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Ginevra, Grand Théâtre – Anna Bolena

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Dopo una serie di recite di Roberto Devereux, di cui avevamo dato conto un paio di settimane fa (qui la recensione), il Grand Théâtre de Genève inizia l’annunciato ciclo di riprese delle tre opere della Trilogia Tudor, che vede, per due volte, avvicendarsi a breve distanza gli stessi protagonisti, lo stesso direttore e una comune messinscena per interpretare, nell’ordine, Anna Bolena, Maria Stuarda e chiudere con lo stesso Devereux.

Un’operazione del genere deve superare un ostacolo non indifferente: le tre opere non hanno mai formato una trilogia nell’intenzione di Donizetti. I ruoli non sono stati pensati per gli stessi cantanti, i libretti non hanno evidenti punti di aggancio per costruire una trama coerente, e dal punto di vista musicale i sette anni che separano Anna Bolena da Roberto Devereux vedono, nella rapidissima evoluzione dell’opera italiana negli anni Trenta dell’Ottocento, notevoli differenze stilistiche. Di qui anche l’interesse nella produzione ginevrina: quali i tratti comuni e quali le differenze nella concezione della regista Mariame Clément e dei suoi collaboratori nel corso delle tre opere? Come la direzione di Stefano Montanari si adeguerà alle peculiarità di ciascun episodio? e soprattutto, Elsa Dreisig, Stéphanie d’Oustrac ed Edgardo Rocha, che assicurano i tre ruoli principali in tutte le rappresentazioni, saranno egualmente convincenti nei tre spettacoli?

Necessariamente, commenteremo questa Anna Bolena sempre in confronto al Devereux a cui abbiamo già assistito, e a breve, dopo Maria Stuarda, potremo trarre le conclusioni sulla trilogia.
Ma andiamo con ordine. Anna Bolena è la prima opera della serie sia nell’ordine cronologico delle composizioni di Donizetti sia, ovviamente, nel racconto storico (più o meno fantasioso) delle vicende dei Tudor. È quindi, tra le tre partiture, quella più rivolta, anche musicalmente, al passato: un belcanto che, più che prefigurazione verdiana, è continuazione dell’opera seria classica, di una tradizione che da Mozart passa a Rossini e quindi a Donizetti. Stefano Montanari, che del barocco è interprete esperto, si trova in un ambiente certamente più familiare rispetto al Devereux, conducendo la sempre impeccabile Orchestre de la Suisse Romande da un fortepiano che — pur raramente — interviene come continuo anche negli insiemi orchestrali. Montanari pone particolare attenzione agli accompagnamenti, mai banali, e a dare giusta evidenza ai soli strumentali e mantiene un gusto di ascendenza barocca nel disegnare il tactus ritmico dell’opera.

Il problema però è un altro: in questa Bolena l’aspra bipenne non ha avuto da lavorare solo in palcoscenico, alle prese con le numerose teste sul ceppo, ma anche sul minutaggio dell’opera. Certo, la Bolena è lunga, e tutta intera, comprese le ripetizioni di ogni cabaletta, i finali integrali e un comodo intervallo sfiora le quattro ore: ma a Ginevra mancava all’appello quasi mezz’ora di musica. Vada per qualche recitativo che si può sempre accorciare (anche se a spese della piena intelligibilità della trama), passi pure la riduzione di qualche finale qua e là, dove si vuol far procedere più speditamente l’azione (ma Donizetti non s’indugia mai senza motivo su una frase!), ma certe mutilazioni, come quella del terzetto del secondo atto, sono un po’ maldestre. Prendiamo la cabaletta “Salirà d’Inghilterra sul trono”: è uno dei momenti topici dell’opera, e arriva dopo un tempo di mezzo che ne costruisce, gradualmente, la necessità. Troncarlo di netto e saltare direttamente alla seconda ripetizione della cabaletta introduce così una cesura a livello armonico e drammaturgico vistosamente malriuscita. E mancando la ripresa, manca anche l’occasione di vedere nel personaggio di Enrico il lavoro tanto decantato nel Devereux sulla diversa caratterizzazione delle ripetizioni.

