La Nona Sinfonia di Beethoven su arte tv

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Il 7 maggio 1824 è una di quelle date-chiave della storia della musica: quella sera infatti, in un concerto al Theater am Kärntnertor di Vienna, dopo l’ouverture Die Weihe des Hauses e tre movimenti della Missa solemnis, si eseguiva per la prima volta la Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Nei duecento anni successivi, la Nona, oltre a essere universalmente riconosciuta come uno dei più grandi capolavori di Beethoven, non è diventata solo la base per le grandi costruzioni sinfoniche successive, ma è divenuta un vero e proprio simbolo della musica classica. Chi, anche digiuno di conoscenze musicali, non riconosce il motivo dell’Inno alla gioia, o i colpi di timpani in apertura dello Scherzo? Non stupisce quindi che, quando il Consiglio d’Europa (e successivamente l’Unione europea) decisero di dotarsi di un inno, la scelta ricadde sul tema dell’Inno alla gioia: il sentimento di fratellanza universale del testo di Schiller poteva ben rappresentare l’aspirazione di unità tra i popoli europei.

Per questo motivo, il canale televisivo dedicato alla cultura arte, consorzio franco-tedesco con sede a Strasburgo e a indubbia vocazione europea ha scelto di onorare il duecentesimo anniversario della Nona trasmettendo la sera del 7 maggio una particolare esecuzione della sinfonia corale. Lipsia, Parigi, Milano, Vienna: quattro città e nazioni, quattro sale da concerto, quattro direttori, quattro orchestre che hanno quasi in contemporanea eseguito il capolavoro beethoveniano; in una sorta di staffetta televisiva, su arte veniva trasmesso un movimento da ciascuno dei concerti (qui il link). Un omaggio paneuropeo, quindi, per i due secoli della composizione e una “sinfonia ricomposta” che permette, nell’ascolto di un solo movimento per ciascun interprete, di osservare le differenze stilistiche tra i direttori e il diverso ‘suono’ delle orchestre coinvolte. Per l’occasione arte ha anche trasmesso due documentari, entrambi disponibili sul sito web dell’emittente: “La Nona di Beethoven compie 200 anni” di Carmen Traudes (qui il link) e “La Nona di Beethoven: un Inno all’Umanità” del regista canadese Larry Weinstein (qui il link) per approfondire la storia compositiva e il ruolo culturale della Nona dal 1824 a oggi.

Non è questa, va detto, un’operazione puramente televisiva. Nelle quattro città infatti la Nona è stata eseguita per intero, come regolare concerto con pubblico integrato nelle stagioni sinfoniche delle orchestre coinvolte: non si trattava quindi di esibizioni solo in favore delle telecamere, o che avessero l’obiettivo di costruire un certo tipo di diretta continuità tra i quattro movimenti trasmessi. Non è nemmeno l’analogo di ascoltare i quattro movimenti da quattro dischi diversi: è come se, guardando la trasmissione su arte, avessimo potuto viaggiare istantaneamente per l’Europa ed essere presenti, solo per il tempo di un movimento, in ciascuno dei quattro concerti simultanei.

Siamo quindi partiti dal Gewandhaus di Lipsia, dove Andris Nelsons dirigeva l’orchestra di casa per il primo movimento, Allegro ma non troppo, un poco maestoso. È il più metafisico dei tempi della sinfonia, cui Nelsons apporta una grande concentrazione e carica emotiva, facendo risuonare a lungo le quinte aperte dell’introduzione, quasi esitasse ad abbandonarle. Per il Molto vivace invece si va in Francia: alla Philharmonie de Paris è protagonista il giovanissimo direttore Klaus Mäkelä alla guida dell’Orchestre de Paris di cui traspare, nei colori orchestrali, la tipicità francese dell’esecuzione (nei soli del fagotto, tanto per fare un esempio). Mäkelä, da parte sua, dirige con un grande impeto e trasporto che si traduce qualche volta in abuso di espressioni facciali — si ha l’impressione che siano un commento a favor di telecamera più che anticipazione del carattere della musica a uso dell’orchestra; sembra comunque che Mäkelä interpreti letteralmente lo Scherzo come una sorta di divertissement di cui essere complice con l’orchestra, ad esempio tendendo platealmente l’orecchio aspettando i timpani. Resta poi la scelta di non eseguire il ritornello nella ripresa del tempo ternario, malgrado la sua presenza sia stata ristabilita nelle più recenti edizioni critiche della sinfonia.

