Forse non è facile ritrovare il tema del “sacrificio”, scelto quest’anno come filo conduttore dal Grand Théâtre de Genève, nel Tristan und Isolde che ne apre la stagione: anzi, i due eroi di Richard Wagner non trovano, piuttosto, nel filtro magico il mezzo di liberarsi dalla costrizione di un sacrificio dettato dagli obblighi sociali che li costringe a separarsi per dichiararsi apertamente un amore già inconsciamente presente e riconosciuto solo al di là del velo di Maya?
Una lettura possibile dell’opera: ma non quella offerta da Michael Thalheimer, il regista di questa produzione. Non perché, a Ginevra, abbiamo potuto apprezzare un altro dei tanti aspetti su cui può fondarsi una rappresentazione di Tristano e Isotta ma perché l’équipe creativa dello spettacolo ha semplicemente scelto di non offrire nessuna lettura dell’opera. Il “minimalismo” di Thalheimer, che già aveva firmato due anni fa un Parsifal in riva al Lemano, si tramuta in questo caso in una scena completamente vuota in cui compare una matrice composta da decine di fari, che mostra, senza troppa originalità, l’alternarsi del giorno e della notte e il contrasto tra luce e ombra sotteso all’opera. Un tema importantissimo, certo, ma che meriterebbe ben altro trattamento. Perché, insomma, non meraviglierà nessuno vedere, nel terzo atto, le luci prima spente riaccendersi quando la nave di Isotta arriva a Kareol, e, sul finale unire il crescendo dei decibel a quello delle candele, per arrivare a un teatro illuminato a giorno su “höchste Lust”. Oltre a questo, nulla, se non un grosso parallepipedo nero che è ora nave, ora piattaforma per i cantanti, e un solo attrezzo di scena: un anonimo bicchiere di vetro che contiene il filtro fatale. Per il resto potremmo dire che si tratta di una mise en éspace del dramma wagneriano, ai limiti dell’esecuzione in forma di concerto. Certo, così facendo non si scontenta nessuno con interpretazioni troppo avventurose del libretto, ma in assenza di costumi significativi (Tristano non veste che una camicia nera, Isotta alterna un abito da sposa bianco, nel primo atto, a uno nero, nel terzo) e di una vera direzione scenica (i personaggi si muovono sul palco senza intenzione, e talvolta – è il caso di Melot – non esibiscono che gesti stereotipati e didascalici), solo l’interpretazione musicale può contribuire a dare veramente un senso a questa rappresentazione.
La parola-chiave di tutta la partitura è in quel Langsam und schmachtend (“lento e languido”) che funge da indicazione di tempo per le prime battute dell’opera. Marc Albrecht la interpreta facendo sorgere le prime note dei violoncelli dal completo silenzio, prima di adagiarsi su quello che è forse l’accordo più famoso della storia della musica. In ogni caso, per tutta la rappresentazione, Albrecht sembra avere ben chiaro questo senso di languore, trovando le sonorità più adatte nella vasta tavolozza offerta da un’impeccabile Orchestre de la Suisse Romande, di cui non manchiamo mai di lodare il suono lussureggiante degli archi e la precisione dei fiati (con una menzione per il corno inglese di Alexandre Emard che si trasforma ora in una zampogna, ora in una sirena, ora nelle trombe che annunciano l’arrivo di Isotta). I tempi non sono letargici (anzi, forse l’inizio del secondo atto pecca di eccessiva velocità) ma hanno il pregio di lasciar attendere le risoluzioni assecondando il gioco armonico di Wagner basato sulle sospensioni e sulle lunghe appoggiature. Il Coro del Grand Théâtre (preparato da Mark Biggins) non appare mai in scena, svolgendo correttamente la sua funzione dietro le quinte, ma dando uno scarso contributo all’economia dell’opera.
Sul palcoscenico le cose appaiono meno facili: i due protagonisti hanno parti dalle proporzioni monumentali in un’opera così lunga e con così pochi cantanti, e resta il problema di un Tristano che dev’essere, allo stesso tempo, un tenore lirico dai piani levigati e dai facili acuti e un Heldentenor capace di resistere fino al terzo atto sovrastando un’orchestra assai sonora. Il tenore gallese Gwyn Hughes Jones appare però in difficoltà su tutta la linea: nel primo atto, ai toni più bellicosi non manca la prestanza vocale ma le frasi restano talvolta rotte e poco legate; nel secondo va meglio quando il duetto entra nella sua parte più tenera e, diminuito il volume orchestrale, il protagonista può sfoggiare piani più controllati e, soprattutto, un timbro meno monocorde di quello mostrato in precedenza. E così, se “O Heil dem Tranke!” manca del necessario trasporto, ecco invece un “O sink hernieder, Nacht der Liebe” giocato su una mezzavoce di grande dolcezza, riuscito tanto quanto l’“Isolde!” del finale primo. Alla fine del duetto, però, le ascese all’acuto tradiscono un’intonazione talvolta precaria, un timbro nasale e un passaggio di registro poco uniforme, particolarmente evidente negli “ohn’ Erwachen, ohn’ Erbangen” che conducono, in crescendo, alla scoperta degli amanti da parte del re. Va meglio Jones nei toni più eroici del finale, forse risolti i problemi di inizio serata, inanellando acuti stavolta più puntuali e fortissimi poderosi come su “noch dir, Isolden, scheint!”.