Non basta? L’intero numero di Percy e Rochefort in carcere ha fatto la stessa fine dei suoi protagonisti. Che significa anche perdere, nella logica della trilogia, l’occasione di tracciare un parallelismo con la scena di Roberto Devereux anch’egli rinchiuso nella torre di Londra.

La scelta di operare tagli così drastici alla partitura riporta così (ed è un peccato) Anna Bolena nell’alveo di una tradizione che impernia l’opera attorno alla regina eponima: il successo dell’operazione dipende così quasi esclusivamente dalla performance dell’interprete principale. In questo caso, la scommessa su Elsa Dreisig è vinta. Se il lavoro sulla parola visto in Devereux risulta qui meno accentuato, il soprano franco-danese conquista il pubblico con un belcantismo anche in questo caso più tradizionale, ovvero più votato al virtuosismo vocale che alla caratterizzazione del personaggio. Dreisig sale agli acuti con facilità, mostrando ottima agilità e sfoderando variazioni e fioriture. Il suo è un canto sempre luminoso, che sa però velarsi in un calore dolce e malinconico all’inizio dell’opera, e diventare invece più freddo e altero quando tale si mostra la regina — nel respingere Percy, nel proclamarsi innocente o ascoltando la confessione di Seymour. Se nel finale di Devereux Elsa Dreisig incarnava un’Elisabetta tanto umana nel mostrarsi dilaniata dalla tragica scelta, la sua Bolena non sembra invece mai svestire i panni della regina: e così in “Al dolce guidami” si avverte, nella voce pura e limpida, più la certezza dell’innocenza che la rassegnazione di una vittima appesantita dalle sventure terrene. La cavatina si chiude con grande dolcezza in un bel pianissimo, ma la cabaletta finale sembra dimenticare che Bolena perdona e alla “coppia iniqua” non impreca vendetta: se non ascoltassimo bene il testo saremmo portati a crede il contrario…

Rispetto a Devereux, la partitura di Bolena, caratterizzata da un minor spessore degli accompagnanamenti orchestrali, aiuta certamente i cantanti a fare sfoggio delle capacità vocali. Ne beneficia soprattutto Stéphanie d’Oustrac: se Sara Nottingham le aveva creato non poche difficoltà, i panni di Jane Seymour le calzano meglio. Certo, si sente sempre un certo sforzo, specie per raggiungere gli acuti — segno che la parte sta ai limiti della vocalità del mezzosoprano francese, ma d’Oustrac supplisce con un buon controllo del fraseggio e una certa eleganza nelle agilità. In generale, il timbro scuro contribuisce a tratteggiare una Giovanna che vive con una certa afflizione il fatto di essere la nuova favorita del re, e che si mostra (a volta quasi eccessivamente) “più infelice di Bolena”.
Anche Edgardo Rocha (Percy) trova in quest’opera condizioni migliori per la sua voce da tenore leggero. Peccato quindi che la sua parte sia stata falciata: oltre alla mancanza della scena della prigione, il numero d’ingresso nel primo atto è privato della ripetizione della cabaletta. Abbiamo così meno spazio per sentirlo affrontare con sicurezza ed eleganza le roulades da tenore di grazia che la partitura gli prescrive, con buoni esiti in acuto. Negli insiemi, per il resto, Rocha è un Percy eroico e impulsivo, secondo lo stereotipo tenorile — quello che gli affida d’altronde l’Anna Bolena di tradizione.

I ruoli esterni a questo terzetto non sono comuni alla trilogia. Enrico VIII è qui interpretato da Alex Esposito, che fa del re d’Inghilterra uno Jago crudele, vendicativo e dissimulatore. Un Enrico, quindi, giocato con grande teatralità sui contrasti dinamici e sulle frasi impetuose (ma quell’“Io l’odio!” potrebbe essere ancora più potente…). Per il resto la voce è prestante ma talvolta il vibrato è un poco eccessivo (anche se caratterizza la malvagità del personaggio); le agilità sono perfettamente risolte e i brevi interventi negli insiemi non si riducono mai a un mero accompagnamento. E allora di nuovo peccato che gli si tolga spazio, che gli si neghi la ripresa di una cabaletta che risulta un po’ sprecata mancando di rappresentare la furente esplosione del re.
Lo Smeton di Olena Leser appare un po’ meccanico nelle agilità dell’aria iniziale prima di trovare accenti più soavi in “Ah! parea che per incanto”. Chiudono William Meinert, un Rochefort dalla dizione chiara, e Julien Henric, piuttosto preciso nel ruolo di Hervey.
Il coro del Grand Théâtre di Ginevra, diretto da Mark Biggins commenta l’opera con eleganza e attenzione alla dinamica.

