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Ginevra, Grand Théâtre – Maria Stuarda

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Dopo Anna Bolena (qui la recensione), il ciclo Tudor di Donizetti al Grand Théâtre de Genève continua con Maria Stuarda (si chiuderà a breve con Roberto Devereux, prima di un’ulteriore ripresa di tutta la trilogia). La vera scommessa dell’operazione, come abbiamo evidenziato nelle recensioni dedicate agli altri due capitoli della serie è — prima ancora dell’unità del progetto registico e della direzione musicale — quella di affidare le tre parti principali delle tre opere agli stessi interpreti. Una scommessa complessa, perché i requisiti delle tre opere sono molto diversi, e malgrado tutta la serie possa essere inclusa nella categoria del belcanto, nei pochi anni che separano Bolena (1830) da Stuarda (1834) e da Devereux (1837) gli accompagnamenti orchestrali si ispessiscono, e alle voci è richiesto un peso sempre più consistente.

La scommessa si complica ancora di più in Maria Stuarda. Per garantire continuità tra la madre Bolena e la figlia Elisabetta lungo tutta la trilogia, Elsa Dreisig ne indossa sempre i panni, mentre Stéphanie d’Oustrac interpreta la rivale. Se però Bolena e l’Elisabetta del Devereux sono incontestabilmente le prime donne dell’opera, e Giovanna e Sara le rispettive antagoniste, tradizionalmente affidate a un mezzosoprano dalla voce più scura che contrasti con i vertiginosi acuti della parte principale, in Maria Stuarda la voce più acuta è normalmente quella della regina di Scozia. Certo, la prima Stuarda fu Maria Malibran, ma si trattava di una cantante dall’estensione incredibile che, pur ascrivibile alla categoria dei mezzosoprani, aveva salire fino agli estremi del sovracuto, ed è pur vero che molti soprani hanno rivisto verso l’acuto la parte di Maria (Joan Sutherland, tanto per fare un esempio, eseguiva certe linee un’ottava sopra quanto scritto), ma è chiaro che Stéphanie d’Oustrac, che ha sempre brillato nei ruoli da mezzo del barocco francese, troverà in Stuarda una scrittura non certo congeniale.

Si farà di necessità virtù, trovando in effetti una giusta connotazione teatrale ai limiti vocali della protagonista: quella di d’Oustrac è allora una Maria Stuarda che non lancia feroci strali (fino al tradizionale re sovracuto del finale primo) contro Elisabetta e il mondo intero, non è più la classica regina altera e superba ma una persona molto più fragile, che si fa forza per restare composta all’udire la sentenza di morte prima di scoppiare a piangere e che raccoglie tutta la sua sofferenza nell’invettiva “Figlia impura di Bolena”, priva di un vero sdegnoso sprezzo nei confronti della “vil bastarda”. E così il miglior esito per Stéphanie d’Oustrac è la scena della confessione nel secondo atto, quando aiutata da un accompagnamento che Stefano Montanari tiene al minimo riesce a far risaltare l’eleganza dei legati. Per il resto, se nel registro grave d’Oustrac mostra un bel timbro, le difficoltà in acuto sono evidenti, con le note più alte che appaiono sforzate e metalliche, e nei finali non ha mai modo di svettare sopra l’orchestra e il coro.

Va meglio l’Elisabetta di Elsa Dreisig, che la regia vorrebbe, in contrasto a Maria, una regina autoritaria e dominatrice (specie nei confronti del povero Leicester). La voce argentea si avventura senza difficoltà, ma con una certa moderazione, tra gli acuti e le variazioni, con un timbro piuttosto setoso che in verità fatica a tratteggiare un’Elisabetta sadica e crudele. Sul versante tenorile, anche Edgardo Rocha che, da tenore rossiniano, aveva convinto nella Bolena trova invece uno scoglio più arduo nella Stuarda. Il suo Leicester — un personaggio che lo spettacolo di Mariame Clément fatica a caratterizzare, e che si lascia “palleggiare” dalle due regine senza capire troppo cosa sta succedendo — è pur cantato con generosità e resta adeguato nei duetti amorosi, ma la voce s’infrange sull’accompagnamento orchestrale quando, in toni da spinto, deve lanciarsi in ardimentose sfide e giuramenti.