Il terzo movimento è forse quello meno iconico dell’intera composizione, quello meno riconoscibile in una manciata di battute, ma non per questo è meno interessante. In quest’esecuzione paneuropea l’Adagio molto e cantabile è stato affidato all’orchestra del Teatro alla Scala diretta nel teatro milanese da Riccardo Chailly. Per l’unico teatro d’opera, in mezzo a rinomate sale filarmoniche, è quasi naturale che il movimento cantabile tocchi alla Scala. Chailly non delude: gli archi sono luminosi, e la tradizione orchestrale italiana, abituata all’opera, restituisce pienamente la cantabilità dei temi, in un Adagio molto che si caratterizza per una particolare serenità; le fanfare degli ottoni non hanno nulla di minaccioso e il temibile solo del quarto corno è forse il migliore tra gli assoli ascoltati in tutta la serata.

Per il finale si torna dove tutto iniziò duecento anni fa, a Vienna. Il Theater am Kärntnertor, demolito, ha lasciato posto all’Hotel Sacher: la Wiener Symphoniker ha dato quindi appuntamento nella grande sala della Konzerthaus per il concerto del duecentesimo anniversario. Nel finale, ovviamente, all’orchestra si è unito il coro della Wiener Singakademie e i solisti Rachel Willis-Sørensen (soprano), Tanja Ariane Baumgartner (contralto), Andreas Schager (tenore) e Christof Fischesser (basso). Sul podio, a causa del forfait di Joana Mallwitz, il direttore di casa Petr Popelka. L’idea di Popelka è un po’ quella di alleggerire l’Inno alla gioia dal suo carattere di musica “d’occasione” che ha acquisito nei due secoli successivi alla sua creazione, e quindi punta molto sugli staccati e su tempi abbastanza rapidi, o lascia che nella sezione “alla turca” si sprigioni il carattere bandistico. Il cast dei solisti a Vienna è meno impressionante di quelli schierati nelle altre esecuzioni in contemporanea della Nona: il basso e il tenore sono qualche volta un po’ in difficoltà, rispettivamente, nel recitativo iniziale “Freunde, nicht diese Töne” e nel Tempo di marcia “Froh, wie seine Sonnen fliegen”. Il coro non è sempre precisissimo, ma forse in questo dà meglio l’impressione, su “Seid umschlungen, Millionen!”, di una moltitudine che rappresenta l’intera umanità abbracciata nella fratellanza.

Successo pieno quindi a Vienna come, immaginiamo, nelle altre sedi (sarebbe stato bello vedere in effetti le riprese dei saluti finali anche a Lipsia, Parigi e Milano durante i titoli di coda della trasmissione), e un’operazione riuscita per arte malgrado qualche disguido tecnico, tenendo conto che l’obiettivo era celebrare la Nona sinfonia attraverso un’Europa unita nella diversità — il confronto tra gli stili di esecuzione e le sonorità che abbiamo potuto scorgere nelle quattro esecuzioni testimonia che i grandi capolavori della musica classica sono opere vive, la cui esecuzione non è una mera rievocazione di un passato che non esiste più ma qualcosa che si rinnova in ogni interpretazione. Ed è questo, prima ancora del giudizio tecnico sulle quattro esecuzioni, il messaggio più importante della sera del 7 maggio.

SINFONIA N. 9 IN RE MINORE “CORALE” OP. 125
Musica di Ludwig van Beethoven
Testo di Friedrich Schiller

Gewandhaus, Lipsia
1. Allegro ma non troppo, un poco maestoso
Gewandhausorchester di Lipsia
direttore Andris Nelsons

Philharmonie, Parigi
2. Molto vivace
Orchestre de Paris
direttore Klaus Mäkelä

Teatro alla Scala, Milano
3. Adagio molto e cantabile
Orchestra del Teatro alla Scala

direttore Riccardo Chailly

Konzerthaus, Vienna
4. Presto
Wiener Symphoniker
Wiener Singakademie
direttore Petr Popelka

Registrazione disponibile su arte.tv: qui il link

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