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Ginevra, Victoria Hall – Messa da Requiem diretta da Myung-Whun Chung

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Tutto esaurito da giorni, malgrado due repliche in loco e una a Losanna: tanto era attesa, alla Victoria Hall di Ginevra, la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi diretta da Myung-Whun Chung. Il concerto, inserito nella stagione sinfonica dell’Orchestre de la Suisse Romande, qui accompagnata dal Coro dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, era stato intitolato «Un Requiem grandiose» e l’aggettivo grandioso ben descrive questa esecuzione del capolavoro verdiano, che quasi esattamente 150 anni fa, il 22 maggio 1874, veniva per la prima volta presentato nella chiesa di san Marco a Milano (ma qui, come al solito, si fa la versione londinese dell’anno successivo, con il nuovo Liber scriptus per mezzosoprano e coro).

C’è sempre il rischio, fuori dai confini italiani, che le orchestre trattino Verdi con un certa sufficienza, riducendosi a eseguire degli accompagnamenti in maniera routinaria. Non è il caso dell’orchestra della Svizzera francese, in cui il suono caldo e pastoso degli archi e la precisione dei fiati rendono piena giustizia alla partitura verdiana. C’è una grande attenzione agli scorci melodici della messa pro defunctis, in cui i cantabili risultano sempre tali; i violoncelli, nelle note iniziali dell’introito e dell’offertorio sembrano parlare con una sola voce, e lo stesso vale per i due violini solisti all’unisono. Non parliamo dei soli semplicemente perfetti dei flauti, del clarinetto, di corni, trombe, fagotti… il livello altissimo dei professori dell’orchestra ginevrina è ben noto.

Myung-Whun Chung è un esperto del Requiem. Lo dirige a memoria, senza indugiare in gesti troppo vistosi e mantenendo spesso un dialogo diretto con i singoli orchestrali per chiedere piccoli aggiustamenti. La sua direzione asseconda la cantabilità delle melodie, ma prende immediatamente, quando necessario, il giusto piglio drammatico. Il Dies irae è deflagrante, di grandissimo impatto emotivo; i piani sonori mutano rapidamente. Le grandi scene del giorno del giudizio a pieni ottoni (o le scale cromatiche in staccato dell’Hosanna) rendono al massimo l’effetto teatrale: l’unico inconveniente è che, anche a causa dell’acustica della Victoria Hall, il volume risulta talvolta eccessivo; ne fa spese il coro che resta oscurato dalle fanfare del Tuba mirum. Un coro, quello di Santa Cecilia, reduce dal successo del Requiem diretto da Pappano a Salisburgo (come d’altronde Chung da un’esecuzione veneziana della messa verdiana) e che si distingue in particolare per la piena padronanza della gamma dinamica: riuscitissimi i toni cupi e sommessi di tanti passaggi della partitura (Verdi arriva a un certo punto a scrivere “estremamente piano, con voce cupa e tristissima” accompagnato da un pianissimo a sei p: indicazioni pienamente rispettate dal coro preparato da Andrea Secchi), come l’accento etereo e quasi irreale dei due accordi paralleli (per i puristi: orrore!) all’inizio del Libera me. La compagine corale non ha nemmeno problemi nelle esplosioni di suono del Dies irae né tantomeno negli intricati contrappunti del Sanctus o del finale.

La direzione, il coro e l’orchestra fanno trasparire al meglio le caratteristiche stilistiche del Verdi maturo. Ovviamente, però, in un lavoro sacro che guarda indubbiamente al teatro — o, se vogliamo: alla sacra rappresentazione — prima che all’uso liturgico, non si può trascurare il quartetto dei solisti. Si potrebbe restare a lungo a discorrere su quali vocalità (oppure: a quali ruoli d’opera verdiani) siano più affini le parti dei quattro cantanti. Il cast schierato a Victoria Hall, sulla carta, dovrebbe eccellere. Ekaterina Semenčuk (mezzosoprano) non ha bisogno di presentazioni, da esperta del repertorio tardoverdiano, ed è indubbiamente sua l’interpretazione più a convincente della serata. Semenčuk affronta i soli (a partire dal Liber scriptus e dal Quid sum miser) con grande intensità drammatica (e per quanto abbia spesso vestito i panni di Eboli nel Don Carlos qui ricorda, malgrado la tessitura un poco più bassa, le scene più tragiche di cui è protagonista Elisabetta di Valois). Ottima la precisione, la proiezione e il sostegno della voce in tutti i registri, per un’esecuzione davvero formidabile. E che potenza quel “nil inultum remanebit” che va a scomparire, morendo prima di riattaccare, in acuto, un impetuoso “Liber scriptus” a tripla f!