Nel complesso della trilogia, sembra chiaro che la scelta dei protagonisti sia stata operata in funzione della Bolena iniziale, sperando che i cantanti riuscissero ugualmente a destreggiarsi nella Stuarda e nel Devereux. Così non è stato, anzi, forse è proprio l’opera intermedia a mostrare in maniera più impietosa i limiti di un cast adatto al belcanto più arcaizzante che si trova in difficoltà più o meno evidenti su partiture di maggior impatto drammatico. Che Stuarda può essere se manca tutto il pathos della scena del confronto tra voci simili ma differenti, e comunque non già così caratterizzate nei loro rapporti di forza? Elisabetta decide di mandare a morte Maria solo dopo l’incontro: qui parrebbe invece temporeggiare sulla decisione per puro sadismo.
La partitura di Maria Stuarda non lascia molto spazio agli altri personaggi, con le due voci più gravi di Talbot (Nicola Ulivieri) e Cecil (Simone Del Savio) che appaiono quasi sovrapponibili nel loro simmetrico ruolo di consiglieri e confidenti. Se la cavano entrambi, pur senza lasciare interpretazioni memorabili, ma con la giusta nobiltà, eleganza e profondità. Chiude le danze Ena Pongrac, corretta nella piccola parte della nutrice di Maria.

Alla guida dell’Orchestre de la Suisse Romande, sempre caratterizzata dal suono caldo e vellutato degli archi e dalla precisione di soli dei legni (il clarinetto nell’ouverture!) è ancora una volta Stefano Montanari. Se nella produzione originale del 2022 della Stuarda Montanari, indisposto, era stato sostituito da Andrea Sanguineti, qui abbiamo finalmente l’occasione di sentirlo alle prese con la trilogia Tudor nella sua interezza. Anche in questo caso, però, Stuarda è l’opera che mette più in difficoltà il direttore che destina particolare cura agli accompagnamenti delle arie, cercando il più possibile di regolare le dinamiche per agevolare i cantanti, ma si lascia troppo trasportare in finali caratterizzati da clangori eccessivamente bandistici, con interventi degli ottoni talvolta sopra le righe. Molto bene invece il coro del Grand Théâtre di Ginevra diretto da Mark Biggins.

La regia di Mariame Clément, le scene e i costumi di Julia Hansen continuano ancora nel solco della trilogia, con la solita scatola di legno aperta su un bosco, e gli abiti a metà tra il Cinquecento e la contemporaneità. Sulla caratterizzazione dei personaggi, si è già detto, per quanto certi cliché nella rappresentazione di un’Elisabetta dispotica e dominatrice siano anche un po’ abusati. Qualche idea — non certo rivoluzionaria — funziona (gli specchi nella scena della confessione), altri accenni di simbolismo restano invece non spiegati (che ci fanno due comparse in scena con delle cineprese a filmare le ultime parole di Stuarda?). Il collegamento con gli altri episodi della trilogia ruota attorno alla presenza più o meno costante in scena, parallela a quella piccola Elisabetta della Bolena, di un Giacomo Stuart bambino che riapparirà, più grande, alla fine del Devereux a farsi incoronare nuovo re d’Inghilterra.

Il pubblico ginevrino riserva acclamazioni anche molto vocali nei confronti di tutti i protagonisti alla fine dello spettacolo, ma questo è innegabilmente il capitolo meno riuscito di una trilogia che, fondamentalmente, è stata un’occasione persa di dire qualcosa di nuovo su questo repertorio. Un po’ di lavoro, certo, è stato fatto, ma in maniera discontinua e soprattutto limitato dalla scelta di cantanti, che, pur impegnandosi generosamente in tutti gli spettacoli, si è rivelata inadeguata alle necessità del trittico. Resta certamente il trionfo personale, pur con le dovute distinzioni, di Elsa Dreisig (avremmo però preferito sentirla cantare Maria al posto di Elisabetta!), ma oltre a ciò, in questa Stuarda, si salva davvero poco.

Grand Théâtre de Genève
MARIA STUARDA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Giuseppe Bardari
dal dramma omonimo di Friedrich Schiller
Musica di Gaetano Donizetti

Maria Stuarda Stéphanie d’Oustrac
Anna Bolena Elsa Dreisig
Roberto, conte di Leicester Edgardo Rocha
Giorgio Talbot Nicola Ulivieri
Guglielmo Cecil Simone del Savio
Anna Kennedy Ena Pongrac

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Stefano Montanari
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Regia Mariame Clément
Scene e costumi Julia Hansen
Luci Ulrik Gad
Drammaturgia e video Clara Pons

Ginevra, 20 giugno 2024

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