Resta da dire della messinscena. Come per il Devereux, la scena di Julia Hansen è essenzialmente una scatola-stanza di legno le cui finestre mostrano un paesaggio questa volta primaverile, ma in questo cas il contenitore ruota e mostra facce diverse a seconda dell’ambientazione. Anche i personaggi sono meno statici in scena, per quanto i gesti e i movimenti non si distacchino troppo dalle convenzioni (non si riesce a superare ad esempio il classico quintetto con i personaggi equidistanti in proscenio illuminati da un faretto — le luci sono curate da Ulrik Gad — quando prendono la parola). I costumi mescolano ancora abiti cinquecenteschi, con Enrico VIII che appare come nel ritratto di Holbein, e moderni, che comunque richiamano fogge rinascimentali. Rimane, nel progetto registico di Mariame Clément, qualche simbolismo di non facile comprensione (sagome di uccelli e un enorme testa di cervo che appaiono ogni tanto in scena), una gag più o meno riuscita (diciamo legata al particolare entusiasmo suscitato in Smeton dal ritratto di Bolena) e la presenza costante in scena di due Elisabette: una bambina e una adulta, quella che sarà protagonista delle due opere successive. In particolare, l’Elisabetta bambina sembra essere il necessario anello di congiunzione della trilogia: considerando che sarà la stessa Elsa Dreisig a interpretare Elisabetta nella Stuarda e nel Devereux, Bolena sembra allora passare il testimone a Elisabetta, e un piccolo artificio drammaturgico rende il passaggio più evidente. Alcune parole che il libretto prevede la regina rivolgere a Giovanna, onde avvertirla sui pericoli del trono, sono qui indirizzate alla piccola Elisabetta, che dovrà farne tesoro nella continuazione del trittico. Ma a parte questo intervento, lo spettacolo non apporta niente di rivoluzionario.

Insomma, a conti fatti l’Anna Bolena di apertura del ciclo donizettiano non sembra avere apportato molta novità a questo repertorio — e il lavoro sul testo fatto dagli stessi interpreti nel Devereux non sembra avere avuto molte ripercussioni in questa ripresa di Bolena a un paio d’anni di distanza. D’altronde, con una scrittura più consona alle loro vocalità, i protagonisti — Elsa Dreisig in testa — sembra si siano più concentrati sullo sfoggio delle abilità vocali. Nulla di male, perché la protagonista si è mostrata all’altezza (ed è stata salutata al termine della recita da vive acclamazioni), ma nella prospettiva della “trilogia Tudor” sarebbe stato più interessante mostrare una comune intenzione lungo i tre titoli (altrimenti, perché insistere a mantenere gli stessi cantanti per i ruoli principali?) È mancato allora in questa Bolena il coraggio di distaccarsi dalla tradizione, ed è mancato ancora di più il coraggio di affrontare l’opera nella sua integralità.

Grand Théâtre de Genève
ANNA BOLENA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romanii
Musica di Gaetano Donizetti

Enrico VIII Alex Esposito
Anna Bolena Elsa Dreisig
Giovanna Seymour Stéphanie d’Oustrac
Lord Riccardo Percy Edgardo Rocha
Smeton Olena Leser
Lord Rochefort William Meinert
Sir Hervey Julien Henrico

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Stefano Montanari
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Regia Mariame Clément
Scene e costumi Julia Hansen
Luci Ulrik Gad
Drammaturgia e video Clara Pons

Ginevra, 18 giugno 2024

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