Non stupisce quindi che la pur ottima prova di Zarina Abaeva, soprano che aveva già, qualche anno fa, conquistato la Victoria Hall cantando la stessa parte nella discutibile ma imperdibile lettura di Teodor Currentzis del Requiem verdiano, resti leggermente indietro se messa in confronto a Ekaterina Semenčuk. La voce, in effetti, riempie un po’ meno la sala e perde di volume nel registro grave, e risulta un po’ opaca quando soprano e mezzosoprano si trovano all’unisono o a una distanza di ottava (come nel Recordare o nell’Agnus Dei). E però il Libera me è perfettamente riuscito, in un crescendo d’intensità a ogni ritorno della frase senza misura “Libera me Domine…”: ecco, questo è trovare il senso del teatro anche in un’opera il cui “libretto” non è che il testo liturgico, senza comunque mai lasciarsi andare al parlato con cui certi soprani lasciano l’ultimo “Libera me Domine” quasi fosse l’“Avanti a lui tremava tutta Roma” di Tosca.

È indubbio che il modello di René Barbera sia Luciano Pavarotti, di cui sembra imitare lo stile vocale: certamente ritrova la limpidezza pavarottiana nel registro acuto, raggiungendo con facilità e a piena voce il sol diesis della prima frase del Kyrie eleison come il si bemolle in chiusura dell’Ingemisco, le mezzevoci invece restano un po’ opache, non mostrando, nei pianissimi, la stessa fludità caratteristica del tenore modenese nei suoi anni migliori. Nonostante ciò, Barbera si distingue per i bei filati e il gusto nel fraseggio. Meno convincente il basso ucraino Dmitry Belosselskiy: la voce è possente, ma incappa in qualche difficoltà nel centrare le note di attacco anche nel registro intermedio — con oscillazioni più vistose negli acuti (molto a più agio invece nelle sonorità gravi). Ma se questo può imputarsi a una giornata non perfetta, e magari a qualche necessità di aggiustamento che si risolverà nelle repliche, più problematico è il fatto che Belosselskiy — che peraltro dovrebbe essere abituato a interpretare ruoli verdiani di una certa complessità come quello di Filippo II — non riesca ad andare oltre a un tono deciso e veemente come quello del Confutatis. Quando arriva infatti, poco più tardi, l’invocazione “Voca me cum benedictis”, l’espressione resta la stessa, senza traccia di quei dolcissimo che Verdi scrive sul rigo del basso. Insomma, il basso del Requiem non è un antagonista tout court, un Silva o un Wurm: ha un ruolo che non si conclude nell’annunciare ai dannati le fiamme dell’inferno: Belosselskiy si è fermato qui.
Proprio alla voce del basso, d’altronde, Verdi aveva affidato la prima volta la struggente melodia del Lacrymosa: era il compianto di Filippo II sul corpo del Marchese di Posa, tagliato dalla prima versione di Don Carlos per una faccenda di orari ferroviari. Recuperato il tema nel Requiem, Verdi ne assegnò la prima esposizione al mezzosoprano: e non abbiamo timore di dire che quella dozzina di battute cantate da Ekaterina Semenčuk siano state uno dei punti più alti di questa grandiosa esecuzione ginevrina della messa pro defunctis, che può dirsi, se non perfettamente, certamente riuscita.

MESSA DA REQUIEM
per soli, coro e orchestra
Musica di Giuseppe Verdi

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Myung-Whun Chung
Coro dell’Accademia di Santa Cecilia
Maestro del coro Andrea Secchi

Soprano Zarina Abaeva
Mezzosoprano Ekaterina Semenčuk
Tenore René Barbera
Basso Dmitry Belosselskiy

Ginevra, 1 maggio 2024.

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