Elisabet Strid è forse più affine alla scrittura di Strauss che a quella di Wagner, due autori di cui è interprete esperta. La sua Isolde ha infatti i tratti di certe eroine straussiane, e una tendenza espressionista (che nelle prime scene risulta in qualche acuto un po’ gridato). La prestazione del soprano svedese però va in crescendo. Dopo un inizio del secondo atto in cui è difficile capire l’entusiasmo degli amanti finalmente ricongiunti (e lo spettatore che non conosce il tedesco e non legge i sopratitoli non distinguerebbe se si trattasse dell’incontro tra due innamorati o tra due nemici), annullato in una sorta di “scontro” vocale tra i due protagonisti, Strid, potendo mettere in risalto il suo registro medio-grave e una notevole eleganza nel fraseggio offre la miglior prova nella seconda parte del duetto, ritrovando quello schmachtend caratteristico di tutta l’opera. Pensiamo, in particolare, alla dolcezza di “Herz an Herz dir, Mund an Mund”. Si avverte invece negli acuti una leggera mancanza i sostegno, ed è questo che rende un po’ meno riuscito il Liebestod finale, dove al climax di “in dem wogenden Schwall, in dem tönenden Schall, in des Weltatems” gioverebbe più rinforzo nelle note estreme di ciascun verso. Ma quel Mild und leise era iniziato con un pianissimo estatico e surreale di rara bellezza: esempio di un’intensità drammatica che non è mai mancata a Elisabet Strid per tutto il corso dell’opera.
Audun Iversen fa risaltare i tratti più nobili di Kurwenal durante il terzo atto, dove tratteggia con una voce salda e ben risonante, specie nel registro più grave, il ruolo di un amico fedele e fidato; nel primo sembra a meno agio nel rendere il personaggio più superficiale e provocatorio, con “Herr Morold zog” trasformato in un’invettiva che perde un po’ i tratti del più popolare Trinklied, che viene poi infatti ripreso dai marinai. Kristina Stanek (Brangäne) nell’intervento dalla balconata (“Einsam wachend in der Nacht”) offre un bellissimo notturno, quasi cullando, con il suo canto suadente, Tristano e Isotta: non aveva dato la stessa impressione nel primo atto, dove sembrava sempre un po’ sepolta dall’orchestra e mancava di cantabilità in certe frasi che l’avrebbero richiesto (“O Süsse! Traute!”), dove resta irrisolta la quasi paradossale “impetuosa tenerezza” (ungestümer Zärtlichkeit) richiesta da Wagner.
Tareq Nazmi è un ottimo re Marke che nel suo monologo assume i tratti non dell’antagonista ma di una persona allo stesso tempo turbata, delusa e che vuole capire, cercare risposte piuttosto che vendetta. Lo si intuice dal tono inquieto con cui accompagna il suo canto di buona profondità. Chiudono il cast Julien Henric (uno sfrontato Melot), Emanuel Tomljenović nella doppia parte del marinaio e del pastore, e Vladimir Kazakov, un timoniere.
La serata inagurale della stagione (che, va detto, da questa parte delle Alpi non è un evento di particolare importanza mondana come le prime nei teatri italiani) riscuote, al termine, notevoli acclamazioni per tutti gli interpreti, e in particolare per Elisabet Strid. Trova consensi anche la squadra registica: segno che non facendo nulla, evidentemente, non si rischia di far danni. E però questo Tristano e Isotta avrebbe avuto tanto bisogno di una direzione teatrale, di un’idea attorno a cui far ruotare i personaggi. Non basta accendere e spegnere delle lampadine per fare un Gesamtkunstwerk, e la non-regia di questa produzione ha purtroppo l’effetto di rendere più evidenti i difetti dei cantanti, e di valorizzare troppo poco i numerosi aspetti positivi della resa musicale, a partire dall’ottima prova dell’orchestra e dalla direzione ispirata di Marc Albrecht. 




Grand Théâtre de Genève
TRISTAN UND ISOLDE
Libretto e musica di Richard Wagner
Tristan Gwyn Hughes Jones
Isolde Elisabet Strid
Il re Marke Tareq Nazmi
Brangäne Kristina Stanek
Kurwenal Audun Iversen
Melot Julien Henric
Un marinaio/un pastore Emanuel Tomljenović
Un timoniere Vladimir Kazakov
Orchestre de la Suisse Romande
Coro del Grand Théâtre de Genève
Direttore Marc Albrecht
Maestro del coro Mark Biggins
Regia Michael Thalheimer
Scene Henrik Ahr
Costumi Michaela Barth
Luci Stefan Bolliger
Drammaturgia Luc Joosten
Ginevra, 15 settembre 2024

